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Narrativa contemporanea
post pubblicato in I miei racconti, il 1 febbraio 2011



Esiste il libero arbitrio? “Una vita sbagliata”, racconto breve ma straordinariamente intenso, sembra nascere dall’esigenza di esaminare tale questione filosofica, attraverso la non facile vita/avventura di Ciacco Sperandio, un nome che è tutto un programma.

Ancora una volta l’autore Bassoli focalizza la sua attenzione su personaggi extramarginali di una Roma stralunata eppure terribilmente realistica: uomini e donne che sembrano esistere solo all’anagrafe, senza vivere davvero, perché rassegnati e, in un certo senso, condannati ad accettare quello che i capricci del destino gli ha riservato. Perché quando un neonato viene abbandonato in un cassonetto da una madre incosciente, come nel caso di Ciacco, è chiaro che la sua strada sarà tutta in salita… Ancora una volta Bassoli ci parla degli ultimi, sonda le contraddizioni psicologiche, gli eccessi comportamentali, i valori dei singoli e i disvalori del familismo amorale (“Basta che ce sta sempre un piatto di pasta per la pupa, e mi sta bene tutto.” dice Onoria, la moglie di Ciacco), costringendoci a calarci nella loro dura realtà, fatta di parole scomode e forme di ragionamento crude, eppure utili alla sopravvivenza in contesti feroci e senza speranza, dal sapore pasoliniano. Perché forse la borgata non è solo un luogo fisico, ma qualcosa che riguarda lo spirito…

Per questi soggetti, feriti nel profondo da una società distratta e a volte crudele, ogni giorno su questa terra è una lotta che li rende simili a belve. Paradossalmente è proprio quando raggiungono un certo benessere socio-economico, dopo tante tribolazioni, che taluni tirano fuori il loro lato peggiore, come se dovessero vendicare i torti subiti, le umiliazioni, gli stenti di chi ha visto drasticamente ridotte, fin da bambini, le proprie possibilità di scelta. È questo un racconto che fa ridere e piangere, svelando le verità nascoste, spesso dolorose, di un essere tra i più complessi chiamato uomo.

http://www.compraebook.it/197/Una-vita-sbagliata.html

Solo 3,00 Euro

 




permalink | inviato da fernandobassoli il 1/2/2011 alle 17:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ebook: il pionierismo in letteratura
post pubblicato in I miei racconti, il 25 agosto 2010


La cosa sicura è che costano molto meno, gli e-book, rispetto ai tradizionali libri cartacei.

Io ci sto provando.
E la trovo un'esperienza entusiasmante anche perché NUOVA!

http://www.compraebook.it/187/Elisir.html
...
http://www.compraebook.it/190/Tre-donne.html

E mi sento davvero un pioniere...

http://www.compraebook.it/192/Il-vero-volto-delle-donne.html


http://www.compraebook.it/193/Come-campa-un-uomo-senza-soldi.html


http://www.compraebook.it/189/Come-cammina-un-uomo-senza-gambe.html


http://www.compraebook.it/191/Racconti-surreali.html


Ci ho lavorato tutta l'estate, l'anima de li mortacci vostri!

:-)




La scelta di Griselda, letto da Francesca Lulleri
post pubblicato in I miei racconti, il 23 giugno 2010


Grazie alle infinite possibilità di Internet, a distanza di alcuni anni dall'uscita del mio libro d'esordio ("Come cammina un uomo senza gambe?") ho il piacere di presentarvi il racconto che apre la raccolta, nella seducente lettura della giovane autrice sarda Francesca Lulleri.

Buona visione e buon ascolto.

http://www.youtube.com/watch?v=DmF8EQmGRQ0
NARRATIV@
post pubblicato in I miei racconti, il 8 aprile 2010



 

Profumi postumi (microracconto)

L'infanzia, le sue utopie, la voglia di esplorare l'inconoscibile, l'eterno ritorno del perché. Quante volte ho chiesto "Perché?" a mia madre... E lei, da brava bibliotecaria, aveva sempre la risposta giusta. "Non esiste segreto del mondo che non sia nascosto in un libro." diceva. Ne conosceva a migliaia, li leggeva, li studiava fino a possederne l'essenza, il soffio vitale. Stare per ore, interi pomeriggi, a lavorare sulla tesi di dottorato in quella medesima biblioteca dal soffitto basso, dove lei si era mossa per anni, silenziosa e discreta, fino ad abitarla, amarla come fosse la sua vera casa, mi toglieva il respiro. Ma non avrei mai immaginato, sfogliando un libello a caso in un momento di pausa, di riconoscerne il profumo, ritrovare quella madre strappatami da una strega che comincia per elle e non voglio nemmeno nominare, quella madre umiliata dai cicli di chemioterapia che le avevano strappato i capelli corvini, fino a farne un'ombra. Mai avrei creduto possibile imbattermi in un suo biglietto dimenticato tra le pagine di un volume messo a dormire sul piano più alto dell'ultimo scaffale, quello più vicino al bagno, quello in cui nessuno va a frugare mai, perché c'è poca luce e si respira un polverio che dà la tosse. Davanti ai miei occhi increduli si è materializzato una sorta di messaggio in bottiglia. Nella grafia ben curata ho riconosciuto la sua fragilità, l'ingenuo candore che le è stato in qualche modo fatale, l'attenzione maniacale per i dettagli, le sfumature, le cose non dette, le pause. Poche, struggenti righe: la preghiera di non soffrire troppo prima di volare in cielo, di non farsi la caricatura della donna forte e mai doma della giovinezza. Di serbare dignità, agli occhi dell'unico, amato figlio, anche davanti al più infame dei nemici. C'era qualcosa che mi aveva sempre attirato verso quello scaffale della biblioteca. Ora so cos'era: il profumo di mamma.

Fernando Bassoli

 




permalink | inviato da fernandobassoli il 8/4/2010 alle 23:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
I racconti del Fer = Resisto, dunque esisto
post pubblicato in I miei racconti, il 7 ottobre 2006


www.nonleggere.it/default.asp?content=%2Fnarrativa%2Frosso1%2Ffernando%5Fbassoli%5Ftesto%2Fschedatesto%2Easp

Cari ragazzi, devo confessarvi una cosa: quando si arriva a trent’anni senza lavoro, una donna, un’auto più o meno mobile, un paio di scarpe degnamente suolate, e, soprattutto, senza un centesimo, si comincia a pensare d’aver sbagliato qualcosa. Eppure devo resistere, se voglio continuare ad esistere…

Se mi guardo alle spalle, vedo solo macerie: illusioni… sogni… occasioni perdute e cento piccoli tentativi di svoltare, nati male e finiti peggio, che oggi mi fanno sorridere.

Nel mio piccolo, ce l’ho sempre messa tutta, ma da salvare non c’è nulla, a parte qualche ora d’euforia con Morena la Zozza, una che, se c’era da guadagnarsi il pane dandola a destra e manca, non s’è mai tirata indietro con nessuno, nemmeno con Sensi Caciottaro.

Niente male, i pompini di Morena. Ma anche quelli avevano il loro prezzo: mica li regalava. Troia sì, ma non scema. Pian piano s’è arricchita. Un pompino dopo l’altro, con la pazienza di una formichina. Poi ha indovinato qualche buona giocata alla Snai e ha reinvestito il guadagno in Borsa, diversificando gli investimenti da broker consumata.

Io, invece, mi sono ritrovato al verde. Ma ormai è inutile piangere sul latte versato. Quel che conta è il presente. Certezze: zero, speranze: scarse, lavoro: neanche a parlarne, perché a Latrina il lavoro non c’è e di emigrare non ho voglia: troppa fatica, troppo alto il rischio di insuccesso.

Di alcune cose soltanto, posso essere sicuro… età: 30 anni, salute: buona, voglia di sgobbare: poca, professione: disoccupato. Bilancio in rosso, come tutti i bilanci veritieri. Quelli fasulli li lascio a maghi della Finanza e trafficoni vari: i maestri delle cambiali di favore e delle false fatturazioni della finanza creativa, che creano liquidità fresca e, non bastasse, fanno pure risparmiare sulle tasse. Un’operazione alchemica: la trasformazione della merda in oro. Non ho certo la vocazione dello yuppie, del giovane imprenditore rampante stile anni ’80, pronto a vendersi la madre per un 2% di interesse in più…

Sono cresciuto comodamente stravaccato davanti a mamma tivvu, a scuola dormivo, al massimo andavo a fare un po’ di casino allo Stadio la domenica. Ma un po’ alla volta mi sono stancato di tutto. Della tivvu (sempre le stesse cose, l’importante è fare audience, come non importa), della scuola (sempre le stesse cose, specie quando sei ripetente), perfino del calcio (sempre le stesse cose, le partite le decidono arbitri cornuti e dirigenti corrotti).

E poi, per dirla tutta, c’è stata una grande novità: ho scoperto la Dea Fica. Hai detto niente…

Bella invenzione davvero. Con alcune controindicazioni. Devi pagare la scopata. O almeno la cena, regalini ed altro. Le donne sono furbe: non te la danno certo per la tua bella faccia. Chiamale sceme…

Per un disoccupato, non è un problema da poco. Qui mica siamo in Germania, dove chi perde il lavoro ha diritto a un sussidio mensile pari al 60% dell’ultimo stipendio. E sono cinque milioni, i disoccupati in Germania, mica quattro gatti…

Che popolo illuminato, i tedeschi: riconoscono il diritto a sopravvivere, mangiare tutti i giorni senza andare a rubare. Da noi non è così. Se non hai le spalle generosamente coperte da una famigliola medioborghese, sono cazzi durissimi. Perché l’ufficio collocamento è solo un circolo ricreativo. Un inutile carrozzone che serve a sistemare qualche utile idiota amico degli amici.

Ultimamente, però, mi sono dato all’economia: ho aderito al movimento Disoccupati contenti di un certo Guillaume Paoli.

Questo tizio, dicono i giornali che ho letto a scrocco dal barbiere sotto casa, teorizza così bene la dignità di una vita finanziata dai sussidi statali, che ormai non riesce più ad oziare.

Al contrario, è richiestissimo per presenziare a convegni e scrivere saggi da pubblicare in ogni lingua. Un vero Guru. La sua proposta è in fondo molto semplice: al raggiungimento dei 18 anni di età, ogni cittadino avrebbe diritto a ricevere 500 Euro al mese. Per tutta la vita, salvo che trovi un lavoro più redditizio.

Dalla nascita, il reddito sarebbe pari a 150 Euro fino ai 16 anni. 300 dai 16 ai 18. Poi 500.

Questa somma garantirebbe il diritto fondamentale della persona ad essere tenuta in vita, e permetterebbe l’abolizione di contributi sociali, Welfare, pensioni. Tutto risolto.

Fin qui, tutto splendido. Il problema è rispondere a questa obiezione: “E i fondi, dove si pigliano?”. Ecco la risposta di Paoli, avallata dall’economista Domenico De Simone: per prima cosa, bisognerebbe chiudere tutti gli uffici di collocamento (dunque avevo ragione io), che rappresentano solo un apparato burocratico costoso ed inefficiente.
Poi basterebbe una tassa dello 0,1% su ogni transazione che coinvolge il denaro, dal pagamento del caffè al bar in su, e una tassa del 4% annuo sugli strumenti della ricchezza effettiva: banconote, monete, depositi bancari, titoli del debito pubblico e delle società private, contratti derivati.

In parole povere: chi avrebbe 100 milioni di vecchie lire in banca, a fine anno ne pagherebbe 4 di tasse. Tuttavia ne riceverebbe ben 12 di reddito di cittadinanza, guadagnandoci ugualmente! Semplice, no? Insomma aveva ragione Bartali: è tutto sbagliato, tutto da rifare.

Poi si dovrebbero tassare tutti gli sportelli automatici. è vergognoso che una persona debba pagare le tasse e questo non sia imposto a un bancomat, a un distributore di bibite, biglietti, sigarette, preservativi oppure a macchinari di grandi industrie che hanno sottratto lavoro a gente in carne ed ossa. Andrebbero tassate, ‘ste macchinacce, perché fanno risparmiare alle imprese gli stipendi delle migliaia di persone che sono state licenziate per causa loro.

Morale: i lavoratori sarebbero più motivati. I datori di lavoro potrebbero pagare di più le prestazioni di qualità invece di versare onerosi contributi previdenziali allo Stato. Le pensioni sarebbero sostituite da forme di assicurazione privata.

Inoltre crescerebbero i consumi e dunque il famigerato PIL, il Prodotto Interno Lordo, quello che fa tanto felici i politicanti. La motivazione a lavorare, insomma, non nascerebbe più dal bisogno, ma dal piacere, dalla creatività, dall’ambizione personale. Una rivoluzione culturale che parte dall’economia e cambia le abitudini, i comportamenti, le teste.  

In fondo molti fessi – sono sempre numerosi, i fessi -, se non hanno qualcosa da fare, si annoiano a morte… non tutti riescono ad apprezzare il dolce far niente. L’ozio creativo che genera teorie come questa. Un vero genio, questo Paoli. Leonardo, al confronto, era un uomo di buona volontà.

Io, poi, l’ho sempre saputo che dovevo nascere in Germania, tra sacher-torte, apfelsaft, boccaloni di birra, fette di studel, gerani appesi a ogni balcone e strade pulite che ti ci puoi specchiare.

A pensarci bene, però, mi sta bene anche così. L’Italia è mille volte più bella. C’è un clima più salubre, si mangia meglio, c’è il mare…. Non è poco. E poi mica vorremo paragonare le calienti donne mediterranee a quelle stangone teutoniche dalla pelle di latte e lo sguardo di ghiaccio, vero? Ormai vivo da disoccupato per scelta. Sembra una decisione scellerata, masochista… eppure mi ci trovo abbastanza bene. Oggi il mondo si fonda sul modello della competizione, della libera concorrenza. Il principio che regola l’Economia è: produrre, produrre, produrre sempre più. Ma a me, che importa di produrre? A me interessa vivere come preferisco!

Certo, tocca sempre rinunciare a qualcosa, ma ci guadagno in tempo libero e salute. Non baratterei tutto questo per uno stipendio. Tutto sta a resistere, senza mai desistere. E poi, per dire le cose fino in fondo… le cose come stanno realmente… devo solo aspettare, con pazienza e fiducia, come il saggio cinese che aspetta i cadaveri lungo il fiume.

Tutti sappiamo che la speranza di vita è fissata a 82 anni per le donne e 76 per gli uomini.

Mia madre ha ancora 64 anni, ma mio padre ne ha già 76. Si sono sposati tardi. Hanno aspettato perché non avevano i soldi per comprare una casa – meglio: per chiedere un mutuo - e così se la sono presa comoda. Fratelli, non ne ho. Morale: un giorno questa casa sarà mia: mica camperanno fino a cent’anni, no? Io gli voglio bene, sia chiaro, ma… in fondo siamo tutti di passaggio, in questa valle di lacrime. Le regole non le ho certo fatte io.

Devo solo ammazzare il tempo in qualche modo, lasciarlo passare nella maniera meno dolorosa possibile, lasciar susseguire le stagioni e soprattutto convincere i miei vecchi che, anche se sono uno stronzo, sono pur sempre figlio loro e la Cassazione ha stabilito che per questo semplice motivo merito un piatto di pasta col sugo sulla tavola tutti i giorni. In fondo, sono stati loro a viziarmi. Loro e la Cassazione. E io mi sono abituato. Dura lex sed lex, e questa dura lex della Cassazione dice che in un modo o nell’altro pure io devo mangiare. Insomma devo resistere, resistere ad oltranza, senza mai scoraggiarmi.

Ce la farò, ne sono certo: è così bello poltrire… Fantasticare, senza nessuna pretesa di cambiare un mondo che tanto resterà sempre uguale… Non fare nulla di impegnativo dalla mattina alla sera… mi è sempre piaciuto… rigirare i pollici con l’aria affaticata di chi si è alzato alle undici… Fare una ricca colazione semiaddormentato sul bancone del bar… Fingere di leggere i giornali per darmi un contegno… Traccheggiare così fino all’ora di pranzo… questa sì che è vita!

Ma non è tutto: per strada, tirare sempre dritto, camminando come sospesi su un filo invisibile, sul punto di spezzarsi e rompere l’incantesimo da un momento all’altro. Non salutare nessuno, nemmeno gli amici d’infanzia. Svicolare, sgusciar via, sgattaiolare: chiamatelo come preferite. Resistere, insomma. Che vi piaccia o meno resisto, dunque esisto.

Il segreto, infatti, è proprio quello di mostrarsi sempre indaffarati, fino a scoppiare di bile. Magari rimasticando parolacce tra i denti o serrando i pugni. Una vita sana, insomma, senza stress, che mantiene giovani e previene le malattie. Una ricettina facile facile: niente lavoro, niente tasse, niente commercialisti, niente mogli che chiedono soldi, figli che rompono i coglioni e, soprattutto, niente creditori che bussano alla porta. E quindi niente ulcere, ma uno stomachello pimpante come il culetto di un neonato.

Dimenticavo: a lungo andare ho riscoperto perfino il piacere di spararmi partite di calcio a tutte le ore. Quelle sono la classica ciliegina sulla torta: ti danno un alibi di ferro. Che cittadino sei, infatti, se non sai chi ha segnato il rigore del giorno o quanti giocatori sono stati ammoniti durante Napoli-Piacenza? Nessuno te lo rimprovererà mai. In Italia, almeno, funziona così.

Il dolce far niente, poi, non bisogna prenderla come una teoria estrema. è solo un principio economico, fare delle cose risparmiando energie: il massimo risultato col minimo sforzo. Prendiamo la scuola. Fin da piccoli, c’è chi si danna l’anima per fare i compiti… e chi li copia. Il risultato, in fondo, è lo stesso, no? Non tutti, però, ci riescono. Pare facile, ma non lo è. Molti, ad esempio, si fanno beccare come salami: sono i professori del futuro. Altri vanno avanti solo per un po’: diventeranno commercianti. Alcuni, invece, sono davvero speciali, perché riescono a farla franca per una vita intera. Di solito, diventano Avvocati.

Credo sia un fatto genetico: ci si nasce e basta. è come il talento, o ce l’hai o non ce l’hai, perché non te lo potrà mai insegnare nessuno, ed io, modestamente, se si tratta di fare il furbo, sono il classico cavallo di razza.

Il fatto è che seguo una logica ben precisa. Vi faccio degli esempi concreti. Prendiamo il cellulare: io non ce l’ho. A che mi serve, se poi, quando squilla, mi tocca rispondere? Magari me ne sto seduto su una panchina a contemplare la volta celeste, visualizzando affreschi di donne seminude sdraiate tra le nubi, quando ecco che mi chiama il maneggione di turno e ti dice: “Vieni, subito, ho un affare da proporti!”

Ma chi lo vuole fare, l’affare? Io sto tanto bene dove sto. E allora prendo la scusa delle onde elettromagnetiche, che nuocciono tanto alla salute, e mi salvo da questa follia collettiva.

Oppure prendiamo Internet: quando è uscito, sembravano tutti impazziti. Stentavo a capire, messo in guardia dalla mia sana indolenza. Poi, un giorno, me l’hanno imposto, dicendomi che magari grazie ad esso avrei potuto trovare un lavoro. Ed è stata la fine. Sì, perché non c’è mezzo migliore per non fare delle cose fingendo di farle, per di più restando serenamente seduti a casa propria.

è come le partite di cui parlavo prima: puoi passarci anche due giorni di fila, lì davanti, tanto nessuno ti dice niente. Anche la Rete fornisce degli alibi perfetti. Ci sono centomila siti che promettono di farti trovare lavoro. Basta inserire il curriculum ed il gioco è fatto. Tra una cosa e l’altra, per scriverlo, ci vuole una mezz’oretta; ma se ci sai fare, se ogni tanto ti alzi per andare al cesso, puoi arrivare anche ad un’ora filata.

Una volta inserito il famoso c.v., puoi stare sicuro che non ti chiamerà mai nessuno. Però farai un figurone con amici e parenti. “Sto cercando lavoro.” potrai gridare a testa alta. E ti batteranno pure le mani, commossi. Insomma il segreto è resistere, non mollare mai.

