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La vita dei vulcani
post pubblicato in Diario, il 27 maggio 2013



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Il Paese dei giocatori compulsivi
post pubblicato in Diario, il 27 luglio 2011


 

(Cezanne)

Nell’ultimo mese oltre tre milioni di navigatori italiani sono andati nei motori di ricerca per digitare la parola giochi online e sfidare la sorte. Provando a riscrivere il copione della propria esistenza. Un milione di questi, più nel dettaglio, cercava i casinò, novità degli ultimi tempi, che si collocano nell’ambito di un mercato evidentemente sempre più diversificato, per soddisfare le crescenti aspettative dei giocatori. Un segno dei tempi di vacche magre che stiamo faticosamente attraversando, anche per la chiara non capacità di un’intera classe politica di inventare-proporre qualcosa di nuovo e più costruttivo per dare una mano alla popolazione a ritrovare sé stessa. 

QUALCHE DATO - Secondo quanto riporta NetBetCasino.it la passione per i giochi sta crescendo notevolmente. Va detto che ce ne eravamo accorti da soli. A Roma si preferisce il blackjack (34% delle preferenze), a Milano predomina la roulette (col 39%). A Napoli tirano di più le classiche slotmachine (43%) facili da usare e altrettanto facilmente reperibili. Dopo l’avvento del Superenalotto, coi suoi jackpot fantamiliardari, gli italiani sono cambiati profondamente, diventando un popolo di scommettitori più o meno responsabili. La matematica non è un’opinione e i numeri dicono che l’industria del gioco, nel periodo che va dal 2003 al 2010, ha raccolto qualcosa come 309 miliardi di Euro. Una cifra pazzesca e soprattutto sorprendente. In un modo o nell’altro si direbbe proprio che ci hanno provato tutti, a cambiare il proprio destino, dal giovane studente squattrinato all’anziana pensionata. O trattasi anche di puro vizietto da gente sola? 

IL PERICOLO – Gli scettici parlano però di autentica emergenza sociale, con tutte le controindicazioni del caso, vedi il sorgere della classica dipendenza psicologica e della tendenza all’indebitamento, pur di sostenere i flussi di liquidità da sperperare nel quotidiano obolo da versare al demone del gioco. Un demone che parrebbe colluso con uno Stato che ha rotto ogni indugio e si è affidato a questo anomalo mezzo di finanziamento a carico dei cittadini… Chiunque frequenti bar e ricevitorie conosce la natura compulsiva e i suoi meccanismi più elementari (la curiosità iniziale, la voglia di rifarsi, la voglia di rischiare, il conseguente circolo vizioso) alla base di tale nevrosi, che andrebbe studiata dai medici competenti, anche e soprattutto per individuare possibili terapie di disintossicazione atte a curare soggetti che forse sono molto soli, oltre che, spesso, in una situazione di oggettiva difficoltà economica. A chi non è capitato di notare persone di ogni età giocare con le slot-machine, cambiando banconote da 20-50 euro come se nulla fosse? A chi non è successo di vedere persone comprare dei biglietti di “Gratta e vinci” uno dietro l’altro e, dopo l’esultanza per una piccola vincita, spendere tutto in altri giochi? Sono gli stessi che, se donano denaro per qualche nobile causa, lo fanno di mala voglia… È fin troppo facile prevedere che questa forma di follia collettiva è destinata ad aumentare ogni giorno di più, anche a causa della scarsa informazione al riguardo.

IL NOCCIOLO DELLA QUESTIONE - I giocatori perdono il senso del limite, e, con esso, il senso del pericolo: spendono 100 Euro, magari ne vincono 25, ma sono contenti perché pensano che se giocano ancora potrebbero vincerne 100.000. E così spendono anche i 25 vinti. E non si fermano più. Certo, c’è anche qualcuno che ha davvero cambiato la sua vita spendendo pochi euro, non voglio negarlo. Ma è solo l’eccezione che conferma una regola che vuole (quasi) tutti inesorabilmente perdenti, perché è bello sognare, ma la realtà è tutta un’altra cosa. La vita reale, quotidiana, significa lavorare per guadagnarsi la pagnotta, come previsto dalla nostra Costituzione. Già, ma gli italiani conoscono la Costituzione della Repubblica?


fer, da Agoravox.it 

 

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permalink | inviato da fernandobassoli il 27/7/2011 alle 16:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Berlusconi fuori dai coglioni
post pubblicato in Diario, il 15 febbraio 2011


 

Oggi mia madre, anziana e ultimamente un po’ disinformata, perché stanca del teatrino della politica made in Italy, mi ha chiesto “Ma cosa ci faceva, con tutte queste donne, Berlusconi?”. Ci ho pensato un po’ e mi sono vergognato di rispondere. Perché mica puoi parlare a cuor leggero di certe cose, con tua madre. E ho toccato con mano la durezza e lo squallore di una realtà assolutamente negativa, sulla quale resta ben poco da aggiungere. Perché se noi abbiamo fiducia nell’operato della Magistratura, com’è doveroso che sia, sappiamo anche che i procedimenti penali sono regolati da una logica ben precisa, non nascono certo dai deliri di onnipotenza di qualche toga in cerca di gloria, come qualcuno lascia intendere.