Una sera, poi, ho scoperto le chat-line. Ecco, lì la mia vita è arrivata ad un punto di svolta. E che svolta: un’inversione ad U. La prima cosa che mi hanno chiesto, quelli della chat, è stato un nickname, cioè un nome di fantasia. Io ho scelto il primo che mi è passato per la testa pensando a me stesso, ed ho scritto Natostanco. Giusto per mettere i puntini sulle i.

Sono entrato nella stanza virtuale e, dentro, ho scoperto il caos. Ma un caos ragionato, caciarone come una scolaresca di bimbetti in gita.

Innanzi tutto i nomignoli erano tutto un programma: c’erano Grande Baccello, Serse Cosmi, Il Sindaco Cazzeo, Delfinetta, Taricone, Colombina, Mister No, Troppoforte, I tre dell’Avemaria, Pedrizzi, Verga, la Carrà, Lenin, Brufolone, Sensi Caciottaro, lun@, Rosalino Cellammare, Carlo Mazzone, Alì Babà e i 40 minchioni, Ladylove, Pippo Baudo, Marabona, Van Basten, Semprecalda, Cercomaschibendotati, Frate Cionfoli, Cappuccetto Rosso cerca casa, Maurizia, il Quartetto Cetra, la sorella di Iceman, Piermario e la Brunetta dei Ricchi e Poveri.

Appena m’hanno individuato, in quel marasma di matti in gran baldoria, s’è fatta avanti una tipa ricca d’iniziativa.

lun@ per Natostanco: perché Natostanco? – mi ha chiesto. E ho subito pensato: Ma che te frega? E poi che ne so chi è questa? Magari è una che mi vuole rifilare la solita fregatura o vendermi un’enciclopedia a rate. O un’aspirapolvere. Ero più interessato a Colombina o Ladylove. Cercomaschibendotati mi sembrava troppo impegnativa. Semprecalda era certo una zoccola: avrei potuto beccarmi un virus. “Stia attento ai virus!”, mi aveva detto il tizio che mi aveva venduto il computer preso a rate. E poi doveva essere una che pretendeva doppi turni, straordinari non retribuiti…

Ladylove mi sembrava più tranquilla e con meno pretese: magari era la classica sognatrice adolescente che divora libri di poesie ignara di ciò che la aspetta nella vita adulta, va al cinema a sospirare per le storie d’amore che stanno solo nei film e non si mette mai in topless al mare per non passare per puttana e tutto quel che vuole, dalla vita, è solo metter su famiglia, crescere ragazzini tra mutui e cambiali, lavare pedalini e spolverare mobili fino al resto dei propri giorni, magari perdonando pure qualche scappatella al devoto maritino. Una donna d’altri tempi, insomma, da sposare a scatola chiusa. Stavo appunto per presentarmi, ma è stata lei a fare il primo passo. Quando si dice la telepatia.

Ladylove per Natostanco: Ciao, chatti con me? Ti va?

Natostanco per Ladylove: Ciao, milady, ok, facciamo due chiacchiere

Ladylove per Natostanco: Milady? Ma chi t’ha mai cacato?

Natostanco per Ladylove: Era solo per rompere il ghiaccio. Scusami tanto per il disturbo, mi tolgo subito dai piedi

Ladylove per Natostanco: Anni, da dove dgt, come 6?

Natostanco per Ladylove: Che significa?

Ladylove per Natostanco: Quanti anni hai, da dove digiti, come sei fatto? Sai, ho una certa fretta

Natostanco per Ladylove: Fretta? E di che?

Ladylove per Natostanco: Di sapere se sei frocio

Natostanco per Ladylove: Scherzi? Gli uomini mi fanno schifo solo a guardarli. A me piacciono le fatine come te, dolcezza

Ladylove per Natostanco: Veramente io mi chiamo Ugo, ho 61 anni, sono un bidello di Aversa in pensione e soprattutto mi piacciono i cazzi. Scambio foto e posso ospitare. Che fai: lasci o raddoppi?

“E meno male che si chiamava Ladylove!” ho pensato.

Natostanco per Ladylove: Non sei il mio tipo, credimi

Ladylove per Natostanco: Sicuro?

Natostanco per Ladylove: Sicurissimo. Preferisco la topa, non ho dubbi! Ma toglimi una curiosità: perché ti firmi Ladylove?

Ladylove per Natostanco: Se mi firmo Ugo, mi cercano le donne. Le donne sono tutte puttane

Van Basten: zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz

Van Basten: zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz

Van Basten: hhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhgooooooooooooooooool

I TRE DELL’AVE MARIA: Ma gioca ancora? Non s’era rotto un piede?

Frate Cionfoli: E poi ormai è vecchio…

Van Basten: zzzzzzzzgoolllllll

Pippo Baudo: Van Basten, smettila: ci rovini la serata!

In quella è entrato mio padre. Semiaddormentato, il classico dipendente statale in pensione con la Gazzetta dello sport incorporata.

“Be’? Che stai a fà?” ha chiesto a bruciapelo, sorpreso di non trovarmi, al solito, sdraiato sul letto. “Che vuoi che faccia? Cerco lavoro!” 

(by Fer) 


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permalink | inviato da il 7/10/2006 alle 17:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
DIALOGO TRA LA NATURA E UN TALEBANO
post pubblicato in I miei racconti, il 21 agosto 2006


La Natura ha la nivea pelle di una giovane fanciulla dagli occhi luminescenti, che diffondono calore tutt’intorno. Il talebano, invece, è un acciugone ossuto e sbirulento. È cresciuto secondo i dogmi dell’Islam, e la rigorosa disciplina che lo ha forgiato può vedersi dalle gote scavate dai digiuni, dalla preghiera e dalla totale mortificazione di sé nel sacro nome di Allah. I due si incontrano in Afghanistan, nel deserto vicino alla città di Jalalabad, quando la Natura appare dal nulla, quasi sbocciando come un fiore che schiude i suoi petali per donarsi ai raggi del sole. Ma in Afghanistan, alla fine dell’anno 2001, perfino il sole ha un colore sinistro, oscurato com’è dai B-52 alleati che scaricano tonnellate di bombe al suolo. L’uomo sgrana gli occhioni affilati ed osserva stupefatto. Non è abituato a vedere donne col viso scoperto. Strano volto, quello della Natura: mezzo bello e mezzo brutto. Nell’insieme, però, è blandita da un’aura accecante che si sposa con la voce calda, suadente.
Natura: “Bin Laden è un pazzo. Dovete fermarlo.”
Talebano: “Siete voi, i pazzi.”
Natura: “E le torri gemelle? ”
Talebano: “E ottant’anni di fame?”
Natura: “Certo non bastano a giustificare seimila morti innocenti e tutto l’odio che avete sparso nel mondo. Ribellati al tuo destino, abbandona l’Islam e sposa la Ragione.”
Talebano: “Mai. Allah non vuole. Gli sono servo.”
Natura: “Nessun Dio può predicare l’odio ed ammettere la morte o il suicidio dei propri figli.”
Talebano: “Il suicidio è un atto eroico.”
Natura: “Nessun Dio dà la vita ad un uomo per poi indurlo a darsi la morte.”
Talebano: “Voi occidentali non potete capire l’Islam.”
Natura: “Io non sono occidentale: sono la Natura. Non appartengo a nessuna parte del mondo. L’uomo è stato fatto per amare, lavorare e servire Dio. Non per uccidere e fare la guerra ai propri simili.”
Talebano: “E l’imperialismo americano? i bombardamenti sulle nostre città?”
Natura: “Cosa vi aspettavate? Potevate impedirlo, perché non avete consegnato Bin Laden?”
Talebano: “Mai. Egli è il nostro capo e il nostro Salvatore.”
Mentre i due parlano, da una grotta si sente un rumore di passi. Dall’antro esce un’anziana donna vestita di bianco. Anche i suoi capelli sono bianchi, lunghi e lisci, e gli coprono le spalle come un mantello. E’ la Giustizia.
Giustizia: “E’ tempo di fare chiarezza.” esordisce. Ha il volto scavato, proprio come il talebano. Ma ha anche la pelle luminosa della Natura. L’occhio è affilato, come quello del talebano, ma la voce calda e suadente: esattamente come quella della Natura. La Giustizia, insomma, sembra la sintesi delle due forze contrapposte.
Giustizia: “Norma ed Etica non coincidono: di qui tutti i disastri del mondo. Quando i Potenti terranno conto del bisogno di rispettare i valori etici, anche la regole della convivenza tra gli uomini risulteranno giuste e saranno rispettate da tutti. Solo allora cesserà ogni conflitto.”
Talebano e Natura, parlando all’unisono: “E’ lontano, quel giorno?”
Giustizia: “Può essere prossimo o non arrivare mai: tutto dipende dalle scelte di vita di ciascun uomo del mondo, di qualsiasi razza o religione esso sia...”

 

 

Fernando Bassoli




permalink | inviato da il 21/8/2006 alle 14:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Omaggio alla signora Morte
post pubblicato in I miei racconti, il 19 giugno 2006





La verità: nessuno vuole morire. Se schiatti, sei uno zero. Da vivo, per quanto malmesso e provvisorio, qualcosa vali sempre. Puoi sperare in un colpo di scena, in una botta di culo.

“Non succede, ma se succede…” dicono in Curva Sud.
Tanta roba, la speranza. Eppure tocca sopportare cose peggiori della morte, per sbarcare il lunario. Giorno dopo giorno. Convivere col mal di stomaco, l’emicrania, l’asma. Accettare l’idea di carie che avanzano silenziose. Attendere con pazienza la pace dei sensi. E le cambiali dove le mettiamo? Rassegnarsi al peggio, questo è il segreto. Perché venire al mondo è la condanna più feroce: a ognuno tocca una croce da portare, ché in questo bordello di genti d’ogni fede e colore, ciascuno ha il suo personale, sciagurato destino.
Se al mondo ci sono sei miliardi di persone, esistono anche sei miliardi di misteri, che resteranno irrisolti. Sei miliardi di delitti perfetti. Dai pisciasotto in culla ai giovani bulli, dalle mamme affaccendate ai cadaverini sdentati nelle case di riposo: chi ci capisce, è bravo.
Eppure tutti marciano spediti verso l’ultimo chilometro, quello più duro. Un balzo nel vuoto e si torna alla cenere, al buio freddo del Nulla, che sta un metro prima di qualcosa di diverso, si spera.
Parola misera, la morte. Ma in qualche modo è una liberazione. Dicesi catarsi, sta per sfogo. Liberazione dalle passioni. Buttare fuori. Evacuare a prima mattina. Svuota le viscere, rende lievi, radiosi, pronti alla pugna. Ché è la pugna ad attenderci – cos’altro? -, una volta varcata la soglia di casa, percorsi quei dieci scalini che separano dall’ignoto, che immancabile ci attende, dalla vana ricerca della felicità, da inseguire, chissà perché, a mille all’ora: se non corri non vali, non ti sbatti abbastanza agli occhi degli altri, non conquisti punti, non sei vivo perché non lotti.
La nostra è una prigione: si chiama valle di lacrime, ma sempre prigione è. Si salva la faccia: le parole servono a questo. Si chiamasse Regina Coeli o Rebibbia, sarebbe uguale: ci sono catene pesanti da trascinare ogni giorno, passo dopo lacrima, un’illusione dopo l’altra.
Quella, la signora Morte, è più furba: parla poco, fa i fatti e picchia duro. Maciulla i nervi che governano il burattino che siamo, imprigionato in un groviglio di muscoli sempre più stanchi, e buonanotte ai sognatori. Chiudiamo gli occhi, forse. E mentre andiamo, rimeditiamo su ciò che è stato. E su cosa sarebbe potuto essere, se i fiori parlassero, se le parole si potessero mangiare, se i soldi fossero cioccolatini. Ma tutto resta inutile: è lì la fregatura…




http://www.flaneri.com/index.php/deb/leggi/alla_signora_morte/




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I paradossi della fame (sillogismi postmoderni)
post pubblicato in I miei racconti, il 26 marzo 2006




La cosa più brutta è vivere in una casa dove c’è gente che litiga e si prende a botte dalla mattina alla sera. In questi casi(ni), l’unica soluzione è andare a vivere da soli. Ci sono tanti single, in giro. Ma single vuole dire sfigati. Una volta soli, ci si annoia. Inoltre i soldi non bastano. Per guadagnare e mantenersi bisogna lavorare, mannaggia la miseriaccia ladra. Ed è proprio questo il guaio, perché nell’Italietta berlusconiana postdemosocialista dell’anno duemilaundici il lavoro con la elle maiuscola non c’è. O almeno non per tutti. Avere un lavoro, poi, serve a tirare a campare alla meno peggio, mica a togliersi degli sfizi. Ma l’uomo non vive di solo pane: vuole anche prosciutto, formaggio, vino buono ed altro ancora. Vuole il tiramisù, con tanto di accento sulla u…

Per risolvere il pastrocchio, oltre a lavorare, si può provare a rubare, ma non è semplice come potrebbe sembrare, ché il furto è un’arte vera e propria, e non tutti nascono artisti. Ci vuole occhio fino e mano svelta e mente lucida e gambe ferme e aria anonima. Ci vuole il talento.

Una cosa è certa: chi non lavora, non mangia. E chi non mangia non tromba: non ha la forza necessaria per dare a una donna ciò che serve a soddisfarla fino in fondo. Ma se un uomo non scopa, non lavora bene, non ha energia vitale, ma solo un maledetto nervosismo addosso, che lo porta a fare puttanate. Morale della favola: per campare come Dio comanda bisogna lavorare, mangiare, scopare… rilavorare, rimangiare, riscopare e via di questo passo, all’infinito. Il mondo funziona così da sempre. Tutto sta a ritagliarsi un posticino nel meccanismo produttivo. Possibilmente ben retribuito. Il guaio è che lavoro per tutti non c’è: siamo troppi, male organizzati, poco specializzati e soprattutto governati a cazzo di cane da bande di politicanti opportunisti, troppo occupati a pararsi il culo o a esplorare quello altrui per concedersi il lusso di badare a un mondo che va in malora. Di qui tutte le disgrazie degli uomini che non mettono nulla di sostanzioso sotto i denti. E dunque non scopano. E finiscono per incazzarsi come cento belve messe assieme, finché un giorno decidono di andare a rubare qualcosa. Cominciano dai supermercati, dalle edicole, dalle tabaccherie. Finiscono per puntare sulle banche, sugli uffici postali. E’ colpa della fame. E la fame rende acuti i sensi ma strapazza il cervello, provoca uno strano effetto, un cortocircuito dei neuroni: può rendere delinquenti, ma anche artisti. Non a caso, la psicologia di certi artisti è simile a quella dei criminali: entrambi sono pronti a qualsiasi cosa, per fare quello che vogliono, sono pronti a cedere l’anima al diavolo più seducente per un quarto d’ora di celebrità sul palco dei loro sogni. Ma se l’artista diventa bello e raffinato – ché coltiva il giardino dell’Arte – il delinquente diventa brutto e senza speranza, ché l’animo suo muore e non sente più niente. Magari riempie la pancia, ma ha tanto freddo nel cuore. Troppo.

Fernando Bassoli





pablopicasso 

 




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Piacere paradossale (racconto breve del Fer)
post pubblicato in I miei racconti, il 25 febbraio 2006


Stavolta sì, che la paura s’impadronì di lei. Paralizzandola. Perché la paura altera, amplifica e soprattutto inchioda, svelando la faccia nascosta della luna, la cruda realtà mondana che appesta i colori di giorni troppo simili a grigie giostre, troppo uguali per essere definiti anche solo brandelli di vita in sequenza.

Pensò che qualche straniero si fosse intrufolato in casa per rubare o, peggio, per abusare di lei, dato che c’era sempre qualcuno che la seguiva fin sotto casa, destinandole pesanti apprezzamenti o invitandola a fare un giro in macchina per filar via a cento all’ora a caccia di emozioni forti, da bruciare al buio. Forse era quel maniaco di Sensi Caciottaro, concluse. Stava per gridare, ma sentiva la gola di ghiaccio e la lingua che si rovesciava all’indietro, quasi si muovesse per proprio conto. Sentendosi perduta, si rifugiò ancora una volta nella ripetizione della formula che richiamava il suo allenamento mentale all’autocontrollo. Il mantra della sopravvivenza. Concentrarsi sui battiti del cuore fino a dominarli. Dominare i battiti del cuore fino a concentrarsi. E così via all’infinito. Voleva urlare, ma non ci riusciva. Sperava che suo padre entrasse di colpo nella camera per salvarla, magari attratto da qualche rumore. Cos’altro sperare? Ma Venanzio, gonfio di vino, dormiva come un sasso, affondando la carcassa nel divanetto piazzato davanti alla tv rimasta accesa sui canali privati, dove scorrevano immagini di lesbiche che si leccavano la fica beate, intrecciandosi tra loro, mentre alcuni numeri telefonici in sovrimpressione invitavano a collegarsi coi Paradisi del sesso più sfrenato che facevano levitare le bollette.

L’ombra taceva e non muoveva un muscolo. A Nadia non rimaneva che fingere di dormire. Fingere, in fondo, era una cosa che le era sempre riuscita nel migliore dei modi. Anzi: a pensarci bene, non aveva fatto altro che fingere, da quando era nata. Aveva finto d’amare due genitori semianalfabeti ed egoisti, incapaci di darle una mano o un consiglio nel momento del bisogno… Aveva finto d’essere tutto sommato gratificata da un lavoro di merda… Aveva messo l’amore in un angolino, perché ad un certo punto aveva smesso di credere pure a quello… smesso di sognare… di coltivare speranze che ai suoi occhi erano sempre più simili a idiozie… E poi, in fondo, l’idea d’essere violentata non le spiaceva affatto.

 

 

Fernando Bassoli




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Ore dure
post pubblicato in I miei racconti, il 19 dicembre 2005


Ore dure



A sentire le guardie, là fuori il mondo è in festa permanente. Borbottano storiacce di donne, ‘sti bulletti in divisa, rimuginando sulle chiavate della notte prima. Ma fanno solo a gara a chi la spara più grossa, per farci schiattare mentre ammuffiamo dietro le sbarre. Eppure, a vederli sghignazzare, mimando inculate con la bava alla bocca, all’inizio mi prendeva uno sturbo da prendermi a calci da solo. Ma certe cose non si possono spiegare. Le donne sono la cosa che mi è mancata di più, specie all’inizio. Piano piano, però, ci ho fatto il callo e, ormai, quel che sento dire ai secondini mi rimbalza, anzi, di più: mi scangura. L’ultima volta che sono stato con una, la ricordo a malapena. È stato circa dieci anni fa, in piena estate. Roma era deserta, l’afa si tagliava a fette, le zanzare scendevano in picchiata. M’ero infrattato dalle parti della Magliana - davanti alla Fermata della Metro - con Adele la Tettona. L’avevo conosciuta poche ore prima, ‘sta cagna in calore, mentre pattinava sulla pista del Luna Park. Aveva i capelli biondìcci, l’occhio trombìno e due borraccione ballerine. Un giro sulle giostre, lo zucchero filato, un bacio e c’era subito stata. Ci avevo messo ben poco, a capire di che pasta era fatta, quella mattacchiona assatanata: la dava a destra e manca solo per togliersi uno sfizio e sentirsi femmina, senza neanche farsi pagare. E non si rendeva nemmeno conto, di quanto potesse guadagnare, con la carrozzeria da fuoriserie che si trascinava appresso, fasciata da una sottanella che scopriva due cosce da pantera. Roba da perdere la testa e piantare la famiglia, per correrle dietro... Se non stavo in campana, quella sera mi ci perdevo, in mezzo a quell’ammasso di carne sudatìccia e a quelle tette sconfinate, coi capezzoli che mi fissavano, gagliardi… Mi ricapitasse adesso, avrei pure paura, ché ormai è una vita che sto ingabbiato dentro ‘sta bicocca con Robertone, il mio compagno di cella. Lui è un testaccino di trent’anni, anzi: un testaccione, ché è largo come una porta di calcio. Ha la faccia stinta, esangue: pare di cera - piena di peletti sulla scucchia -, i capelli spennacchiati, raccolti in un ciuffone che gli casca sulla fronte, davanti agli occhi sempre sbarrati, da mammalucco, e il culo così basso che gli puzza di piedi.

Prima di finire qui dentro, faceva il pesciarolo a San Cosimato e la giornata se la guadagnava sempre, ma un giorno s’è stufato di alzarsi alle cinque per spezzarsi di lavoro, e s’è fatto pijà dallo schiribizzo di tentà una rapina al Monte dei Paschi di via del Corso con un misero taglierino. Senza neanche una pistola. Roba da finire dritti agli alberi pizzuti: nemmeno un kamikaze con tanto d’aereo, ci si sarebbe buttato...
“Questa è ‘na rapina! Fuori i soldi... o ve tajo a fettine!” ha urlato allo sportello, dopo aver fatto la sua brava fila insieme agli altri. La cassiera gli ha sghignazzato in faccia e due guardie - grandi e grosse come armadi - gli sono zompate addosso. Dopo averlo ammanettato, l’hanno riempito di schiaffi.
“Avete preso un granchio: non ero io, quello!” s’è difeso all'inizio, in Questura, come se al mondo fossero tutti scemi.
“Scoppiavo di buffi, non sapevo più dove sbatte la testa per campare la famiglia!” ha urlato al giudice, al primo interrogatorio.
“Ma a chi la racconti? Se tutti i povericristi che non sanno come sbarcare il lunario assaltassero le banche... a Roma ci sarebbero più carcerati che moschini!” l’ha stroncato quello, mentre un luccichìo gli balenava negli occhi, e s’è fatto una grassa risata.

 

 

Fernando Bassoli

 




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I ribelli dello spazio
post pubblicato in I miei racconti, il 18 settembre 2005




http://www.grimalkin.it/content.php?id=257&m=

(racconto by Fer)




Saturn




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Amici per la pelle
post pubblicato in I miei racconti, il 30 agosto 2005




http://www.spulp.com/racconti_pulp_splatter/_Amici_per_la_pelle_Fernando_Bassoli.php



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Training Ansiogeno
post pubblicato in I miei racconti, il 28 agosto 2005




http://www.scrivi.com/pubblicazioni.asp?id_pub=57114



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Chi chatta con me?
post pubblicato in I miei racconti, il 25 agosto 2005



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Invio - racconto di Leo. P. Sarpi.
post pubblicato in I miei racconti, il 28 luglio 2005


Alcuni mesi prima uscendo con Jusj, Leonardo Sarpi le aveva prestato il
cellulare, per chiamare Paola Lo Iodice. Ma l'amica di lei non aveva
risposto. Forse Jusj non sapeva, nel restituirgli l'apparecchio, di aver
lasciato l'impronta del numero. E per lui fu facile memorizzarlo, con quel
nome, Paola. Lui l'aveva vista un paio di volte, erano usciti, e l'aveva
subito colpito. Avevano scambiato solo poche parole, ma i loro occhi si
erano incrociati in quel modo che annuncia sempre una curiosità vicendevole.
In ogni modo, sapendo di possedere quel numero, non è che fosse chiaro a
Leonardo precisamente cosa n'avrebbe fatto.
Chiamarla era escluso: per dirle cosa? E poi sapeva: un giorno al telefono,
per caso, Jusj gli aveva detto che stava con uno. Per la verità, all'inizio
egli aveva sperato che, in qualche modo, attraverso la sua amica, avrebbe
potuto incontrarla di nuovo. Ma anche in quel caso, si era detto, non
avrebbe fatto nessun passo. Del resto non aveva manifestato l'intenzione di
rivederla apposta, anche se è vero, non aveva negato a Jusj che, insomma, la
ragazza lo aveva interessato, diciamo. Sapeva bene la dinamica, e come
andavano con lui queste faccende. Era un tipo affascinante, il nostro
Leonardo, ma certo non un uomo che, seduto al tavolino di un Bar, ricevesse
sguardi di approvazione dalle passanti. Quindi figuriamoci, se adesso, dopo
quattro o cinque mesi dal loro ultimo incontro, pensasse seriamente di
utilizzare quel numero in una maniera temeraria, chiamandola, invitandola ad
uscire, e cose del genere. Comunque il fatto di avere in memoria il
cellulare era sempre un passo in più: in qualche modo ora possedeva la
chiave di un contatto, sia pure teoricamente, molto teoricamente?
Leonardo attraversava momenti di altalenante umore, la vita non doveva
apparirgli molto facile. Aveva quasi trent'anni, e aveva perso molto tempo
dietro i suoi progetti adolescenziali prima di svegliarsi, una mattina, con

la chiara consapevolezza di essere quasi sull'orlo del baratro. Diverse
mattine, sempre più spesso ultimamente. E non aveva detto a nessuno che
Paola gli ricordava, in modo inaspettato, Ilaria. E qui sorvoliamo
tranquillamente su cosa aveva significato quella donna nella sua vita.
Stendiamo un velo di plastica su cosa avesse voluto dire amare in un modo
totale chi alla fine non aveva genialmente saputo dire altro che: "Certo io
sto meno male di te, adesso". Grazie. Cazzo!
Quella sera prese il cellulare, e girò casualmente i nominativi. Quasi
macchinalmente iniziò a cancellare quelli che non gli interessavano, tracce
lasciate da sporadici appuntamenti per gli scout, l'università, il partito,
la Legambiente, il cineforum. Ne fece fuori una quindicina.
Poi si trovò davanti quel nome. E altrettanto macchinalmente si ritrovò a
digitare i tasti fino a formare qualcosa come un messaggio da Baci Perugina.
No, non schiacciò casualmente il pulsante INVIO. Ma certo, confidando nell'
anonimato, non fu più di un brivido quello che sentì spedendole quelle
parole.
"Il fiore più bello è quello che non coglierai. Un ammiratore".
Poi, con un sorriso tipo Marlon Brando in Fronte del Porto, cancellò il nome
dalla memoria elettronica. E non ci pensò più. Aveva in qualche modo rotto
anche quel ponte, e proprio perché non sperava più in nessun tipo di
contatto, nella certezza che non avrebbe avuto risposta, ripose la
macchinetta nel soprabito e si avviò verso la porta. La città di sera era
nel fermento delle festività pasquali, e i Pub formicolavano di aitanti
palestrati accompagnati da aitanti fighette sorridenti, ma assolutamente
monotone, ai suoi occhi. Il solito: una bionda media col vecchio Riccardo,
qualche battuta sulla tesi, e poi nanna. Il giorno dopo lo attendeva un
megapasquettone con i parenti, e la prospettiva non gli sarebbe dispiaciuta
poi tanto. La campagna di Suso, con l'odore dell'incipiente primavera, lo
aveva indotto, altre volte, a meditare seriamente una fuga nell'atmosfera
agreste del contado, lontano dal chiacchiericcio monocorde della palude.
Una monotona dozzina di giorni. Leonardo era sdraiato sul divano di Gianni.
Parlavano di tante cose, e ovviamente non si aspettava che all'improvviso il
cellulare annunciasse un messaggio in arrivo con il bip da computer anni
ottanta. Gli arrivarono quelle stesse parole.
Continuando a parlare, digitò: "Contact", aspettando gli eventi.
"E adesso, cosa si coglierà?".
Allora gli parve di capire. Jusj e Paola dovevano essere in vena di scherzi
quella sera. "Bisogna vedere, come? Bonne nuit".
"La gran paracula di una Jusj!". La sua risposta conteneva un chiaro
riferimento alla tesi di Jusj -"il vedere-come in Wittgenstein"-, perciò, da
gran furbo, il giovane-vecchio studente di provincia aveva, nella sua
intenzione, dato un chiaro segnale di aver compreso l'atmosfera goliardica
dell'INVIO. Spostando macchinalmente l'attenzione semialcolizzata dal Made
in Japan dei Deep Purple che aleggiava frusciando nell'aria tersa di fumo,
Gianni disse.
"Chi è?".
 "Niente, sono due mie amiche che si divertono".
"Bone?"
"Solo amiche, tranquillo!".
"Ah! Pensavo?, Sarpi con i suoi movimenti".
"Ma quali movimenti, stronzo".
Leonardo attese ulteriori segni di vita dall'apparecchietto.
Dall'altra parte, il discorso doveva essere glissato, pensò Leonardo, su
qualche altro argomento, e le due amiche, dopo qualche risata, stavano già
adocchiando gli aitantipalestrati etc?
"Dunque ora lei sa chi sono, forse le va di rivedermi".
E altri pensieri. Forse anche a lui andava di rivederla. Ma formalmente,
doveva stare al gioco. Io so che tu sai che io so. Anche se, entrambi
fingiamo di non sapere etc. Quindi formalmente lui era un anonimo
ammiratore. E basta. "E se si fosse lasciata con il tipo, e, sapendo chi
sono, magari fosse incuriosita?"
Fu quest'ultimo pensiero che lo indusse a scrivere sulla tastiera, il giorno
dopo, sfacciatamente:
"Se sai chi sono e vuoi uscire, puoi telefonarmi. Scusa!" Stava per premere
il tasto INVIO, ma pensò anche che era carino firmarsi. Perciò in codice
Morse scrisse il suo nome.
" .-.././---/-./.-/.-./-../--- "
Dopo poche ore, apparve sul display la risposta.
 "Purtroppo non conosco l'alfabeto Morse. Sarebbe utile una traduzione, e
simpatica una presentazione, non esco con chi non conosco".
"Allora il giuoco continua!" Non gli sfiorò minimamente il cervello che lei
davvero ignorasse chi fosse l'ignoto latore di messaggi in codice. Ma non n'
era del tutto convinto. Comunque si affrettò a fornire la traduzione:
"La prima è un L, la seconda una E, la penultima una D; l'ultima un'O, e la
quarta una R. Hai Kapito? Di te so che sei dei Pesci, e a me piace Andrea
De Carlo".
Sì, insomma aveva letto un paio di romanzi, d'estate, ma non è che il giovin
scrittore fosse proprio il suo massimo. Comunque? non era il caso di star lì
a definire parametri estetici.
Congedando quest'ultimo messaggio dovette scoprirsi un po' agitato. I
segnali stavano prendendo sempre più una consistenza inaspettata, e quest'
ultimo INVIO lo aveva, ai suoi occhi, definitivamente smascherato. Se prima
lei poteva fingere di non sapere chi fosse, ora anche l'ultima parvenza di
finzione era cancellata. Gli pareva.
Quel giovedì continuò comunque nella scialba routine del lavoro di tesi,
interrotto da qualche telefonata di qualche ragazzo del Clan che gli
chiedeva informazioni sull'uscita e accompagnato dal diuturno ascolto di UP
dei REM, molte sigarette, solite urla con il padre, il fratello etc.
Venerdì sera, riunione con i capi scout. Si parla della guerra in Serbia, si
annunciano le attività di sostegno all'azione umanitaria.
Umanitaria un paio di palle: prima i kazzo di Amerikani bombardano poi
mandano gli europei a raccogliere i morti. La tensione di una riunione di
Co. Ca. (traduciamo dallo scoutese, per non indurre il lettore non iniziato
a devianti interpretazioni: Comunità Capi) è difficilmente descrivibile da
chi non l'abbia vissuta. Sorvoliamo anche sul fatto che lì era anche
presente Floriana, con cui Leonardo non sapeva esattamente come stessero le
cose. Sì insomma, lei aveva dato dei segni di interessamento, anche troppo
forse, nei suoi confronti, ma a lui quella ragazza l'aveva un po'
spaventato. E poi non aveva voglia, o forza mentale di indagare veramente
quale rapporto potesse sortirne. Fatto sta che lei quella sera gli aveva
detto che non sarebbe venuta all'uscita di sabato, Leonardo, non si sa bene
per quale motivo, si incazzò moltissimo: si sarebbe dovuto sorbire da solo
un Challenge Agesci con 80 sedicenni infoiatissimi e interessati solo ad
inguattarsi vicendevolmente nelle tende per adempiere i doveri del loro
status tardoadolescenziale, dovendo per di più convivere con 15 capi del
tutto sconosciuti, e discettare di metodi pedagogici e altre quisquilie. Ma
comunque. No, comunque un corno! L'incazzatura con la quale uscì,
congedandosi anzitempo con un ghigno sforzato, inquadrato dal puntatore
laser dello sguardo di di Floriana, dal Pub ove, post-riunione, i capi scout
si riunivano per il momento 'di convivialità', lo dissuase dal chiedersi a
chi corrispondesse il numero telefonico apparso sul display sotto il titolo:
chiamata persa.
Il giorno dopo, per curiosità, fece il 1412 e risultò che il numero
corrispondeva ad uno studio di tal avvocato Marrazzi, via Pontinia angolo
via Germania. Un fulmine attraversò la mente di Leonardo: si ricordò della
prima volta che aveva visto Paola Lo Iodice, nel parcheggio sotto la di lei
casa, e realizzò trattarsi proprio di quella via.
"Allora fai sul serio!" pensava, avviandosi con la sua golf blu nella
direzione 'ignota'. Passò sotto casa sua.
"Sì è proprio qui. Ok, bimba. E adesso?". Arrivò sul parcheggio di fronte
alla Curia Vescovile, girò e transitò di nuovo nella direzione dello
studio-Marazzi-casa-di-Paola, con apparente sguardo concentrato sulla
strada, sorriso tipo chow boy Marlboro, e braccio sinistro rigorosamente
appoggiato sul finestrino della voiture. Tornando a casa passò al
supermercato dove acquistò una scatola da dodici barrette Kinder, e due
flaconi di Alcol denaturato (questi servivano, tranquilli, per le spiritiere
degli scout, mentre le prime erano il
giusto controbilanciamento della sua ansia crescente).
"Cazzo!, se mi chiede di uscire io nemmeno posso, stasera! Sfiga enorme,
come sempre!".Dopo cinque minuti che era tornato a casa, arriva uno squillo
sul Tim. Questa volta, dall'altro capo abbassarono dopo aver sentito il suo
"pronto!". 1412: Studio proc. Leg. Giuliani, via Pontinia, etc.
"Ueh, ma allora mi hai visto?".
Leonardo, dopo mezzo secondo, digitò: "Ciao@".
E dopo un altro mezzo secondo giunse dalle profondità diafane dell'etere la
Risposta: "Solo questo mi dici? Non ci sono altre indicazioni? Hai letto
anche le tecniche di De Carlo".
"Cosa rispondo, cosa rispondo?. E se mi chiede di uscire? Stasera non posso:
Sfiga enorme" si ripeté. Doveva cercare un frase che non sospendesse il filo
magico che si era innescato, e non smorzasse l'attesa da parte dell'altra,
perciò non trovò di meglio da scrivere:
"No, ma le leggerò. Guido Laremi".
La fottutissima uscita scout riuscì appena a scansare l'attenzione di
Leonardo dalla risposta che seguì al suo ultimo INVIO:
"Troppa confusione in questi Msg.; Guido Laremi, Leonardo? Chi sei? La
curiosità è una brutta malattia".
Dunque lei non sapeva, dunque lui doveva sembrargli una specie di maniaco,
che approfitta del nascondimento per minare la privacy di leggiadre
fanciulle, e far nascere non certo benevole e tranquillizzanti curiosità!
Oppure, lei aveva capito, e non gradiva il ritorno al nascondimento, e così
facendo schermava magari un reale interesse verso quel personaggio
conosciuto quasi un anno prima. Ma no: tutto sembrava concorrere verso l'
ipotesi più terribilmente ovvia. Lei non aveva davvero compreso la sua
identità, e non era bastato neppure il suo nome, tradotto dal Morse. Quindi,
Paola non era stata, dopotutto, colpita da Leonardo, come, forse
inavvertitamente, molto tempo prima, Jusj aveva dato cenni di rivelare;
colpita a tal punto che il suo solo nome e pochi altri cenni le ravvivassero
un'emozione. Era giunto il tempo di smascherarsi completamente dunque, anche
a rischio,
sì decisamente a rischio. Il lunedì seguente Leonardo mandò il messaggio
definitivo:
"La curiosità è il pane quotidiano di noi filosofi scout di provincia. Leo.
S., ciao P.".
Passarono tre giorni prima di avere visualizzate le parole:
"E adesso che so chi sei, cosa ti aspetteresti che facessi? Il manuale delle
giovani Marmotte cosa prevede? Perché, da quest'estate, solo adesso".
La sua coscienza di capo scout fu un attimino irritata di fronte a quel
messaggio, dovendogli sembrare leggermente sfottente.
 "Giovani Marmotte, un corno! Io non sono uno che ama i trucchetti". Pensò.
 "Solo adesso": gli parve un segno di sfida e insieme suonò alle sue
orecchie come un richiamo ad eventuali suoi doveri di
ragazzo-che-doveva-provarci-prima, quasi che avesse perduto un treno al
momento giusto e che ora fosse troppo tardi ormai.
 "Il manuale delle G.M. insegna solo a seguire le piste. Ma i tempi giusti
non li dice. Come va?"
In quel "come va" c'era l'invito a svincolarsi dal meccanismo un po'
nevrastenico e giocoforza difensivo del botta e risposta secco, il tentativo
cioè di proporre una tregua in questa schermaglia verbale addivenendo a più
calorosi e tranquillizzanti scambi. Ma c'era anche, non dissimulato, il
desiderio di farsi più vicino, complice, presentandosi realmente con i toni
giusti. Aveva grande stile per queste cose, se voleva, Leonardo. Ed era l'
unica sua arma. Un'arma a doppio taglio tuttavia, che quasi sempre aveva
tagliato lui solo, giacché purtroppo, aveva dato la stura ad un
atteggiamento solo più di 'amicizia', e cose del genere. E infatti.
A quel messaggio non ci fu risposta. Dopo tre giorni il nostro si decise a
formulare finalmente in termini inequivoci la fatidica richiesta di
chiarimento (ormai totalmente inequivoci; lei sapeva bene chi era, forse,
anzi sicuramente n'aveva già parlato con Jusj, e forse anzi sicuramente lei
le aveva dato i giusti e adeguati consigli del caso, maledizione! E
sorvoliamo sullo sputtanamento che ne sarebbe sortito con Jusj.)
 "Un grande freddo? Potrei aspettarti, o l'estate è troppo lontana ormai?".
A queste parole seguì una salva di messaggi a paletto, che confermarono il
nostro nella terribile ipotesi:
"Detto così non è il massimo. Il mio cuore è già abitato (tu forse già lo
sapevi), ma so essere di buona compagnia"
E, subito dopo, "Non vorrei perdere una persona preziosa prima ancora di
averla avuta. Ma la scelta è tua mi dispiace".
Seguì un terzo, ultimo e apparentemente più enigmatico messaggio: "Aspetto
con ansia tue nuove, e magari una telefonata. L'estate è alle porte. Non
essere un Guido Laremi. Ti aspetto. Ciao! Paola". La prima reazione di
Leonardo fu quella di spedire un "passo e chiudo, e scusa di tutto. E io non
amo i trucchi, e l'amicizia tra noi lo sarebbe, ciao Leo!". E in questo
pensò: cazzo sei davvero un bastardo, ma fai bene! Tutto ciò doveva
sembrargli molto leggendario. Digitò quel messaggio, ma nel momento in cui
stava gettandolo per sempre tra lui e la Virtuale, il cellulare si spense.
Check Battery!!! Nel tempo di ricaricamento ebbe la fortuna di calmarsi.
Sorrise. Tutta quella vicenda gli piaceva, in fondo.
 "Dovremo scriverla questa storia: Ti chiamo io, con più calma. Ciao
abitatrice. Simpaticamente Leonardo Laremi".
Accendendosi una Marlboro si sorprese a guardare il cielo di ghisa con
curiosità e altri buoni sentimenti. Poi schiacciò il tasto INVIO.