Il giudizio immediato per Berlusconi, ad esempio, fissato per mercoledì 6 aprile 2011, viene disposto quando la prova della colpevolezza appare evidente e dunque si può addirittura saltare a pie’ pari la fase strategica dell’udienza preliminare prevista nel rito ordinario. Ma tutto questo non importa. Il rispetto delle regole ci impone comunque di non essere forcaioli o giustizialisti: prima di sputare sentenze è necessario aspettare una condanna definitiva e fino a quel giorno la nostra Costituzione ci impone di presumere la non colpevolezza dell’imputato, sia esso il Presidente del Consiglio o un criminale incallito e recidivo. Questo prevede la democrazia. Questo prevede lo Stato di Diritto. Perché davanti alla Legge, quella con la elle maiuscola, siamo tutti uguali. Non simili, ma uguali.

UNA LENTA INVOLUZIONE – C’è chi invoca le elezioni (Bersani), chi manifesta lo sdegno della Chiesa (Bagnasco) e solo Dio sa i fiumi di inchiostro che scorreranno sui giornali del mondo intero, per tentare di indovinare quale sarà la linea difensiva di avvocati che ci hanno abituati, negli anni, a fare i conti con la loro abilità. Lo scrivente vuole però soffermarsi su un altro aspetto dell’intera questione: quello sociologico. Se analizziamo quello che il berlusconismo, inteso come fenomeno sociale e politico, ha rappresentato per l’Italia e i suoi costumi negli ultimi 15 anni, ci dobbiamo sorprendere a manifestare una certa riconoscenza per l’attuale Premier. Può sembrare paradossale, ma proprio lui, con tutti gli eccessi e le megalomanie che caratterizzano il personaggio, ci ha costretti a focalizzare, meglio di chiunque altro, l’attuale sfacelo etico-culturale degli italiani, uno sfascio che è sotto gli occhi di tutti, a fare i conti col nostro disagio esistenziale, coi nostri vizietti di peccatori impenitenti che credono di risolvere tutto andando a Messa la domenica.

Negli ultimi tempi abbiamo fatto dei passi indietro clamorosi e forse è venuto il momento di prenderne coscienza, di capire che l’involuzione è un problema sottovalutato. Questa società (“basata sull’illegalità”, come osservato di recente dal criminologo Francesco Bruno) ha eletto, con la colpevole mediazione dei massmedia, come modelli di riferimento delle entità stereotipate, spesso amorali, che hanno effetti devastanti sull’equilibrio valoriale dei giovani.

Oggi un professore di qualsiasi materia è visto come un povero sfigato o al massimo un rompiscatole. E non importa quanto è colto o quanto capace di insegnare…

I ragazzi sognano di strappare il contratto miliardario da calciatore professionista al Milan di turno, e cominciano a farlo a 10 anni, mentre le ragazze passano la giovinezza nei beauty-center e nelle palestre per essere strabelle e tentare così la carta del provino vincente nel magico mondo dello spettacolo, senza minimamente capire che esso spesso non dà quel che promette (in merito, ascoltate “Perfetta per me” di Edoardo Bennato, fa davvero riflettere). All’università, che dovrebbe essere la cattedrale del sapere, si va già consapevoli della svalutazione del famoso pezzo di carta che una volta apriva molte porte, dell’inutilità della lotta politica, della complessiva mancanza di senso che porta molti a cambiare strada a metà del cammino, senza conseguire il diploma di laurea.

Il mondo del lavoro (rigorosamente a termine) è una folle giostra che si regge su equilibri improbabili e indubitabili scambi di favore noti già ai latini (“Do ut des”) a dimostrazione del fatto che i mali di questo popolo vengono, ahinoi, da molto lontano.

Quello che sembra davvero interessare tutti, ma proprio tutti, sono i soldini, ormai desiderati a prescindere dalle reali esigenze di vita, come fossero davvero il medicamento di ogni ferita e la panacea che muta l’ignorante insensibile e magari delinquente in una rispettabile persona-cittadino ricca di talenti infiniti che lo faranno Santo. E l’immagine della madre di famiglia china sul tavolino di un bar a grattare l’ultimo biglietto delle centomila fabbriche dei sogni esistenti è davvero l’affresco di un’epoca in cui c’è chi muore di fame e chi compra perfino singoli gratta e vinci da… 20 Euro.