 




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Work in progress - ovvero: come nasce un racconto
post pubblicato in I miei racconti, il 14 maggio 2005


UN UOMO CHIAMATO SENSI CACIOTTARO

Ricco di famiglia, decorato da 4lauree4 felicemente conseguite, Gennaro Sensi avrebbe potuto essere una gran bella persona.
Non era nemmeno brutto: alto 1,95, moro e zazzeruto di capelli rilucenti – da eterno adolescente -. Ma la passione sfrenata per le caciotte lo aveva tradito. Pesava ormai 172 kg ufficiosi (ma le malelingue insinuavano fossero molti di più) e dunque ogni cosa gli pareva piccola, corta, stretta, inadeguata ed irraggiungibile: specie le ragazze, che gli apparivano intimorite dalla sua mole.
In realtà, a tenerle a distanza di sicurezza era il suo proverbiale fanatismo intollerante, filonazista.
Appassionato di storia, rispondeva per le rime a qualsiasi tipo di obiezione, argomentanto a mo’ di principedelforo e citando fonti a memoria, svelando retroscena ed aneddoti che avrebbero preso in contropiede un professore universitario.

(continua)



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Cicco Petrillo - favola by Patty
post pubblicato in I miei racconti, il 9 maggio 2005


C'era una volta moglie e marito che avevano una figlia femmina, e avevano
trovato a maritarla. Il giorno delle nozze avevano invitato tutti i parenti
e dopo lo sposalizio si misero a tavola. Sul piú bello del pranzo, venne
a mancare il vino. Il padre disse alla figlia sposa: - Va' giú in cantina
a prendere del vino.
La sposa va in cantina, mette la bottiglia sotto la botte, apre la spina
e aspetta che la bottiglia si riempia. Intanto che aspetta, cominciò a pensare:
" Oggi mi sono accasata, di qui a nove mesi mi nascerà un figlio, gli metterò
nome Cicco Petrillo, lo vestirò, lo calzerò, diventerà grandicello... e se
Cicco Petrillo poi mi muore? Ah? Povero figlio mio! " e sbottò in un pianto,
un pianto da non dirsi.
La spina intanto era sempre aperta, e il vino correva giú per la cantina.
Quelli a pranzo, aspetta la sposa, aspetta la sposa, ma la sposa non ricompariva.
Il padre disse a sua moglie: - Va' un po' in cantina a vedere se quella là
si fosse addormentata, alle volte!
La madre andò in cantina e trovò la figlia che piangeva da non poterne piú.
- Che hai fatto, figlia? Cosa t'è successo?
-Ah, mamma mia, stavo pensando che oggi mi sono maritata, tra nove mesi farò
un figlio e gli metterò nome Cicco Petrillo; e se Cicco Petríllo poi mi muore?
- Ah! Povero mio nipote!
- Ah! Povero figlio mio!
E le due donne sbottarono a piangere tutte e due.
La cantina, intanto, s'empiva di vino. Quelli che erano rimasti a tavola,
aspetta il vino, aspetta il vino, il vino non veniva. Disse il padre: - Gli
sarà preso un colpo a tutt'e due. Bisognerà che vada a darci un'occhiata.
Andò in cantina e trovò le due donne che piangevano come due creature. Disse:
- E che diavolo v'è successo?
-Ah! Marito mio, sapessi! Stiamo pensando che ora questa figlia nostra s'è
maritata, e presto presto ci farà un figlio, e a questo figlio gli netteremo
nome Cicco Petrillo; e se Cicco Petrillo se ne muore?
- Ah! - gridò il padre. - Povero Cicco Petrillo nostro!
E si misero a piangere tutti e tre, in mezzo al vino.
Lo sposo, non vedendo tornar píú su nessuno, disse: - Ma che accidente staranno
a fare giú in cantina? Fatemici andare un pò' a vedere, - e scese giú.
A sentire quel piagnisteo: - Che diavolo v'è sceso, che piangete?
E la sposa: - Aih Marito mío Stiamo pensando che noi ora ci siamo sposati,
e faremo un figlio e gli metteremo nome Cicco Petrillo; e se Cicco Petrillo
nostro se ne muore?
Lo sposo dapprincipio stette a vedere se facevano per scherzo, poi quando
capí che facevano sul serio, gli saltarono le paturnie e cominciò a urlare:
- Che eravate un po' tonti, - dice, - me l'immaginavo, ma fino a questo punto,
- dice, - non me l'aspettavo proprio -. Dice: - E adesso mi toccherà perdere
il mio tempo con questi mammalucchi! - Dice: - Ma manco per sogno! Me ne
vado per il mondo! - Dice: - Sissignore! E tu cara mia, datti l'anima in
pace che non mi vedi piú. A meno che girando il mondo non trovassi tre matti
peggio di voi! - Dice, e va via. Uscí di casa e non si voltò nemmeno indietro.
Camminò fino a un fiume, e c'era un uomo che voleva levare delle nocciole
da una barca con la forca.
- Che fate, buon uomo, con codesta forca?
-È, un pezzo che ci provo, ma non riesco a levarne nemmeno una.
- Sfido! Ma perché non provate con la pala?
- Con la pala? To', non ci avevo pensato.
" E uno! - disse lo sposo. - Questo qui è piú bestia ancora di tutta la famiglia
di mia moglie ".
Camminò, finché non arrivò a un altro fiume. C'era un contadino che s'affannava
ad abbeverare due buoi col cucchiaio.
- Ma che fate?
-Sono qui da tre ore e non sono buono a cavar la sete a queste bestie!
E perché non gli lasciate mettere il muso nell'acqua?
Il muso? Eh, dite bene: non ci avevo pensato.
E due! ", disse lo sposo, e andò avanti.
Cammina, cammina, in cima a un gelso vide una donna che teneva in mano un
paio di brache.
- Che fate lassú, buona donna?
-Oh, se sapeste! - gli disse quella. - Il mio uomo è morto e il prete m'ha
detto che se n'è salito in Paradiso. lo sto ad aspettare che torni giú e
rientri nelle sue brache.
" E tre! - pensò lo sposo. - Mi pare che non s'incontra che gente piú tonta
di mia moglie. :è meglio che me ne torni a casa mia! " Cosí fece e si trovò
contento, perché si dice che il peggio non è mai morto.


(by Patty)



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La Signora Mariani - racconto di Amalia Tagliaferri
post pubblicato in I miei racconti, il 9 aprile 2005


 

Avevo servito la cena alla Signora Mariani per un mese. Arrivava puntuale ogni sera alle otto e, dopo aver consumato un pasto sempre identico, se ne andava poco prima delle dieci.
La prima volta che la Signora Mariani mise piede nel ristorante dove lavoravo da tre anni, pioveva a dirotto e quella donna aveva l’aria smarrita ed ebete di certi individui che soffrono di amnesie temporanee o che mostrano i chiari segni di sofferenza di chi non dorme da svariati giorni.
Si guardò attorno frastornata come se non si fosse resa conto di aver fatto irruzione in un locale adibito alla ristorazione. Era sabato e tutti i tavoli erano occupati, nessuno di noi si curò di lei, benché tutti avessimo notato la sua anomala presenza.

Rimase immobile accanto alla porta d’entrata, indossava un curioso cappellino verde, simile ad una bombetta, appesantito dall’acqua piovana e un cappotto dello stesso colore che le sezionava in due parti i polpacci avvolti da calze sottili e trasparenti. Ai piedi aveva un paio di mocassini marroni e nella mano destra stringeva una borsa intonata dalle fattezze analoghe ad una di quelle valigette che si usano per contenere i trucchi e i prodotti per la cura del corpo. Sulla pelle diafana era steso un leggero velo di cipria, che il diametro del singolare cappellino aveva protetto mantenendolo uniforme. Le guance delicatamente rosate e un rossetto di simile coloritura la facevano assomigliare ad una bambola di porcellana. Gli occhi erano azzurri ed aveva il viso segnato da rughe non troppo profonde. Pensai che non avesse più di cinquant’anni o forse ne aveva di più, ma non li dimostrava affatto. Il suo aspetto nel complesso poteva essere considerato gradevole, seppure viziato da un’aria decisamente demodè.

Impassibile attese che qualcuno le rivolgesse la parola e la facesse accomodare, ma credo che né lei fosse del tutto consapevole della realtà che la circondava, né noi, in corsa da un tavolo all’altro, avevamo tempo da dedicarle. Ci limitavamo a lanciarle occhiate fugaci, ma carichi di piatti, menù ed ordinazioni, non ci avvicinavamo. Speravamo che, sentendosi ignorata, se ne sarebbe andata.

La sua espressione disorientata non suscitava simpatia, né tanto meno compassione.

Il ristorante dove lavoravo non aveva mai conosciuto momenti di crisi, potevamo permetterci quindi di selezionare la clientela e di far capire a coloro che non reputavamo affini che non erano riusciti a conquistare la nostra indulgenza. Gli espedienti impiegati hanno sempre funzionato, anche con quelli irrispettosi che a fine serata rovesciano i rimasugli dei piatti nei bicchieri oppure intessono pezzi di stuzzicadenti nei tovaglioli, ma con la Signora Mariani non funzionò. In tutta onestà all’inizio ero convinta che occhiatacce, gesti bruschi, che facevano sobbalzare pericolosamente sughi e oli dal piatto, oppure risposte sgarbate e attese interminabili, non fossero sufficienti a scoraggiare le intrepide teste calde che credono sia nel loro diritto di paganti organizzare dispetti ai danni del locale e di chi ci lavora, ma nel giro di poche settimane, come mi avevano garantito Sandra e Ludovico che lavoravano nel ristorante da molto tempo, mi dovetti ricredere. Era proprio questa la cosa che più apprezzavo del mio lavoro lì, i trucchi per scacciare quegli avventori molesti che hanno in spregio coloro che si prodigano affinché i clienti siano soddisfatti, e che li trattano al pari di essere umani inferiori da sottomettere e deridere. Ho constatato che tale identikit si addice agli incolti e agli abbienti.

La Signora Mariani attese più di mezz’ora fino a che Lucia, la proprietaria, non poté evitare di scusarsi e di invitarla a sedersi.

Vedevo che farneticava confusamente qualcosa, ma alla fine si accomodò al tavolo da due posti accanto alla cassa, l’unico che in quel momento era disponibile. Si era, infatti, appena alzata una coppia di fidanzati e Lucia, con la celerità che la caratterizzava, provvide a smantellare i due coperti in favore di uno.

Non appena Lucia le porse la sedia, la Signora Mariani sprofondò su di essa, senza nemmeno togliersi il cappello e il soprabito che nel frattempo doveva averle inumidito anche i vestiti.

Eravamo stupiti e divertiti da quella donna dall’espressione così assente, così inconsapevolmente comica.

La prima sera fu Lucia a servirla, noi ci limitammo a sghignazzare tra una portata e l’altra.

Nel ristorante c’era un televisore sempre acceso. Ad essere privilegiate erano in genere le trasmissioni satellitari di cucina e di sport, ma alle otto e mezza Ernesto, il marito di Lucia, che era perennemente appollaiato sul trespolo dietro la cassa anche quando mangiava, reclamava la sua dose giornaliera di telegiornale. E così io, Sandra o Ludovico, poco prima dell’ora fatidica, premevamo il tasto magico del telecomando e davamo inizio alla carneficina quotidiana e agli intrighi politici di cui sono infarciti i telegiornali e che li rendono più attraenti di qualunque moderna fiction.

Alla voce del giornalista in giacca e cravatta, la Signora Mariani, che da poco si era accomodata, improvvisamente sussultò, come se si fosse finalmente risvegliata, e i suoi occhi iniziarono ad assumere un’animosità regolare e cosciente.

Ad eccezione di quell’unico moto d’impeto, tuttavia, rimase taciturna per tutta la sera, consumò abbastanza in fretta ciò che aveva ordinato, pagò in contanti e se ne andò poco prima delle dieci.

Credevamo tutti che non l’avremmo più rivista, ma ci sbagliavamo: la Signora Mariani alle otto della sera seguente entrò di nuovo nel ristorante.

Volle occupare ancora il tavolo accanto ad Ernesto il quale già scalpitava per il suo telegiornale poiché dalle prime ore del mattino non si parlava d’altro che della scomparsa di tre persone ed Ernesto nutriva un’attenzione morbosa per le vicende umane torbide e gli omicidi efferati. Ogni volta che penso ad Ernesto lo immagino sempre con una penna e un notes in mano, di quelli che si usano per scrivere le ordinazioni, naturalmente, e che, in preda all’eccitazione, con le tempie frementi e sudate, chiede un autografo all’assassino di turno.

Tra gli scherni di tutti, toccò a me servire la Signora Mariani. Avevamo applicato, non appena, increduli,  la vedemmo varcare la soglia del locale, la consueta regola dell’ordine alfabetico. Io mi chiamo Anna.

Anche i ragazzi della cucina, che erano stati debitamente informati che la signora della pioggia era tornata, sogghignavano tra i vapori e gli umori del loro covo.

Mi avvicinai al tavolo della Signora Mariani e presi un’ordinazione perfettamente identica  a quella della sera precedente.

Le persone che mangiano da sole destano sempre una sorta di curiosità mista a tristezza perché inevitabilmente ci si domanda la motivazione dell’assenza accanto a loro di un amico, un amante, un familiare e se ne deduce regolarmente che si tratta di creature emarginate con qualche fardello da sopportare.

In verità, sebbene Ludovico si ostinasse a sostenere il fastidioso stereotipo dell’insegnante in pensione che non aveva mai conosciuto le gioie del talamo per via dell’assenza di fede e della sua aria da timida adolescente illibata, io credevo, invece, che dietro quell’espressione stonata si nascondesse qualcosa, magari un figlio illegittimo, come mi aveva apostrofato Sandra, dato alla luce e affidato alle cure di una qualche giovane coppia di sposi e che ora, a distanza di molti anni, palpitava dal desiderio di conoscere.

Ignara delle nostre congetture sul suo conto, la Signora Mariani mangiò e per la terza volta consecutiva poco prima delle dieci se ne andò.

La sera successiva, alle otto, la Signora Mariani entrò nel ristorante. Solito tavolo, solita ordinazione e una richiesta particolare a Ludovico, che fossi io la cameriera designata a servirla anche nel corso delle altre cene che, aveva lasciato intendere, sarebbero seguite.

Ancora oggi mi chiedo perché avesse scelto me, ma la domanda non mi inquieta più come un tempo. Accetto ormai la casualità dell’accaduto e ne traggo gioie ed affanni.

Lasciò il ristorante poco prima delle dieci. Mentre si alzava, la anticipai e, porgendole il cappotto verde, notai che la sua bocca non riuscì a trattenere un sorriso. Pagò in contanti, mi diede una mancia cospicua e ci salutò dandoci ufficialmente appuntamento alla sera dopo.

Con il trascorrere dei giorni la Signora Mariani abbandonò il suo silenzio ed iniziammo a scambiare qualche parola. S’intende, ciò accadeva solo con me. Sandra e Ludovico erano infatti invidiosi delle laute mance della signora ognuna delle quali superava di gran lunga quelle raccolte da entrambi e per ripicca avevano iniziato ad ignorare oltre che lei, anche me. Lucia, loquace ed estroversa, non riusciva dal suo canto a trovare simpatica quella donna monotona e strampalata. Ernesto, poi, era alle prese con la scomparsa di un’attempata e facoltosa possidente, del suo giovane marito e del loro autista, scomparsa che la polizia e i giornali consideravano con ogni probabilità, imputabile alla domestica della coppia, sulle cui tracce si stavano muovendo gli inquirenti. La donna era infatti misteriosamente riuscita ad entrare in possesso di tutti i beni della ricca padrona, persino del suo conto corrente e dei suoi investimenti azionari. Davvero un bel colpo e chissà ora dov’era.

Spesso la Signora Mariani poco prima di andare via mi tratteneva per alcuni minuti al suo tavolo e mi chiedeva di raccontarle qualcosa di me, mentre di sé non parlava mai. Riuscii a strapparle una sola rapidissima confessione, era vedova, ma precisò subito che non intendeva rievocare il suo passato poiché con gli occhi della maturità le appariva malinconico e lacrimoso. Non osai mai chiederle altro e ora so quanto lo avesse apprezzato!

Io, invece, non fui affatto restia e, dimostrandosi un’ottima ascoltatrice, qualità che non avevo mai incontrato fino ad allora in nessuno, le confidai l’odio, mai sopito, nemmeno ora che erano anziani ed indifesi, nutrito per i miei genitori, della loro arretratezza culturale, della loro avidità, della mia carriera di cameriera iniziata a quindici anni per loro volere, della mia incapacità di emergere dal fango nel quale ero invischiata soprattutto a causa della mia pusillanimità che mi impediva di liberarmi da una realtà che, per quanto squallida ed insoddisfacente, era l’unica sicurezza che possedevo. Mi spinsi sino al punto di rivelarle il sogno di aprire un ristorante tutto mio per non dover più sottostare a ordini e rimproveri e riuscire soprattutto a ricavare qualcosa di concreto da una professione che non avevo scelto e dalla quale non ero purtroppo in grado di affrancarmi. Cos’altro potevo fare? A cosa potevo ambire ora che avevo trent’anni la metà dei quali trascorsi tra pizzerie e ristoranti, tavoli e cucine e per di più senza l’ombra di un titolo di studio? L’unica ascesa sociale a me consentita era quella di aprire un locale. Ci sarebbero voluti, però, almeno dieci anni e una piccola vincita al Lotto per riuscire a reperire il denaro necessario all’impresa. Non volevo soci, doveva essere solo mio.

Durante le nostre estemporanee conversazioni, la Signora Mariani si limitava ad ascoltare in silenzio, non commentava ciò che usciva dalla mia bocca, il suo volto era imperturbabile e non riuscivo mai a capire se la sua fosse compassione o ammirazione, se capiva i miei tormenti oppure li biasimava. Enigmatica, Signora Mariani!

La sua presenza nel ristorante si protrasse per cinque settimane e dal primo giorno in cui non la vidi più varcare alle otto in punto la soglia del locale, avvertii una profonda nostalgia per quella donna così singolare che tutti ricordavano come la Signora della pioggia oppure la Signora stordita. Per me, invece, la Signora Mariani era la donna che mi aveva aiutato a tirare fuori la rabbia che ruggiva dentro di me. Le confessioni agli estranei sono confessioni davanti allo specchio, la Signora Mariani era stata la tesa lucente in cui ero riuscita a vedere riflessa la mia autentica immagine. Di questo gliene sarò inevitabilmente per sempre grata, insieme ad un’altra cosa.

Alcuni mesi dopo la sua sparizione, avvenuta in maniera improvvisa proprio come la sua irruzione in quella fredda e uggiosa sera di novembre, il postino mi svegliò una mattina di primavera per recapitarmi una raccomandata che richiedeva la firma del ricevente. Ero certa che si trattasse di una multa, poiché recentemente avevo ignorato l’autovelox posizionato astutamente tra le fronde della strada provinciale che percorrevo una volta a settimana per andare a trovare mio fratello che abita fuori città, quindi la aprii con una certa riluttanza e con la convinzione che quella busta mi avrebbe rovinato una giornata che con il suo tepore e il sole luminoso si preannunciava, invece, dispensatrice di preziosa energia.

Con sorpresa constatai che era una lettera vergata a mano e che al suo interno era contenuto un incarto rettangolare. Incuriosita, mi precipitai subito su quella calligrafia blu dalle letture allungate ed oblique e rimasi sbalordita da quello che c’era scritto e soprattutto da chi lo aveva scritto.

Cara Anna,

così come tu hai aperto a me i tuoi pensieri e mi hai reso partecipe senza falsi alibi dei tuoi problemi, ora sarò io a confidarmi con te.

Sono un’assassina, una pluriomicida. Ho ucciso il mio giovane marito, la nostra governante e il suo amante, il nostro autista. Avevo scoperto che i tre stavano tramando per sottrarre tutte le mie ricchezze a loro vantaggio e per organizzare il mio suicidio. Ho regalato a loro quello che loro stavano per regalare a me.

Stai tranquilla, nessuno verrà mai a chiederti informazioni sul caso. La Signora Mariani non esiste più, non è mai esistita ed io ormai sono troppo lontana.

All’interno della busta troverai un assegno. Usalo per costruire ciò che desideri. E’ un dono per aver raccolto questo segreto.

                                                                               Per l’ultima volta, La Signora Mariani

Scartai subito il foglio che rivestiva l’assegno, i miei occhi vacillarono, ebbi un tremito: cento milioni di lire. Non riuscivo a crederci! Non sapevo se essere più sconvolta per la contentezza dell’entità del regalo o più sconvolta per il terrore di aver scoperto che la mite Signora Mariani a cui per un mese avevo servito maltagliati con fagioli e arista di maiale con patate era in realtà un’assassina. Alla fine scelsi la prima opzione, sebbene mi tormentai per giorni e giorni cercando di ricostruire la sconcertante vicenda e fui più volte sul punto di strappare l’assegno.

Capii subito di cosa si trattava. Ricordai, infatti, la misteriosa scomparsa della facoltosa ereditiera, di suo marito e dell’autista consumatasi a novembre e a cui Ernesto si era talmente appassionato da insinuare che la pista della domestica ladra ed assassina, seguita sin dall’inizio dalla polizia, fosse in realtà una copertura che celava chissà quale macchinazione.

Avevo sempre reputato Ernesto un uomo scarsamente dotato di acume, a differenza di sua moglie Lucia, vero pilastro della loro vita familiare e lavorativa, ma dovetti riconoscere che in quella circostanza dimostrò davvero un grande intuito.

La Signora Mariani, probabilmente, dopo essere venuta a conoscenza delle intenzioni dei tre, averli uccisi ed averne anche occultato i corpi, dato che tutt’oggi non si hanno notizie del loro ritrovamento, ha con molta astuzia fatto in modo che i sospetti ricadessero sulla giovane governante a cui aveva precedentemente accreditato molte delle sue proprietà e della quale ha assunto addirittura, forse soltanto per un breve periodo, l’identità. Magari proprio per tutto il mese che aveva trascorso nel ristorante di Lucia. Veniva da noi per ricevere aggiornamenti sulle indagini dal telegiornale che puntualmente Ernesto seguiva e commentava con scrupolosa attenzione e quando il clamore attorno alla vicenda si è sopito, ha deciso di sparire e di ricominciare una nuova vita chissà dove.

Mi ero perfettamente calata nei panni di Ernesto e per di più ero anche in possesso dell’autografo dell’assassino.

Continuai con le mie supposizioni e ricostruzioni fino a quando non decisi che fosse giunto il momento di andare in banca a riscuotere l’assegno, un premio per essere stata depositaria di un delitto la cui consapevolezza mi avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Ho usato quel denaro per aprire il mio ristorante, che, dopo un esordio che non si può di certo definire brillante, procede discretamente da ormai sei anni.

Tutti, persino i miei genitori e mio fratello, sono convinti che io abbia messo a segno un’ingente vincita al Lotto. Sono stata io a farglielo credere e così ho cercato di convincere anche me stessa che le cose siano andate proprio in questa maniera. Mi capita, però, di frequente, dopo essere rientrata a casa, di ritorno dal ristorante, di precipitarmi in camera da letto, di tirare fuori dall’armadio la fotocopia incorniciata di quell’assegno da cento milioni di lire e di piangere. Non riesco ancora a distinguere se più per la felicità o per la disperazione.



(Amalia Tagliaferri)
tratto dall'antologia "Con parole di donna" 




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Pezzi Di Vetro
post pubblicato in I miei racconti, il 19 marzo 2005


L'uomo che cammina sui pezzi di vetro
dicono ha due anime e un sesso
di ramo duro in cuore
e una luna e dei fuochi alle spalle mentre balla e balla,
sotto l'angolo retto di una stella.
Niente a che vedere col circo,
nè acrobati nè mangiatori di fuoco,
piuttosto un santo a piedi nudi,
quando vedi che non si taglia, già lo sai.
Ti potresti innamorare di lui,
forse sei già innamorata di lui,
cosa importa se ha vent'anni
e nelle pieghe della mano,
una linea che gira e lui risponde serio
"è mia"; sottindente la vita.
E la fine del discorso la conosci già,
era acqua corrente un pò di tempo fà che ora si è fermata qua.
Non conosce paura l'uomo che salta
e vince sui vetri e spezza bottiglie e ride e sorride,
perchè ferirsi non è impossibile,
morire meno che mai e poi mai.

Insieme visitata è la notte che dicono ha due anime
e un letto e un tetto di capanna utile e dolce
come ombrello teso tra la terra e il cielo.
Lui ti offre la sua ultima carta,
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire,
quando dice "È quattro giorni che ti amo,
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito".
E non hai capito ancora come mai,
mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai.
Però stai bene dove stai. Però stai bene dove stai.


(ricevuto da Julienne)



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Bruxismi eccentrici
post pubblicato in I miei racconti, il 14 gennaio 2005


Ora mi dicono tutti “Bravo!”.
(Ma de che?)
“Bravo Bassoli, bravo! Vai, vai…”
(So’ diventato un cavallo?)
Avevano sempre creduto in me, sostengono. Mi invitano, adesso. Vogliono darmi pure un premio.
(quando mai s’è visto un premio, a casa mia? al massimo è entrato qualcosa coi punti del detersivo)
Intanto mi danno pacche sulle spalle. Mi sorridono. Qualcuno vuole offrirmi un caffè. Ma io rifiuto. Sono gli stessi che mi chiedevano dove potevano comprare un mio libro. E poi non andavano nemmeno in libreria.
(Che me lo chiedevano a fare?)
Mi chiedo dove fossero quando battevo i denti, per non battere sulla strada, dentro una stanza di gelo, zeppa di libri e vuota di pane. Mi domando come facevano a riempire i loro serbatoi, mentre io non avevo i soldi non dico per un’automobile, ma nemmeno per rinnovare la patente. Cosa mangiavano, quando io pranzavo con 1.200 lire? Cosa pensavano, quando mi toccava scegliere tra cinque piadine & un barattolo di marmellata, oppure tra due scatolette di ceci & un dentifricio di serie d? È forse venuto qualcuno a bussare alla mia porta? mi hanno telefonato? mi hanno offerto una cena? Mi chiedo dove fossero, quando addentavo i battenti di porte che stavano chiuse pure quando erano lasciate aperte, nella speranza che qualcuno entrasse. Mi chiedo dove fossero quando martellavo i tasti il giorno di Natale, quando entrare in un Cinema era solo sognare. Forse sono gli stessi che ritenevano che il mio nome fosse troppo di sinistra per vincere un concorso, oppure che il mio aspetto fosse troppo di destra, per camminare al mio fianco. Forse sono gli stessi che oggi mi spediscono i loro manoscritti, affinché dia loro un buon consiglio. O i loro libri, per una misera recensione.
(Gli cambierà la vita?)
Mica lo sanno, loro, che per leggere un libro che mi piaceva davvero dovevo rubarlo.
(Cazzo, m’avessero preso mai. Devo avere un gran talento ladresco)
E poi parliamoci chiaro, mettiamo il dito nella piaga: erano forse presenti, loro, il giorno in cui la sconfitta del Valence ad Amiens - chi se la può dimenticare? – mi ha fatto svanire una vincita di 2.400 Euro in una giornata in cui avevo beccato perfino la vittoria esterna del Monchengladbach non ricordo dove quotata a 6,00?
(si chiama oblio della memoria)
“Che culo!” avrebbero commentato, da veri ignoranti. Mica lo sapevano, loro, che quell’anno il Monchengladbach non aveva mai vinto fuori casa. E che prima o poi gli zeri si cancellano, durante il campionato. Fateci caso. Tra loro, tra questi vigliacchi, si nasconde di certo anche il centravanti dell’Amiens. Il signor nessuno che quel giorno segnò tre-reti-tre ad una squadra seconda in classifica. Non ricordo il suo nome.
(Si chiama: rimozione)
Quello che mi fece stringere i denti fino all’ultimo secondo, davanti al monitor, nella speranza che il Valence riuscisse a segnare quattro goal nei minuti di recupero. O che ci fosse un errore. Che il 3 a 0 fosse in realtà uno 0 a 3. Ma invece era proprio un 3 a 0, cazzodibudda! Siccome sono uno che non sa perdere, che non molla mai, io sono rimasto lo stesso davanti al video. Ad oltranza. Per ore, giorni. Settimane. Nella speranza che il risultato cambiasse. Continuando a stringere i denti. E pure il culo.
(Si chiama rifiuto della realtà)
Poi un giorno la Telecom mi ha staccato il telefono. In effetti la bolletta era scaduta da troppo tempo. Quando il video si è spento, a forza di serrare le mascelle, mi faceva male la bocca. Allora mi sono alzato e sono andato dal mio dentista.
“Caro Bassòli…”
“Bàssoli!”
“… tu ciài il bruxismo eccentrico!” ha esclamato, con un filo di sarcasmo, dopo aver ficcato il naso dentro la mia boccaccia.
In effetti mi sono sempre considerato un eccentrico. Ma un bruxista mai.
“E che vòr dì?” ho chiesto, con gli occhi ancora acquosi e pure un po’ cecati, data l’esposizione al computer per 69 giorni e 69 notti consecutive, nell’inutile attesa dei quattro goal del Valence.
“Vuol dire che ciài 32 denti spaccati.” ha diagnosticato. E s’è sciolto in una risatona.
(azz)
“Di cui uno da devitalizzare.” ha subito precisato.
(Li morté! Je famo il funerale?)
“E com’è possibile?” ho replicato.
“Semplice, Bassoli: a forza di stringere i denti, te li sei consumati. Pensa che testa d’abbacchio sei…”
(ha parlato Einstein)
Io non dicevo nulla. E continuavo a pensare: “Ma possibile che l’Amiens, penultima, abbia battuto il Valence, la seconda in classifica, per giunta per 3 a 0? Come si spiega?”
“Non potevi venì prima? Mo te devo fa un lavoraccio… Bassòli…”
“Bàssoli! Cazzo… Bàssoli, ho detto!”
“Eh, che permaloso! Vabbe’, va’… ti perdono perché oggi è la mia giornata fortunata… pensa che ho pure beccato alla Snai.” ha sparato.
(Li mortacci sua!)
Ma mica è finita. Ha cacciato la ricevuta. E me l’ha messa in mano. Si era giocato un botto di partite. Le conto, sono ben nove. Però ci capisce, noto. Ha scommesso una bella sommetta, ma su partite comode, tranquille.
“Tutte prevedibili… nulla da obiettare…” ho borbottato, quando la pupilla s’è incantata sulla nona partita. Non potevo crederci. Amiens – Valence = 1. Quote del match: 1: 3,50 – X: 2,80 – 2: 1,70. Il Valence era strafavorito.
(si chiama culo)
“Scusa, dotto’… ma questa come la spieghi?” ho domandato, con l’indice puntato.
“Ah, l’Amiens? quella era l’unica sicura… sai, ho mio cognato lì…”
(che cazzo dice?)
“Tuo… cognato dove, ad Amiens?”
(starà sicuramente bluffando)
“Nooo… nell’Amiens… fa il calciatore…
(non è possibile: non ci credo. Ora mi dirà che è uno scherzo)
… è quello che ha segnato tre goal. Ma era tutto preparato… non so se mi capisci? sai come va il mondo, vero Bassòli?”


A tutti perdono e a tutti chiedo perdono.
Non fate troppi pettegolezzi.


(Fernando Bassoli)



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Metamorfosi di Littoria
post pubblicato in I miei racconti, il 25 novembre 2004


(ritratto di famiglia in un inferno)