I SOLDI NON FANNO LA FELICITA’ – Le conseguenze negative di un fenomeno di per sé grave: il consumismo che già Pasolini attaccava, sono oggi accentuate da una sorta di fase successiva. Non ci si contenta più di essere tutti uguali (nelle apparenze). No, non basta più: adesso si vuole essere qualcuno, primeggiare, strafare, salire su un piedistallo, qualunque esso sia. Non importa essere politici, cantanti, nani o ballerine. Non c’è differenza tra lo stare in tv o in radio o sui giornali, il gioco è esserci, sempre e comunque e ovunque. Farsi vedere. Perché solo l’onnipresenza porta consensi che alla lunga si trasformano in potere. E dunque in denaro. Il guaio è che con la filosofia del “Pecunia non olet” si sa dove si comincia, ma non dove si va a finire. Perché è come precipitare in un baratro che si fa vortice e trascina sempre più in basso, come proprio le note vicende dei presunti festini parrebbe confermare. “Siamo un popolo arretrato.” commentava stasera mio padre, sinceramente deluso dopo una vita di duro lavoro. Ma sbaglia, a mio parere le cose non stanno così. Piuttosto siamo viziati, più o meno tutti: non ci basta mai quello che abbiamo e che a volte neanche meriteremmo. Pretendiamo il lusso, la vita comoda, fare sfoggio di vestiti all’ultima moda e/o macchine superpotenti. Ci piace il sesso, mai come oggi. Un sesso mordi e fuggi, un sesso da bestie, spesso totalmente senza amore. E forse anche il web ha giocato un ruolo negativo in questo senso, perché non si può nascondere che stanno crescendo intere generazioni malate di voyeurismo, a causa della facilità estrema di accesso a certe immagini estreme. Una volta, diceva il mio benzinaio di fiducia, “per vedere una donna nuda te la dovevi sposare”. Oggi basta un clic. Così tutto sembra facile, a portata di mano. Basta pagare, nell’epoca del Bunga Bunga. Il problema è che ragionando in questi termini, cioè ragionando male, le persone diventano oggetti, anzi prodotti da usare, consumare e buttare via per sostituirli con prodotti ancora più nuovi, quasi fossero detersivi, che non soddisferanno davvero l’esigenza più naturale di ciascuno di noi: essere veramente amati.

Posso solo augurarmi che il dibattito in corso sul cosiddetto Rubygate si riveli utile a mettere a fuoco il degrado sentimentale, la bassezza morale, la corruttibilità delle persone che caratterizzano questi tempi bui che ci lasciano sempre più sconcertati.

Riflessioni sulla nobile figura di Giacomo Leopardi
post pubblicato in Diario, il 19 agosto 2010


 

Nessuno ci ha insegnato ad amare profondamente la vita, in ogni sua sfaccettatura, come Leopardi, un vero genio della parola, un uomo coltissimo (pochi se lo ricordano, tutti a soffermarsi sui suoi malanni).

Se non avete capito che le opere del Leopardi sono un inno -indiretto - alla bellezza del creato e un'esaltazione (seppure sublimata nell'arte) della gioia di stare al mondo, non avete saputo scavare nel cuore della poetica dell'illustre recanatese.

Noi che desideriamo impegnarci nella scrittura dovremmo recarci sulla sua tomba una volta al mese, per rendergli omaggio e riflettere sulla misera condizione attuale della letteratura italiana...

Scrivere che Leopardi era depresso è come scrivere che Pasolini era gay. Significa banalizzare, fare del qualunquismo, spostare l'attenzione dal tema principale. Fare come Mourinho.

No, io non ci sto.

Leopardi aveva due palle come cocomeri, altro che depresso.
E infatti l'assegno dello Stella se l'è giustamente fatto scivolare addosso schifato, da vero signore.

Sono questi i cittadini che ci rendono fieri di essere italiani.
Sono questi i cittadini-letterati-liberi pensatori che andrebbero lungamente celebrati da maratone televisive, altro che personaggi come Cossiga...

Poesia
post pubblicato in Diario, il 9 giugno 2010


 

NENIA

Sliricata adrenalinica
genuflessione allusiva,
ambigua, ambivalente,
nenia riverberandosi
spumosa spirando sospesa,
vita immemore rimeditata
disgregandoti evapori,
brulicando labirintica.
Barlumi, visioni smaltate
di verità svelando.

Fernando Bassoli

(riproduzione riservata)

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