Benito Rigonzi faceva il cinturaro: vendeva cinture di finta pelle al mercato del martedì. Finito in mano agli strozzini più carognosi di Latrina (superfluo fare i nomi: sono sempre gli stessi) era stato risucchiato dal vortice degli interessi. Lavorando come un mulo dalla mattina alla sera, cercava di scrollarsi di dosso i debiti, che levitavano al dieci per cento mensile, senza considerare gli interessi degli interessi: i cosiddetti anatocismi, che gli avevano scavato la fossa. Mandare avanti la baracca - e la sua era una baracca vera e propria, su una sponda del canale delle Acque Medie -, era dura anche per un torello come lui, che aveva due spallone da orango, le braccia da sradicatore di querce ed altri dettagli anatomici su cui è bene sorvolare.
La moglie Littoria, detta La Caciottara, ne sapeva qualcosa. Appena la vedeva, lui perdeva la fiammella della ragione, le montava addosso e la sbatteva da una parte all’altra.
“Béccate ‘sto pescione!” sghignazzava, tutto sudato, mentre l’infilzava. Dopo anni ed anni, sembrava non essersi ancora stufato. Lei, invece, non ne poteva più, ma sopportava di buon grado.
“Ma me vòi bene, me vòi bene?” chiedeva ogni tanto, ansando, per rompere la monotonia.
“Come no… girate, va’!” ribatteva il chiavatore, stantuffando su e giù.
“Ma mi ami? Quanto mi ami?”
“Mo te lo dico… piegati un po’... Aaah... tanto come ‘sto pilastro!”
Per farla breve, la Caciottara aveva passato la vita a gambe larghe: quando non scopava o cacava, sfornava un figlioletto dopo l’altro. Ogni volta che rimaneva incinta, si ripeteva la stessa scena: mentre preparava la cena tremolava, palliduccia e silenziosa, come se avesse qualcosa da nascondere. Il marito veniva colto da una specie di presentimento.
“’Be’? Ti vedo strana: me devi dì qualcosa o te so’ venute le masturbazioni?”
“Magari me fossero venute.”
“Perché magari?”
“Voleva dì che non ero rimasta… incinta un’altra volta!”
“Mortacc… è mio pure questo?” chiedeva Benito, sbattendo un pugno sul tavolo.
“Di chi vòi che sia, scusa? Mica m’avrai preso pe’ ‘na zoccola?” replicò, indignata, la Caciottara gravida.
“Be’, il cefalo non ti dispiace di sicuro.”
“Che c’entra? se battevo il marciapiede, a quest’ora mica vivevo dentro ‘na baracca, no? Piuttosto… non pensi che è arrivato il momento d’infilarti i... preserva... i cosi... quando m’ingroppi?”
“Ce l’hai un’idea, de quanto costano?” obiettò il marito, senza degnarla di uno sguardo.
“Lo so, lo so… ma qua due so’ le cose: o te dai ‘na calmata o ‘sta casa diventa un asilo. Io vojo bene a tutti, ma mica so’ fatta di cemento armato!”
“Nooo… devo sgobbà come un negro tutto il giorno… posso stà a impazzì pure a letto, co’ quei cazzo de cosi?” la stroncava Benito. Di preservativi, proprio non ne voleva sapere, e continuava a fottere come un riccio, vivendo alla giornata. Una sera, però, Littoria ci riprovò. Al momento giusto, mentre facevano a caccia e metti.
“Ti costa proprio tanto?” sussurrò.
“Che?”
“Coprirti il creapopoli?”
“Ancora? Ma chi te l’ha messa in testa, ‘st’idea bislacca?” protestò lui, tirando fuori la mazza dalla gnocca della moglie. So’ vent’anni che scopiamo e siamo stati tanto bene così!”
“Avemo pure fatto do-di-ci ragazzini, però! Dico: do-di-ci!”
“E chi se ne frega…” ribatté l’altro, poi si lasciò ricadere sopra di lei e le affondò di nuovo il pippolone in panza.
“Se metto al mondo cinquanta figli, li mantengo tutti e cinquanta co’ ‘ste du’ braccia! Mi sfondo de lavoro, hai capito? mi sfondo di fatica come ti sfondo a te!” urlò.
“Ma almeno... me vòi be...” fece per chiedere lei, ma questa volta Benito le tappò la bocca con una mano.
“Sì, sì... non me lo ripete trenta volte al giorno, però: me fai ‘na capoccia così, co’ ‘sta storia...” borbottò.
“Ma però tu me vòi be...” replicò lei, e allora lui le sferrò un manrovescio sulla bocca, facendola sanguinare.
“Cazzo e cazzotti, a voi femmine!” strillò.
“Perché mi meni?”
“Perché parli troppo: muoviti di più e parlà de meno!”
In quella, però, nella camerella si presentò Nello, uno dei dodici pupi. Gli amichetti lo avevano ribattezzato Nello Kulo per il fatto che… be’ lasciamo perdere…
“A pa’, a ma’… che state a fà?” chiese.
“Vaffanculo, Nello.” scandì l’uomo, cavalcando la Caciottara come se niente fosse.
“Va a giocà, cocco de mamma.”
“Me servono i soldi per l’Internetpoint!”
“Disgraziato! vedi i siti porcografici?!”
“Macché: me devo connette al Forum.”
“Quale Forum?”
“Quello de Ciaolatrina… Urla sul webbe…”
“Chi è che urla?”
“Tutti: ce stanno un sacco de matti lì… lo legge pure il Sindaco Cazzeo…”
“E tu? che lo leggi a fà?”
“Me fanno ride… stanno sempre incazzati… pare che non ciànno niente da fà tutto il giorno…”
“Che ci guadagni, scusa?”
“Ci sta uno che parla sempre contro Berlusconi, me fa tajà…”
“Ah sì? Allora è ‘na cosa seria! e che dice?”
“Che ce pija tutti per culo… perché sa che siamo un popolo di abbocconi!”
“Sìne? allora ce pòi andà… Mamma te li dà, i soldi: dopo, però… torna dopo.”
“Dopo quando?”
“T’ho detto che devi annà affanculo, me capisci quando parlo, ragazzi’?” ribadì Benito. Il pischello ci rimase male e filò via.
“Perché lo tratti così?!”
“Deve imparà a esse un uomo tosto: la vita è ‘na sòla pure per lui!”
“Pòro cocco… ma la vòi chiude la porta, quando famo ‘ste schifezze?” protestò la donna.
“Aah, quante storie! Sei l’amore mio, tu?”
“Certo.”
“E allora giù! Mettete a culambrina.”
“Va be’, va be’…” abbozzò la Caciottara, sistemandosi a novanta gradi.
In quella, però, entrò Carla, una delle figliolette. Era molto miope, dunque portava delle lenti spesse sul naso adunco.
“A ma’, me lo dai, un cinquino di Euro? Me l’hai promesso!”
“Hai pulito il cucinotto?”
“Tutto quanto. Pare ‘no specchio!”
“Allora aspetta, dopo te lo dò. Mo va a giocà, che è meglio.”
“Ma quando me lo dai, quando me lo dai?”
“Dopo, dopo.”
“Dopo quando, se state sempre a scopà?”
“Già vuoi parlà di scopate, tu? Aspetta almeno che te sbuciano, no? Mo vattene, non mi scoccià più! - urlò Benito, distratto da quel trambusto, che lo innervosiva e gli smosciava il pisello -. Sei sempre qui che guardi e riguardi… A guardona! Allora ci vedi bene, con quegli occhialetti che me so’ costati ‘na tombola?”
“Certo, papino: ce vedo! Ce vedo!”
“E allora vedi… d’annà affanculo, Giulia… ha ragione Pennacchi: sei insopportabile!” gorgogliò lui. Poi fissò la figlia e mollò una scoreggiona – bruuf! – come per scacciarla via. La piccola, infatti, tagliò la corda.
“Sei un maiale! – sbottò la Caciottara, indignata - E poi quella non è Giulia, è Carla! Non riconosci manco i figli tuoi?”
“Davvero era Carla? Sai che s’assomijano?”
“Ce credo, so’ sorelle… roba da matti! se tratta così, ‘na pòra creatura innocente?” gridò Littoria.
“Quale innocente: non vedi che faccia da mignotta ha messo su, ‘sta paracula? Ne farà poche de pompette, tra un po’.” disse Benito, col fiato grosso.
“Tra poco? Sapessi i maschiottelli che fa felici.” ridacchiò la Caciottara. Lui, allora, allentò i colpi piano piano, sbiancando in viso.
“Li mortacci sua! Diventerà come Vizia Scoponi!” pensò.
“Che ti piglia, amo’? Non è che collassi? Te vòi riposà?”
“Ma che hai capito? Sto in estasi: mi pare di volà sulle nuvolette del Paradiso. Ci stanno pure l’angioletti. Li senti?” ansò il nostro.
“Sìne, sìne. È l’amore, è che me vòi bene!” rispose a memoria la compagna di tante battaglie. Intorno a loro, in effetti, gli angioletti ci stavano sul serio. Il problema è che si chiamavano Fer, Utente, Lillo, Clelia, RiffRaff, Anonimo, Zoom, Carla, Giulia, Akim, il Puttaniere e Robertino, detto il Cameriere perché lavorava come maggiordomo a casa Pennacchi. E quanto mangiavano, ‘sti angioletti... e come frignavano, se non mangiavano. E pure se mangiavano e non frignavano, quanto rompevano l’anima coi cento capricci che hanno tutti i ragazzini, mai contenti. Dodici, poi, sono proprio troppi: una squadra di calcio più il portiere di riserva. Per farla breve, Benito diede di testa, stravolto dai buffi. Perse i capelli, ingrassò come un bufalotto e si mise a parlare da solo. Divenne pure insonne, peggio di Pennacchi. In una parola: mollò di botto, perché aveva capito cosa vuol dire chiedere i soldi a strozzo: non uscirne più e naufragare nei casini. Ed era già tanto salvare la pellaccia, con certa gente, dato che ormai il meccanismo del “recupero crediti” era scattato, inesorabile come una mannaia. Diventò così strampalato che sembrava destinato a finire al Centro d’Igiene Mentale di Piscinara, che non era certo un bel posto. E siccome i guai non vengono mai da soli, gli amici del “Bar Stalin” cominciarono a prenderlo per culo.
“Sei proprio Rigonzi: il re degli stronzi!” lo sfottevano. Non sapendo più dove sbattere la testa, aveva preso a bere e si sbronzava ogni sera all’”Osteria del “Fasciocomunista” gestita da un certo Ajmone Minestra, ingozzandosi di fette di “torta del pioniere” fino all’alba. Era davvero cambiato, e nemmeno la visione dell’immagine di Padre Pio su un muro del Vittorio Veneto gli restituì un barlume di speranza in un futuro migliore.
Quando tornava a casa, poi, erano botte da orbi per tutti, Caciottara compresa. Le mazzate volavano a rotta di collo, alla ndo’ còjo, còjo: se non erano pugni, erano calci, contro oggetti e persone: tutto quel che capitava a tiro andava bene.
“Sono rovinato! – urlava, sconvolto dall’alcool -. E la colpa è vostra: sono finito sul lastrico per mantenervi!”
“Ma che dici, amo’? – replicava Littoria -. Te lo dicevo, io, che dopo ce toccava daje da magnà!”
“Ma che dicevi, che dicevi, tu? ‘Sta magnapane a scrocco che non sei altro… Perché non sei andata a lavorà, invece di spolparmi per una vita intera? Non potevi annà a sgobbà pure tu, come Griselda, la moglie del Mazinga?”
“Moglie di chi?”
“Eugenio, er Mazinga, quello che raccattava i cartoni pe’ strada.”
“Ah, già: il Cartonaro! Ma… ‘sta Griselda… non faceva la baldracca?”
“’Embè? è un lavoro pure quello. I soldi a casa l’ha sempre portati. L’importante è lavorà.”
“Ma io come facevo, a lavorà? Stavo sempre col panzone zeppo de ragazzini? Tra vivi e morti, sempre in attesa del parto m’hai fatto rimané! Dodici creature una appresso all’altra, t’ho dato!” ribatté lei, a petto in fuori.
“Se so’ tutti miei, resta da vedé.” commentò acido Benito, per il solo gusto di offendere. Allora Littoria non ci vide più. O meglio: davanti ai suoi occhi vide solo “una nuvola rossa” e non capì più niente. Il piacere paradossale si era impadronito di lei. E per quanto paradossale potesse essere, fu in effetti un vero piacere afferrare un piattone di coccio appeso a una parete e scagliarglielo addosso. Lui, però, si scansò, e l’affare prese una traiettoria sbirulenta, roteando fuori dal finestrone della cucina e centrando in pieno la barchetta del Mattioli, che stava ormeggiata nei paraggi. Colò a picco in un baleno, inghiottita dalle acque limacciose del Canale, tra il gracidio molesto delle ranocchie.
“Oddio! Il Mattioli s’affoga! Aiuto, bagnino!” gridò Pino Radiolina, che stava passeggiando poco distante. Ma siccome teneva lo stereo a palla (la Ternana era in vantaggio per 1 a 0 nel derby col Perugia) nessuno lo sentì. Il dottore, però, che aveva imparato a nuotare proprio in quelle fetide acque, con quattro bracciate guadagnò la riva.
“Miracolo!” commentò Pino Radiolina, inginocchiandosi e baciando il crocifisso che portava al collo.
“Ma quale miracolo? Hai cambiato spacciatore? Io applico solo il metodo scientifico!” replicò stizzito Mattioli, coperto da salamandre e bisce d’acqua. In quel preciso istante, la radio annunciò il goal di Ravanelli. Il Perugia aveva pareggiato al 95° con un tiro da 70 metri deviato da 17 giocatori più la bandierina del calcio d’angolo. Pino Radiolina parve impazzire di gioia. Si spogliò nudo e si gettò a bomba nel canale, alzando un’onda di venti metri.
All’interno della baracca, nel frattempo, la lite continuava.
“Li mortacci tua, sei ammattita?” - chiese Benito, livido -. Lo sai quanto costa, un piatto de quelli?” strillò. Poi si fece avanti, abbozzando un balzo goffo, da pugile suonato, e le mollò un ceffone sordo in pieno viso, ma un ceffone diverso dagli altri – definitivo - come se avesse voluto spazzarla via dalla faccia della terra in un colpo solo. Littoria, infatti, non provò nemmeno dolore: semplicemente capì che tra loro era tutto finito. Perché è proprio così, tra due persone che si sono amate tanto, pure troppo. C’è un momento molto preciso e maledetto, nel quale entrambe percepiscono un odio senza speranza… avvelenato da desiderio di vendetta… A quel punto, quando la goccia fa traboccare il vaso, non c’è più niente da fare. Prigionieri, nelle guerre per amore (o per petrolio) non se ne fanno: restano solo carcasse putrescenti. La donna, infatti, non disse una parola e si ritirò nella sua stanza. Ci entrò a testa alta, in quella stanzuccia piena d’umidità, come una che avesse preso una gran decisione. Ed infatti l’aveva presa, una volta per sempre.
“Brava, vattene a nanna, così non rompi fino a domani. Tz, le donne... solo schiaffi, meritate.”
Il mattino dopo, però, la Caciottara non c’era più. Si era dissolta nel nulla. Benito andò su tutte le furie.
“Dove si sarà rintanata ‘sta matta?” gridava imbufalìto. Poi, però, si sforzò di ostentare sicurezza agli occhi dei figli. Ma i giorni volavano e le settimane invece pure.
“A pa’… quand’è che torna mamma? Noi ce sémo stufati de magnà scatolette!” lo incalzava Nello Kulo. Per non sentirlo più, il padre gli aveva regalato un computer di seconda mano preso alla Fiera della Lestra.
“Forse pure domani.” assicurava.
“Vuoi che metto un annuncio nel Forum?” propose una sera Nello, con lo sguardo percorso da un lampo. Per la prima volta, il padre gettò l’occhio sul video. Lesse qualche passaggio e ridacchiò.
“Ma questi ci sono o ci fanno? E poi che è ‘sta Piscinara?” chiese.
“Come che è, papà? Siamo noi Piscinara!”
“Uhm… e Sensi Caciottaro… chi è?”
“È ‘no stronzo, papà… è da un po’ che c’è.”
“Perché stronzo? è nato per parto anale?”
“Peggio, papà, è amico di Berlusconi… è pure del Milan!”
“Del Milan?”
“Sì! e pure un po’ della Lazio… ‘sto viscido!”
“Azz! pure? Un milanista laziale? Allora è proprio stronzo!” commentò Benito, che era un romanista sfegatato.
“E se invece non ritorna più?” lo interrogò il Cameriere, che, oltre a non farsi mai i cazzi suoi, era torinterista (tifava cioè contemporaneamente per l’Inter e per il Torino).
“Non mi ci fate pensà, che è mèjo.” troncava il discorso il povero Benito, sbraitando da par suo. In cuor suo, però, pensava: “Tz! Se non stavamo dentro ‘na baracca… al Cameriere lo facevo volà dalla finestra… la fine di Romolo Aceto, gli facevo fà!”
Una sera, per distrarsi un po’, pensò bene di andare al Cinema. In programma c’era “Lo strano caso del dottor Mattyll e mister Sensi”. Lasciò perdere: non era roba per lui. E allungò la pedivella verso il Teatro “D’Annunzio”, presto ribattezzato Teatro “Palude”, dato che l’attività ristagnava.
Scoprì che c’era un Convegno. Rosa Manauzzi presentava il saggio “La diaspora nera e l’intellettuale europeo”. Dato che non si pagava il biglietto, c’era tutta Latrina, più una rappresentanza di integralisti islamici giunti per l’occasione da mezzo mondo, tra cui spiccava Pierluigi Felli, che ormai alloggiava stabilmente all’”Hotel Guantanamo”. Oltre ai beduini, era rappresentata ogni sorta di minoranza: c’era perfino qualche panda (l’orsetto, non l’automobile), alcune mantidi religiose, una delegazione di tifosi della squadra di pallamano del Pontinia e la squadra di basket femminile di Latina Scalo al gran completo.
Dopo 14 ore consecutive di relazione (senza mai riprendere il fiato) la Manauzzi raccolse un’ovazione.
Il successo fu tale che le diedero subito una Cattedra all’Università. Poi la parola passò a Gianluca Mattioli. Aveva sostituito il Pennacchi, che non era presente perché voleva essere pagato, dato che gliel’aveva ordinato il suo psicanalista. Il dibattito era moderato da Dina Tomezzoli, più bionda e scintillante che mai.
“Piscinara est teritorio a sud de Roma, caput mundi… nomine deribant da piscina, est raccolta de acqua et -"ra", il ra sta per "nara" dicasi per intendersi fetitissima et maleodorante acquam che fecit da racculta de escrementi de todos animali che accurrent in loco. Pecore, canes, scoiattoles, vulpes, asinorum, et bufalorum. Piscinaras è sat abitatata da famosus "castrones", omone grande e lardoso con facies de congestiones da malariam… hic personam est sgarbato e ridanciano, da posteriorem coprum elogiavit cum trombetta frequente… assieme at "castronem" abitavit psicinara omosessuales, anarchici de stato pontificio et guitti, por guittos se deva intendere personam bassa et panciuta et sempre saltellante po problemos de intestino affectus da verminorum. Totale abitantes de piscinaras veniamont denominati "piscinaresis" ed abet in forum "ciaolatina.it" locus de rappresentanza diplomatica, e viverunt in acqua fetidissima. Historica describant che in epoca fascistorum piscinaras fuit bonificata da fetidissima acquas… tolta de acquas fu remenerunt solamente sous abitantes: piscinaresis con etnie de castrones, guitti, e furbatones… da letame nascerunt flores…” sciorinò il doc.
La Tomezzoli sgranava gli occhi attonita, non sapendo cosa pensare.
“Ma si può sapere che ha detto?” chiese uno, in platea. Nessuno seppe dare una risposta. Il fatto è che l’oratore stava usando una lingua morta, sconosciuta ai più: il piscinarese arcaico.
“In Enciclopedia della crusca piscinarensis b.o.c.c.h.i est per loculo sfinterim che producet contatto con mundo externo… piscinarensi abet cinque sfinterium, o loculi de penetraziones… alcuni sunt visibilia e sfacciati: venerunt decorati a sfogge variabilissime et est necessari per pratica de consenso. Por esempio: los sfinteris posteriores abent pe piscinarensis grandissimo valore e sunt declamati cum particulare esibizones, dicit che persona abeant grande fortuna o culum… necessitabent segnale di direzionem. Personam con grande fortuna o culum… fecerunt concorsi et vincerunt. Per parte "ara" est invec dote ambitissima in piscinarensis. L'"ara" è per aprire stradam, cum significtao di "aratrum", todas piscinarem est forgiata cum ara e significavit "personam che facevit cum "bocchin" grande spazio ("ara") de successo in pubblico…”
“Cosa sta blaterando? Non si capisce una parola!” bofonchiò Yasser Arafat, resuscitato ad hoc.
A quel punto, il Cameriere non seppe trattenersi.
“Che siete tutti recchioni! Vi piace il piacere paradossale, cioè giocare a incularella!” urlò. A quel punto, dal fondo della sala, si levò una sagoma minacciosa. Era Osama Bush Laden.
“Mattioli, che Allah ti fulmini!” imprecò. Ma il dottore non si scompose. Si alzò e si avvicinò a grandi falcate. Giunto davanti a Bush Laden, cacciò degli elettrodi dalla tasche, glieli piazzò in capoccia e cominciò a formulare teorie sul funzionamento del suo cervello davanti alle telecamere di Tele In.
“Raus! Raus!” urlava il dottore.
L’arabo pareva divertito, e cominciò a sorridere, cercando di ipnotizzarlo senza successo. Ma in quel momento andò via la luce (come al solito non avevano pagato la bolletta).
“Allah è grande!” esultò Bush Laden. Ma aveva cantato vittoria troppo presto. Alle sue spalle, infatti, stava seduto un certo Abdul Spanacul, star del cinema porno marocchino, il quale lo afferrò da dietro e gli diede quel che meritava. Nella confusione generale, Benito approfittò per sfilare qualche portafoglio dalle tasche dei presenti e tornò a casa più stronzo di prima. I portafogli, infatti, erano tutti vuoti.
I mesi passarono invano.
“È mai possibile che ‘sta matta di Littoria m’ha dato il benservito? - si tormentava -. Pareva un angioletto, la Caciottara mia… Manco mi rendevo conto della fortuna che m’era toccata! Ma se ritorna, stavolta cambio registro: la tratto come ‘na regina!” si disperava l’omone.
Una domenica mattina suonò il campanello. Che era poi un campanaccio, di quelli che si mettono al collo delle bufale, che a Latrina abbondavano, in tutti i sensi. Il Rigonzi si precipitò ad aprire.
“Bambolotta mia! Vie’ qua che te trivello!” gridò. E spalancò la porticella con tanta foga che la maniglia gli restò in mano.
Sulla soglia, invece di Littoria, si parò una montagna di carne sudaticcia.
“So’ venuta/o a salutà i ragazzini. Ciài qualcosa in contrario?” chiese il bestione.
Benito non credeva ai propri occhi: la Caciottara si era fatta operare dal Prof. Gatto Silvestro al Santa Maria Goretti ed era diventata uomo. Per risparmiare, invece della Sala operatoria, avevano usato il cesso del Sert. Durante l’intervento, si scoprì che proprio lì – nell’angoletto meno nobile del cesso - qualcuno aveva inguattato un decreto ingiuntivo di 9 miliardi trafugato dagli uffici del Comune. Lo avevano nascosto dietro ad un poster col faccione pelato di Marco Pantani, che campeggiava sulla parete. In realtà, dietro il poster col faccione pelato di Pantani c’era il poster col faccione pelato di Luciano Liboni, vero eroe dei latrinesi. Ma dietro i due poster ce ne era un terzo, col faccione pelato di Berlusconi. E dietro ancora un quarto, col faccione pelato di Mussolini. Ma dietro quest’ultimo c’era il famoso decreto, che finalmente finì in Procura per i bordelli giudiziari del caso. Dopo la convalescenza, la Caciottara, ormai uomo (con tanto di pisello artificiale xxl), aveva cambiato pure nome. Ora si faceva chiamare Sensi, perché aveva finalmente raggiunto la pace… dei sensi. Purtroppo per lei/lui, l’odore di caciotta era sempre lo stesso, ma non si può avere tutto dalla vita.
“Un tipico caso di pionierismo fanatico in Agro pontino!” commentò Mattioli, leggendo la notizia su “Latrina Oggi”. E subito lo scrisse nel Forum, attribuendo la responsabilità alle mogli dei magistrati in politica e ai mariti delle politiche in magistratura. In breve si accese un vivace dibattito sui matrimoni tra gay ed i prezzi esorbitanti per andare a puttane, senza tralasciare la panca di legno di Tiziano Ferro e le chiappe di marmo di Manuela Arcuri.
“Bisogna riaprire i casini, altro che storie!” esclamò Pennacchi. Subito Pedrizzi perse le staffe, difendendo la sacralità della famiglia nel nostro ordinamento, Bibbia alla mano.
“Bravo! Bravo!” approvava Ferrarese, sventagliando il santino di Santa Maria Goretti. La baraonda che seguì, una gigantesca rissa che provocò la chiusura al traffico del Centro storico, provocò l’intervento della forza pubblica, ma tutto finì a tarallucci e vino, con una sbornia collettiva al “Bar Mimì”.
La Caciottara era davvero un’altra persona. Ora somigliava a Platinette, con tanto di parrucca, ma al polso aveva un rolex d’oro e girava in Maserati con una scorta di zingari a cavallo al seguito. Non solo: aveva fondato un nuovo partito: il PCT, il Partito del Cambiamento Totale, del quale era la degna icona. La faccenda, insomma, fece scalpore e finì sulle pagine de “L’Indisponente”.
Ovunque, in città, la gente diceva la sua in merito.
“Latrina è una città frocia!” sentenziò il barbiere di Pennacchi.
“E di segaioli!” aggiunse Djalmo Piciarelli, che aspettava il suo turno leggendo una rivista porno.
PierMario De Dominicis – dal barbiere c’era pure lui e un sacco di altra gente – sentì il bisogno di dire la sua.
“La Latrina di cui parlate… non esiste più! Questa è Latrina!” declamò con aria ispirata, tendendo un braccio verso la strada. Nemmeno a farlo apposta, proprio in quel momento sfrecciarono quattro volanti della pula, seguite a ruota da tre Pandine (modificate) dei Metronotte su due ruote. Filavano a cento all’ora in pieno centro.
“Mica avranno messo un’altra autobomba?!” domandò un camorrista di passaggio.
“Ma no… Avranno fatto la solita rapina in Banca… ormai è roba di tutti i giorni…” disse qualcuno. A quelle parole, una bizzarra creatura tricefala (De Marchis-Visari-Mantovani) balzò in piedi.
“Questa giunta deve andare a casa! A ca-sa…!” gridò l’umanoide, rosso da capo a piedi, con occhio spiritato e la bava alla bocca, memori delle atmosfere del film “Latina/Littoria”.
In realtà, i poliziotti correvano per non fare tardi alla Snai (stavano per cominciare le partite della serie C norvegese), mentre i Metronotte cercava di stabilire il giro più veloce della giornata, prima delle prove ufficiali del Gran Premio di corse clandestine in programma sulla Circonvallazione per le 4:00 del mattino della domenica successiva.
So che vi sembrerà incredibile, ma il peggio doveva ancora venire…


Fernando Bassoli
(per Ciaolatrina Forum)


Nota bene: gli eventuali plagiatori di codesta novella saranno colpiti da criptorchidismo bilatero e celiachia cronica alternata ad attacchi multipli di scureggite spastica. Dopo non dite che non vi avevamo avvertiti.



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Intermezzo
post pubblicato in I miei racconti, il 13 novembre 2004


Ogni volta che mi guarda intensamente, mi spoglia letteralmente coi suoi occhi. Avverto quasi il sibilo del suo pensiero che, se parte in sordina, corre poi veloce e fiero fino al coinvolgimento totale. Dei sensi e delle intenzioni. Ed è una piacevole tortura resistere al suo sguardo, tener testa al suo lento, fascinoso, possedermi. Eccolo qui. Anche oggi mi guarda. Seduto alla sua scrivania mi scruta e mi desidera. Alzo piano lo sguardo e mi cattura. Mi porta fino al sogno e mi abbandona. Allora son io che guardo e imploro e lui mi tiene a sè deciso e coinvolgente, complice magnifico di questo morboso gioco... Accenno un bacio, risponde col sorriso. Ed io mi sento sua, ancora e ancora...
Poi, dall'alto del suo imprigionarmi, concede finanche tenerezza e dedizione. E allora rido anch'io della mia sorte strana! Essere posseduta dalla sua foto. Qui, sul mobile, cartacea e innocua!


(Sandra Cervone)



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Tre bestiacce per uno stupro uguale morte
post pubblicato in I miei racconti, il 29 ottobre 2004


Vijay Kamal stava in piedi per scommessa e spurgava veleno dagli occhi come se avesse mangiato una cofana di bacarozzi. In capoccia, aveva uno zuccotto ammoppito, in fronte un bozzone bitorzoluto - sembrava una pigna - e, appena sotto il labbro, uno sgarro per traverso che gli disegnava una seconda bocca sulla faccia, seminascosta da una barbaccia nera ed irsuta, che partiva dal mento e saliva, arrampicandosi fino alle orecchie. A vederlo frugare nei cassonetti, affondando le manacce callose tra i rifiuti, in cerca di cibo, o ciondolare da una parte all’altra della strada, macilento e avvinazzato, tra le auto che strombazzavano col clacson, il diavolaccio metteva proprio paura, ma i maschiotti di passaggio non perdevano occasione per sfotterlo.
“A cassamortaro de li mortacci tua… t’hanno fatto er malocchio? Famme dà ‘na grattata, prima che me schianto al primo palo.”
“Ammazza che tanfa! Stai a marcì o dormi dentro un loculo al Verano?”
“Anvedi che lercio! Quando te la dai, ‘na risciacquata? Puzzi più da vivo che da morto... Sai che sembri? Er monumento alla merda! Ah! ah! ah... Se te butti a fiume, morono i pesci!” gridavano, tra gestacci e sberleffi, affacciandosi dai finestrini delle macchine in corsa o sfrecciandogli di fianco con lo scooter. Uno di loro, poi, l’aveva preso di mira.
“A mostro, impacchetta ‘sto scatarro e vattelo a rivende, se ce riesci!” urlava, quando l’incrociava, sputandogli addosso e tendendo il medio della destra, ma Vijay Kamal non batteva ciglio e tirava dritto. Sembrava che abitasse in un’altra dimensione o nemmeno lo vedesse. Dopo una sfilza di giornate sempre uguali, spese a caracollare senza meta, su e giù per la città, si trascinava sotto l’Air-terminal della Stazione Ostiense, a un tiro di schioppo dalla Piramide Cestia. Qui s’infrattava in un angoletto e s’accasciava dentro un cartonaccio fracico, per passare la notte alla meno peggio. Fogliacci di giornali vecchi, per coperte. Pozzanghere di birra e urina tutt’intorno. Preservativi usati buttati qua e là. Nessuno avrebbe immaginato che quella specie di cadavere era figlio di un sultano. La vita di palazzo, del resto, non faceva proprio per un gironzolone mezzo matto come lui, che amava vivere alla giornata, circondarsi di belle donne e viaggiare e sfidare la sorte, sguazzando nei casini, tutto soddisfatto. Qualche anno prima, quand’era giunto a Roma per la prima volta, s’era trascinato appresso una fortuna da non crederci: bei vestiti, quattrini liquidi, carte di credito a mazzette, una stanza all’Hassler, che s’affacciava su Piazza di Spagna e, soprattutto, la bella Samaya, figlia del maharajah di Sholapur e sua promessa sposa. Con gli occhi grigioperla sull’ovale mulatto, il nasino all’insù, le gambe dritte e lunghe - che sembravano non finire mai - e le treccine a pioggia, che le incoronavano il capo, la principessa aveva stregato pure lui: alto, scuro, coi ricci corvini, il passo da imperatore e lo sguardo da dio.
In pochi giorni, passeggiando avanti e indietro per il Centro, i due s’erano innamorati di ogni cosa: dei monumenti silenziosi, tinteggiati d’oro dal primo sole di maggio, del cicaleccio caciarone dei pischelli che, carichi di zainetti, già sciamavano verso le spiagge di Ostia e Torvajanica, del bordello carnacialesco di via del Corso, del serpentone d’auto che sgomitava, zigzagando sul Lungotevere, di ogni odore e ogni sapore - della coda alla vaccinara e dei finocchi alla cazzimperio -, dell’insieme e d’ogni piccolo dettaglio. Un sabato pomeriggio, dopo aver pranzato, avevano deciso di visitare la Galleria Borghese. Nemmeno a farlo apposta, era stata appena riaperta, dopo anni di restauro. Davanti all’”Apoteosi di Romolo” di Mariano Rossi, al “David” del Bernini, alla “Paolina” del Canova e alle tele di Caravaggio e Raffaello - gioielli incastonati sulle pareti di seta -, Samaya s’era sentita rapita, proiettata in un’altra dimensione. “Enea, Anchise e Ascanio”… “Ratto di Proserpina”… “Apollo e Dafne”… “Davide con la testa di Golia”… “Bacchino malato”… “Madonna dei Palafrenieri”… “Dama con liocorno”… “Amor sacro e amor profano”… “San Domenico”… Annibale Carracci… Dosso Dossi… Rubens… Pietro da Cortona… Domenichino… Cranach… Tiziano… Correggio… Lanfranco Savoldo… Guido Reni… Lorenzo Lotto… Veronese… Guercino ed altri cento nomi per lei nuovi sembravano danzare in armonia nel nome della Dea Bellezza, accompagnati da una musica celestiale. All’uscita dal museo, la testa le girava come una trottola. Imbrillantata e scintillante, non poteva passare inosservata. Infatti le misero gli occhi addosso dei balordacci dell’Acqua Bullicante - Memmo er Trippa, Nico il Monco e Remo la Serpe -, tre squali a caccia d’emozioni vigliacche, che s’incollarono ai due lungo il viale che costeggia il galoppatoio, mentre il Parco sembrava dissolversi, sospeso nel silenzio compatto della sera. Er Trippa era un ciccione con la fronte tanto bassa che, per le stempiature a triangolo, sembrava dover cascare, da un momento all’altro, sul faccione gonfio e rossiccio, da ubriacone divorato dalla miseria. Aveva quattro brillantini al lobo destro, tre pendagli al sinistro, le borse sotto gli occhi e un ciuffo di pelacci spennacchiati sotto il labbro. Camminava ingobbito, con le spalle incurvate e le braccia in avanti, come se spingesse una carriola o un carrettino.
Il Monco aveva le sopracciglia rasate a zero, i capelli lanuginosi - alla vaffanculo -, gli zigomi alti, la nasca lunga - una proboscide! -, una camicetta col bavero alzato, le scapole della schiena che si sporgevano in fuori come due pinne dorsali, e un braccio solo: il destro. Il sinistro se l’era giocato a quattordici anni, lavorando in una segheria. Zac! e addio braccio. Il dolore, invece… quello era rimasto. Per sempre.
La Serpe era un lungagnone allampanato, snello e smozzicato: un torsolo di mela. Aveva le braccia a penzoloni, gli occhi dilatati e mollicci, così vicini da sembrare attaccati, una voglia color mattone sulla fronte e i capelli biondo platino raccolti in una coda dietro la nuca. Si distingueva per una specie di tic: ogni tanto scrollava la testa da una parte all’altra, sputava la lingua in fuori, tipo un enorme rettile, sporgeva il collo in avanti e rantolava una specie di “Gneeek!” che lasciava interdetti.
Dopo aver atteso il momento migliore, le bestiacce s’accostarono ai due. Avevano un sorriso sghembo stampato sulle labbra. Arabescato da una nuvolaglia in dissolvenza, il cielo sembrava dover marcire sopra di loro.
“Nun è che ciavressi del foco e me potressi fà accende?” chiese er Trippa, con voce strascicata. Rigirava un mozzicone spento tra le mani.
“Non capito.” farfugliò Vijay Kamal, accigliato, facendo scudo a Samaya con il corpo.
“Turisti, eh?” borbottò la Serpe, con gli occhi freddi come una lama, gocciolando bava dagli angoli della bocca. Poi tossicchiò un paio di volte, portò l’indice per traverso sotto il naso e aspirò con un guizzo, come se sniffasse un rivolo di coca, scoprendo i dentelli aguzzi, piccoli come chicchi di riso, e riprese a parlare.
“Sai che sembri, co’ ‘sto turbante in capoccia? La dea Kalì in gita de piacere... Ma chi ce lo dice, a noi, chi sei e da do’ cazzo sei uscito? Te vojo raccontà ‘na bella storia… Devi sapé che fino a pochi anni fa ‘sta città era diversa, molto diversa. Capito cosa intendo? Mica giravano tutti ‘sti fij de ‘na mignotta negri, cinesi, slavi e albanesi, come adesso - proseguì, giocherellando con la catenella d’oro finto che gli pendeva sul collo, con un crocifisso rovesciato per ciondolo -. E nun je basta portacce via il lavoro! Stanno sempre a chiede soldi dalla sera alla mattina, ‘st’infami! Ce ne sta uno a ogni angolo di strada, a ogni semaforo, con la mano a conca, pronto a saltarci addosso! Adesso, però, è venuto il momento de dà ‘na bella ripulita. Non è vero, sor pezzo di merda? Gneeek!”. Ammutolito, Vijay Kamal abbozzò due passi all’indietro. Samaya s’aggrappava a lui, gli occhi imperlati di lacrime ed il cuore in fiamme di chi è travolto dalla paura.
“Vie’ qua, do’ scappi? - sbottò il Monco, storcendo la bocca, inviperito -. Con tutti i sòrdi che ciài, già ce vòi lascià? Che fretta c’è? Mica te scade ‘na cambiale… Sei ricco… sei un nababbo, vero? T’è piaciuto, fà i porci comodi tua, mentre gli altri facevano i salti mortali per portà a casa la pagnotta, sì? Te pare giusto che hai avuto ‘sta gran fortuna e noi niente? Chissà chi credi d’esse, coi baiocchi che te porti appresso e le mejo mignotte che te strisciano ai piedi come vermetti... E guarda che arie, te dai: manco te sentissi er padrone del mondo... Che ce vòle, per parlà con te, la carta bollata?”
“A stronzone, te vòi magnà tutto tu e lassà i rimasugli agli altri, ma, prima o poi, ha da cambià ‘sta bandiera: mica pòi avé sempre la botte piena e la moje ubriaca! - aggiunse Remo la Serpe, serrando i pugni -. Gneeek!”. Poi, però, s’azzittì e si chinò, quasi dovesse raccogliere qualcosa in mezzo all’erba, ma si rialzò di scatto e gli appioppò una gomitata in bocca. Vijay Kamal si piegò in due e si ritrovò carponi, a sputare sangue e schegge di denti, ma, prima che potesse accennare una reazione, er Trippa gli mollò due-tre calci nello stomaco, sradicò un paletto e lo centrò alla testa con un colpo sordo, che lo spostò di lato. Buio completo – un buio senza nome - e addio memoria. Stordita e tremolante, la principessa non ebbe nemmeno il tempo di urlare, ché Nico il Monco le piantò uno sganassone in piena faccia - con l’unico braccio che ancora aveva - e la Serpe quasi la soffocò, incollandole un cerottone sulla bocca. Protette dall’oscurità che calava, lieve ma inesorabile, le bestiacce spogliarono lo straniero degli anelli e dei braccialetti d’oro. Lo coprirono con un manto di foglie e breccia, e, tra singhiozzi strozzati, risate e paccate sulle chiappe, trascinarono Samaya in mezzo a un cespuglione di bosso che pareva messo lì apposta per i comodacci loro. Alla ragazza restava solo il pianto. Ma non era una richiesta d’aiuto, solo un lamento sommesso, rassegnato.
“Anvedi che lagnosa, ‘sta cellacchiona. Che ciài mo, la sudarella a freddo? Nun fà così: te scaldo io - ghignò Memmo -. Ammazza quanto sei bona. Più bona de così, se more. Dì la verità: te piace masticà er cefalo vivo, sì? Mo te ne pappi tre tutti assieme. Méttete a culambrina, te famo vedé i sorci verdi! Hai finito, d’atteggiarti a gran diva. T’hanno abituata bene, ma mo so’ dolori: oggi sto ingrifato di brutto. Te lo vojo inguattà pure nelle orecchie! Mi capisci, baldracca?”
“Sai che je famo, noi, alle sporche negre?” ansimò poi Remo, grufolando più di un porco. Le montò addosso, sbavando tra un arruffio di morsi, mentre er Trippa la bloccava da dietro, strappandole i vestiti con dei colpetti secchi, da giardiniere che dovesse pareggiare una siepe e volesse fare un lavoretto a regola d’arte. Ridacchiando di gusto, intanto, il Monco osservava la scena e si scolava una bottiglietta di birra, bevendo a garganella. Quando ebbe finito di trincare, fece un rutto – broooot! - e la gettò al suolo, mandandola in frantumi. Poi prese un coccio di vetro appuntito, lo scelse senza fretta, scartandone prima qualcuno. S’avvicinò alla ragazza e glielo piazzò davanti agli occhioni sbarrati, da cerbiatto finito in trappola.
“A gran troia bocchinara, se nun stai bona e zitta, te scortico le zinne, sa’? Nun me credi capace? Noo? Béccate questa, allora!” le biascicò in un orecchio, ruminando imprecazioni a brandelli, e le stampò il vetruzzo prima contro un capezzolo, poi contro l’altro. Li tagliuzzò appena, incidendo la pelle tutt’intorno. A guardarlo bene, pareva voler fare un disegno bambinesco o addirittura scrivere una parola. Stravolta, la ragazza perse i sensi, cadendo come in catalessi dopo un attacco epilettico. Ma le bestiacce non se ne accorsero nemmeno, impegnate a penetrarla, gonfi d’odio.
“Me sa che è crepata de paura.” annunciò il Monco.
“Mejo, così nun strilla quando me la ingroppo.” fu il commento di Memmo.
Prima Remo, poi Memmo. Nico invece, sturbato dall’alcool, accennò una specie di balletto sbalestrato, battendosi la mano contro la bocca semiaperta e borbottando: “Augh! augh!”. Ogni tanto, poi, si fermava e le sputava addosso, mentre i compari se la facevano e rifacevano. E rideva come un farlocco.
“Augh! augh!” ripeteva, ballonzolando. A un certo punto, però, si piantò sulle gambe, calò i calzoni, prese la mira e le rovesciò addosso una pisciata che sembrava non finire mai. Prima in faccia e poi sul corpo, mentre, stremati e schifati, gli altri due si scansarono, ammosciandosi sull’erba coi loro cazzi soddisfatti e ancora sbrodolanti di godimento. E infine una pallottola insaccata nel caricatore della 38 special, la canna in bocca, il grilletto che vibra, uno sparo che squarcia la notte, una striscia di sangue che schizza sul prato, rischiarato dalla luce soffusa di un’unghia di luna, silente testimone della più grande delle vergogne. Samaya non c’è più. Spappolata. Senza alcuna pietà.


(Fernando Bassoli)



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Fiaba lunare: La Sirena (di Sandra Cervone)
post pubblicato in I miei racconti, il 28 ottobre 2004


Aveva appena finito il suo canto serale. Di là dallo scoglio, l'onda più lunga della giornata s'infrangeva rumorosa. Un vento leggero e frizzante brillava sulle foglie dell'albero di Giuda. La luna piena ricordava antiche fiabe e cantilene. Una barca senza remi, nella rada immensa, sosteneva, solitaria, il suadente andamento del tempo buono. La scia luminosa dei lampioni del lungomare carezzava a fior d'acqua lo specchio salato. La Sirena di quel mare guardava quel quadro lunare con le lacrime agli occhi. Mai si era sentita così sola. Nessun marinaio da sedurre, nessuna notizia da tramandare. La pelle bianca del suo corpo umano contrastava sgarbatamente con quella verde smeraldo del corpo marino. Riflessi dorati e filamentosi ornavano quel che restava ormai della sua lunga gioventù. E le ghirlande della collana di gusci madreperlati e fiori aveva perso l'incanto della sorpresa. Anche l'eternità ha i suoi cicli! Troppe lune avevano ascoltato il suo canto... Ma tante altre ancora avrebbero potuto bere il suo lamento. A meno che non fossero mutati,d'improvviso,i battiti del tempo concessole, scanditi dal ritmare del tempo. La Sirena aveva folti capelli che le cingevano le spalle nude e mani dalle dita lunghe e sottili. La bocca corallo intonò la nenia che annuncia la notte. Il mare arretrò bruscamente sull'arenile adiacente la scogliera. E furono tonfi di ricordi e immateriali speranze a spezzare la monotonia del quadro dipinto ad olio di quel paesaggio marino... La luna sprofondò nel mare aperto e lo scoglio della Sirena navigò fra le nuvole trasparenti d'un cielo nero e lontano. Respirò finchè potè e poi urlò al creato la sua pena. Piovvero gocce salate sulla terra riarsa e troppe lacrime di seta raggiunsero le conchiglie diventate fiori notturni. Nessuno ne seppe la ragione. Neppure il vento pellegrino che di misteri sempre racconta... La scelta-desiderio aveva messo radici. La Sirena aveva preferito il cielo ed il mare del passato perse per sempre la sua anima di dolore.


(Sandra Cervone)



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brano da "Alice nel Paese degli Orrori"
post pubblicato in I miei racconti, il 20 ottobre 2004


Vocato anch’esso a morire, dapprima l’occhio di lui avvampò, poi i globi furono risucchiati nel profondo delle orbite, tossì, la voce si raggrumò, facendosi sempre più adenoidea, i capelli lionati, da bimbetto sfolgorante, ben al riparo dalle prime feroci stempiature tardoadolescenziali, il piglio in potenza molesto d’ogni moccioso in buona salute di questo claunesco mondo, solo apparentemente esangue, celando una belva in penombra, dietro gli sbocchi filanti di sangue impuro che colano dal naso senza un perché. Ed ancora un mutamento soggiunse, a far della voce un pigolìo balbettante. Fioriva in lui un’arborescenza morbida e al tempo stesso incerta sulla direzione da imboccare. Sillabe ancor più nuove s’andavano disponendo, mescendosi su un pentagramma più raffinato, in un dirotto profluvio di parole in libertà. Ma ecco che Alice si fece pantera e la sua voce rugghiò – uno sghembo ghignetto di dileggio – e tutto, nelle sue membra, lavorava in tale direzione. Lo sfacelo gli abbuiò le pupille, sfaldandolo senza rispetto, facendolo tuorlo d’uovo, tramonto dell’assurdo.
Penduli lampadari di cento fuochi, oscillanti su turbinii d’oggetti sbilenchi, cinerei guardiani del nulla, oleose evanescenze muschiose, dapprima rimbalzellando l’uno contro l’altro in una carambola ritmata, sfumando in un chiacchiericcio fitto e incompreso – linguaggio d’altro pianeta, forse addirittura d’altra epoca - i due cadaveri sembrarono inebriati da una macabra musica tribale, presero a danzare e si avvinghiarono infine, abbracciandosi, speculari e deiformi, stralunate facce della stessa medaglia: diade d’un girotondo di trottola che scopriva ceree polpe di nudità mortuarie. Alle loro spalle, vascelli in fiamme si scioglievano vinti da masse di lava ardente. La bocca di lui spalancata per invocare ausilio o solo per radunare all’appello le aure vitali, nella penosa illusione di una fuga.
Trapuntandole tremule, un nudo imbroglio di stelle pizzicava la volta, azzurrata e silente, d’un cielo mai così tanto lontano. C’era una luna che formicolava, quella notte a Latina, c’era una luna che… pareva danzare, in bilico sull’estremità del dolore, ebbra complice di tanta follia solo apparentemente insensata.


(Fernando Bassoli, inedito)



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QUEL CHE UNA DONNA NON VUOLE
post pubblicato in I miei racconti, il 3 agosto 2004


QUEL CHE UNA DONNA NON VUOLE
(Menzione d’onore al Premio Boccardi 2004)

Il porco calza due scarpe di colore diverso: il modello si direbbe lo stesso, ma una è blu, l’altra marrone. Brutto segno. Mia cugina direbbe che “sta fuori come un balcone”, mio fratello “fuori come un citofono” ma la sostanza è sempre la stessa: è fuori di testa. Le struscia contro le mie, quelle scarpacce, e si mordicchia la lingua, nemmeno avesse fatto chissà cosa. Sento che si sta arrapando. Lo capisco dallo sguardo, di colpo vitreo, bovino. E va bene, lo ammetto: ho una camicetta troppo leggera, ma siamo a luglio, si schiatta di caldo e volevo star comoda almeno in treno. Non ha fretta, anzi: si è stravaccato alla grande, allungando la schiena contro il sedile del Diretto partito da Reggio Calabria. Il solito treno zeppo di studenti, pendolari e… maniaci. Nessuno ne parla, ma in questi vagoni succede di tutto. Sono salita a Latina, scenderò a Roma: salvo corposi ritardi, ci vogliono quaranta minuti, ma al disagio di questi incontri-scontri, epifanie dell’orrore, non ci si abitua mai. Sbircio fuori, per non dargli corda, ma appena è di nuovo immobile lo metto a fuoco aggiustandomi gli occhialetti che mi fanno tanto intellettuale. Il sorriso sghembo, beffardo, il volto offuscato dal velo opaco di un desiderio feroce, troppo a lungo represso, mi annunciano che la giornata è iniziata nel peggiore dei modi. Basta scostare il capo per prendere atto che il corridoio è saturo di fumo. Sui treni non si potrebbe fumare, ma i divieti - si sa - sembrano fatti apposta per essere violati. Il cunicolo scoppia di gentaglia di ogni nazionalità ed estrazione sociale che si litiga uno spazio che non c’è, perché forse la verità è che al mondo siamo troppi e troppo diversi per andare d’accordo. Ma qua sopra le differenze si annullano: professionisti, impiegati statali, studenti di belle speranze e poveraglia varia, giunta in fretta e furia da ogni angolo del pianeta, diventano una masnada uniforme, grigia, putrescente. Qui sì che siamo tutti uguali: sulla stessa barca, nella merda insomma. Ma non in senso metaforico: questi trabiccoli vecchi come il mondo sono talmente sporchi che della merda sembra di sentire perfino l’odore. Aleggia greve e compatto nell’aria, fino a farla mefitica. Comincio ad avere paura, perché ciò che fa lo sta facendo davanti a tutti, e non sembra preoccupato delle possibili reazioni. Ecco: le sue pupille si bloccano senza preavviso. Accade in una frazione di secondo: sembrano affogare, risucchiate dalle orbite, invece s’allungano sempre più, fino a farsi tentacoli. Già le sento incollate ai capezzoli. E questo basta a farmi sentire nuda, che è esattamente quel che una donna non vuole. Perché una cosa è mostrarsi nuda, una cosa essere nuda ma scegliere di esserlo, un’altra sentirsi nuda, solo perché altri lo impongono. C’è qualcosa di bacato, in quella capoccia, lo sento: qualcosa che non quadra. Non l’ho provocato, non l’ho guardato. A dire la verità, forse non l’ho nemmeno visto. Ma non poteva chiedermi d’essere invisibile. Mi sono seduta accanto al finestrino. Lo faccio sempre: mi piace osservare il paesaggio, di tanto in tanto, specchiarmi nella morbidezza nitida del cielo, nel torpore avvolgente della terra, coglierne le suggestioni d’infinito. Lui ha preso posto davanti a me e sembra voler esaminare ogni centimetro del mio corpo. Per rubarmelo poco per volta. A spizzichi e mozzichi. Ticchete-tacchete, tacchete-ticchete e chi s’è visto s’è visto. Mi ha scelto, da vero bastardo. Il mio parere non gli interessava di certo. Per lui non sono una donna, ma una bestia. Anzi, molto peggio: una cosa con cui giocare, per ammazzare il tempo alla meno peggio. Non bastavano la calca, il caldo, lo stress, perfino i dolori mestruali degli ultimi giorni? Ho sopportato tutto senza battere ciglio, ma queste cose non le tollero. Sudaticcio, la barba di due giorni, il ciccione indossa un cappelletto celeste con lo stemma del Napoli, l’immagine della faccia di Maradona e più sotto la scritta ‘Diego nel cuore’. D’un tratto lo toglie dal capo e lo adagia sul piano del portarifiuti. Si prende il viso tra le mani con gesto plateale, quasi a voler reclamare attenzione, comprensione, perfino affetto. Le sfrega su e giù. Poi porta i polpastrelli contro le tempie e comincia a massaggiarle, ora con movimento circolare, ora dondolando il testone buffo, piriforme, prima da destra verso sinistra e poi da sinistra verso destra. Mi soffermo un istante sul dorso delle sue mani. Sono punteggiate di lentiggini insolitamente grandi, violacee. Le dita sembrano senza unghie. No: ora le vedo, ma sono rosicchiate, ridotte a piccole mezzelune infossate nella carne. Accarezzo l’idea di alzarmi di scatto e fuggire via, ma desisto. È tardi per rimediare. Ora si è tolto la giacca, l’ha adagiata sulle gambe, vi ha fatto scivolare sotto l’avambraccio sinistro. Deve essere mancino. E non voglio aggiungere altro. Sono anni, ormai, che va avanti questa storia delle molestie più o meno gravi, da quando ho avuto la bella idea d’iscrivermi alla Facoltà di Psicologia. All’inizio prevaleva la curiosità; ho perfino teso una mano, cercato il dialogo. Mi interessava capirli, certi comportamenti, ma a lungo andare ho dovuto rinunciare, perché con certe personcine c’è poco da scherzare. C’è gente che sembra incorreggibile. Quasi s’accontentasse di così poco…
La prima volta che mi hanno palpato il culo ho pensato ad uno scherzo di qualche amica, a un vecchio compagno di liceo o a qualche collega d’Università che si era preso troppa confidenza. In fondo era stata quasi una carezza, piena di timidezza. Quel giorno mi sono girata col sorriso sulle labbra, scontrandomi con l’incarnato duro e spigoloso di un vecchio. Uno che avrebbe potuto essere mio nonno.
“Ma che fa?” ho protestato.
“Niente.” ha bisbigliato. E si è guardato intorno.
“Si vergogni!” l’ho rimproverato, cercando il consenso dei presenti. C’era un sacco di gente: mi aspettavo una sollevazione popolare, invece hanno fatto i vaghi. E il signore è sparito nel cesso, come se nulla fosse. In quel preciso istante ho capito che il mio pendolarismo di studentessa fuori sede non sarebbe stato una passeggiata di salute. Tutt’altro: un’autentica prova di forza per i miei nervi. La mattina all’Università, il pomeriggio sui libri, la sera a servire in pizzeria per pagarmi gli studi. E di nuovo sul treno, in balìa degli eventi e dei trucidi appetiti del rompiscatole di turno. Ci ho rimuginato su mille e una volta: l’unica soluzione potrebbe essere far viaggiare delle poliziotte in borghese, su queste carrozze, che facciano da esca. Li prenderebbero con le mani nel sacco, anzi: con le mani sul culo o anche peggio. Servirebbero da deterrente. L’ideale sarebbe riuscire a cambiare la testa di certe persone, svuotarla dei loro cervelli schizzati, fusi. E trapiantarglieli nuovi di zecca. Ma questo è ancora più difficile, anzi impossibile. E così sembriamo condannate a subire e sopportare nei secoli, a pagare una colpa atavica. Oggi le cose sono cambiate. In meglio, naturalmente. Ma c’è ancora tanto da fare, per essere considerate persone, rispettate in quanto tali. A volte penso che avrei fatto meglio a nascere uomo. Ed è questo il brutto: questi cani ti fanno vergognare d’esser donna, viva, libera di uscire di casa. Nessuno ne parla, nessuno denuncia, eppure tutti sanno. I suoi piedoni riprendono a sfiorare i miei. Strisciano vigliacchi, simili a due serpentelli idioti e puzzolenti. Cerco di non sollevare il capo dal volume che ho sulle ginocchia. Ho il mio benedetto esame da superare ad ogni costo. Dovrei conoscerlo come le mie tasche, è la materia che mi farà compiere un altro passo verso la laurea. Ci ho sputato sangue per mesi e, non bastasse, mi serve pure un bel voto, ché devo chiedere la tesi proprio in Psicopatologia del comportamento sessuale. Non ho davvero interesse a sprecare energie per colpa di uno scarabocchio con la fronte madida di sudore e i chili di troppo che sbuffano dalla maglietta corta, stretta, sporca.
“Che le studi a fare, quelle stronzate? tanto non ti serviranno a niente… nella vita contano i soldi, le case, la fica.” immagino stia pensando. I punti di vista delle persone sono sempre incredibilmente distanti: per lui questo tomo è poca cosa, per me è tutto o quasi. Guardo l’orologio, sono le 9:04. Grazie all’ennesimo ritardo, siamo ancora all’altezza di Cisterna. Mi sforzo di controllare i nervi. Respiro profondamente, tre-quattro volte. Cerco di ragionare, raffreddare i pensieri, concentrare la mia attenzione su qualche particolare insignificante. Non è facile, ma ci provo lo stesso. In fondo so che non può accadermi nulla di irreparabile: c’è troppa gente perché possa mettermi le mani addosso. Almeno spero. Ma so anche che mi toccherà sopportare le sua piccole, vigliacche molestie, almeno fino a Roma. Ora la situazione sta precipitando: il movimento ritmico del braccio non si presta ad equivoci. Su e giù, giù e su. Non riesco a capire come possa piacergli. A questo punto mi riprometto di non incrociare più il suo sguardo, ma non è facile: in un modo o nell’altro devo tenerlo sotto controllo, no? sapere per tempo se dovrò scattare come una molla e mettermi ad urlare. Mi sento ancora una volta sola, maledettamente sola tra una folla che pure dovrebbe proteggermi. Non è certo una novità: viviamo in un mondo di fantasmi con un nome ed un cognome, ma senz’anima né cuore. Il brutto è che i miei compagni di viaggio fanno finta di nulla. Provo a descriverli: paffuto & baffuto, il signore al mio fianco sta sfogliando la Gazzetta dello Sport. Non la sta leggendo, di più: ci sta facendo l’amore, ché se le gode proprio, quelle pagine rosee, che gli frusciano croccanti tra le dita. Annuisce compiaciuto mentre assapora la cronaca dell’ennesima partita di calcio. Avrà oltre cinquant’anni, ma sembra un bimbo. Di quella partita pare sapere già tutto: ne ha ascoltato la radiocronaca, ne ha visto e rivisto le immagini la sera prima, ma sembra non gli sia bastato. Ora ridacchia, ora impreca. Ogni tanto bofonchia dei commenti, senza nemmeno accorgersi di pensare ad alta voce. E trottola le pagine avanti e indietro, dimentico del mondo, quasi leggesse e rileggesse senza capire granché. Non si accorgerà di nulla, lo so già.
Il militare davanti a lui dev’essere un novizio. È magro come un’acciuga, ha gli zigomi all’infuori, i capelli a spazzola, gli occhi cerulei, sbarrati, e una divisa che luccica, lavata e stirata a puntino, ma l’aria è di chi vorrebbe essere altrove. A volte brontola qualcosa - ma sono suoni inarticolati, borbottii afoni, senza nerbo -, a volte serra i denti a testa bassa. Forse pensa alla sua ragazza, ai genitori, agli amici, al tempo che sta perdendo, al lavoro che non troverà e che comunque non gli piacerà o alle canne che ha smesso di farsi da poco, almeno a giudicare dalla faccia inespressiva, ebete. Da uno così non mi aspetto eroismi: sarà pure di leva, ma è ancora un ragazzino impaurito: fa il proprio dovere senza farsi troppe illusioni di comprendere cose più grandi di lui. La signora alla sua destra, invece, ha capito tutto. È bastato incrociare lo sguardo un paio di volte, tra noi, danzare gli occhi verso il cielo sbuffando leggermente. È evidente: dev’esserci passata prima di me. Non è bella, sfatta, vinta dal peso di chissà quanti figli, arresa ai compromessi della vita, ma, a guardarla bene, dev’esserlo stata: conosce la fatica d’esser donne. Lo percepisco dalla rassegnazione con cui tiene giunte le mani, abituata alle preghiere di chi non sa più a che Santo votarsi per trovare soluzioni sempre nuove ai propri guai.
Davanti alla tizia sta un prete: lo vedo appena, di profilo. Ma è uno di quei preti, per intenderci, che tutto sembra, tranne un religioso. E comunque dorme come un sasso. Ha la carnagione olivastra, dev’essere del profondo sud, partito nel cuore della notte. Bella compagnia, non c’è che dire: devo essere nata sotto il segno della Sfiga.
Mi squilla il cellulare. Il trillo sembra turbare mister palladilardo, o solo distrarlo un po’. È Alex, il mio compagno di vita. Parla dal Tribunale, anzi: straparla, a cento all’ora: un libraccio stampato, senza sbavature. C’è poco da fare, è già un bravo Avvocato, il suo cilindro scoppiettante di parole è zeppo di quei termini burocratici e inutilmente formali che mi fanno sorridere e a volte desiderare un fidanzato metalmeccanico, meno cervellotico. Mi propina le sue frasi ridicole, difficili da credere. “Scusa se ti disturbo, ma ho ritenuto opportuno chiamarti e farti in bocca al lupo per l’esame. Vedrai che l’esito sarà dei migliori” sciorina, da par suo. Non so se ridere o piangere, ma lo perdono: in fondo è uno dei pochi per i quali valga la pena andare avanti. So che non è colpa sua: si chiama deformazione professionale. Sta facendo pratica, è infervorato per una causa penale che definisce avvincente. Nemmeno a farlo apposta, l’imputato è accusato di atti di libidine violenti.
“Non ci sono le prove!”, dice. È lui che lo difende. Lo visualizzo in giacca e cravatta, ben saldo sulle gambe un po’ arcuate, da calciatore mancato, il sigaro - spento - di rappresentanza all’angolo della bocca, l’aria sicura del tipico ragazzone pontino, che in fondo mi ha conquistata proprio col suo coriandolìo di chiacchiere sfavillanti, da spaccone di provincia. Mi accenna all’onere della prova, che, spiega, è un principio fondamentale del nostro ordinamento giuridico.
“Per condannare una persona bisogna dimostrarne la colpevolezza! Vinceremo di sicuro!” conclude in crescendo. Parla a voce alta, per farsi sentire da chi gli sta attorno e corroborare le sue tesi.
“Vinceremo di sicuro!” tuona ancora. Io invece sto perdendo. Perché è proprio questo il problema: come faccio a provare che davanti a me c’è un grassone che si sta toccando? “Le prove, ci vogliono le prove! Fatti non parole!” scandisce Alex, nemmeno a farlo apposta. Credo sia in una pausa dell’udienza. Come faccio a dirgli che le prove di certa bestialità sono davanti a me, proprio mentre mi sta parlando di Giustizia e rispetto della Legalità? Lui è il classico figlio della Latina-VIP: very inciucio people. Benestante, studioso, sportivo. Convinto di conoscere uomini e cose. Ma il mondo ha sempre due volti ed anche più. Certo, potrei anche dirglielo, rovinargli la giornata, distrarlo dalla sua causa, farlo star male. Ma a che servirebbe? Ve lo dico io: a niente. Perché ci vogliono sempre delle maledette prove. E allora come faccio a provare che ci sono tipi che salgono sui bus per allungare le mani sulle chiappe di chi gli capita a tiro?
“C’è un sacco di gente, è normale stare schiacciati come sardine.” si giustificano, se qualcuno reagisce in malo modo.
Come faccio a provare che una ragazza è stata stuprata da alcuni militari in uno scompartimento ma nessuno ha visto o sentito nulla, pur di non avere grane, non prendere un cazzotto in faccia, non finire in Tribunale a testimoniare, non subire vendette e ritorsioni d’ogni genere? Quella poveretta non ha avuto il coraggio di denunciare nulla e ha seppellito nel profondo del cuore la sua vergogna, fino a cambiare modo di vestirsi, pettinarsi, truccarsi, mutando carattere e voce per colpa di quattro-cinque mostri dal volto umano, con tanto di stellette sulla divisa che fanno tanto fico. Possibile che questa gentaglia non pensi mai che c’è un Dio che vede e giudica?
Come faccio a provare che una sera, mentre attraversavo i giardini pubblici di Latina con zia Sandra, un signore attempato ci ha incrociate sul marciapiede coi pantaloni aperti e il coso a penzoloni?
“Che ore sono?” ha chiesto.
Il buffo è che mia zia - è miope come una talpa ma non vuole portare gli occhiali (“Mi invecchiano di dieci anni!”) -, non si è accorta di nulla.
“Le sette e un quarto” ha risposto. Quello c’è rimasto così male che s’è fatto cereo ed è sparito in un baleno, inghiottito dalla medesima oscurità da cui era affiorato sinistro. Forse dovremmo avere tutte la freddezza di mia cugina Marcella. Una volta è stata avvicinata da uno di quelli che si pensa esistano solo nei film di Fantozzi o Benigni. Gli si è piazzato davanti, spalancando l’impermeabile e mostrandosi come mamma l’ha fatto.
“Tutto qua?” lo ha freddato lei. E l’uomo si è dissolto nel nulla, ancora una volta. Ma lei è una tosta, rimasta orfana a sei anni. La sua vita è stata una battaglia per la sopravvivenza. Le altre, invece, hanno inseguito il sogno del principe azzurro che forse non esiste. Vaglielo a spiegare a una ragazzina che non conosce il mondo, che, in certe sciagurate situazioni, perdere la testa e farsi dominare dalla paura può significare… la fine. Queste sono belve: fiutano le prede e, se sentono l’odore del sangue, s’inebriano fino a sentirsi autorizzate a farle a brandelli. Si sentono uomini forti, grandi e grossi: sono solo piccoli mostri, piccoli e orrendi.
Ma come faccio a provarlo? Come faccio? Come?
Siamo ormai all’altezza di Campoleone. Di colpo il militare s’è girato dall’altra parte e finge di dormire. Non vuole grane. Il signore coi baffi ha cominciato a compilare schedine varie: Superenalotto, Totocalcio… le solite stronzate, buone per abbindolare i polli, che in questo Paese non mancano mai. Ha altro cui pensare. Più in là, la signora s’è messa a recitare il rosario ad alta voce e su quella cantilena di preghiere il prete, ammesso che davvero lo sia, sembra trastullarsi blando, nel dormiveglia. E così tutto si fa ancor più grottesco. Ma tant’è: in fondo lo strazio sta per finire; almeno spero, perché questo tipo un risultato l’ha ottenuto di sicuro: improvvisamente non ricordo più un’acca dell’esame che mi aspetta. E non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea d’andare ad elemosinare comprensione al Prof per una vicenda tanto avvilente. Mi riprometto di riordinare le idee appena messo piede a terra. Oggi un bel cappuccino con cornetto alla marmellata da “Trombetta” non me lo leva nessuno. L’ho meritato proprio, con quel che ho dovuto sopportare. Mettere qualcosa di caldo nello stomaco servirà a farmi sentire meglio. Ma ora che succede? Lo scompartimento si è svuotato di colpo, come se i miei compagni di viaggio fossero stati risucchiati da un vortice. È rimasto solo il grassone maleodorante, e s’è alzato in piedi. Non crederà davvero che mi lasci mettere le mani addosso senza battere ciglio? Ha afferrato il libro, me lo ha strappato di mano ed ha cominciato a straziarne le pagine. Lo sta facendo a brandelli. Pochi secondi e degli appunti di mesi di levatacce mattutine resta solo un arruffio di carta che volteggia beffardo sulla mia testa. Ride. Anzi: sghignazza. Comincio ad avere paura. Si abbassa. Solleva i pantaloni fin sopra la caviglia, dove nasconde qualcosa. Ora impugna un coltellaccio. Vedo la lama che scintilla, ferma e fredda. Si confonde fino a farsi tutt’uno con la pastosa luce del sole e mi abbaglia per un attimo che sembra eterno. Non ho dubbi: la follia si è impadronita di lui. Temo voglia uccidermi, ma non ho la forza di gridare, so solo di essere in trappola ed ho appena il tempo di domandarmi per quale assurdo motivo i miei compagni di viaggio abbiano deciso di volatilizzarsi quando mancano ancora alcuni chilometri all’arrivo alla Stazione Termini. Forse non la rivedrò più, quella Stazione, e già mi manca. Forse erano tutti d’accordo col mostro? Forse sono già morta, in viaggio verso un’altra dimensione? No, mi sbaglio. Sono viva: lo confermano i battiti impazziti del cuore. Sono perfino abbastanza lucida per osservarlo mentre si apre i pantaloni. Li cala di colpo, tra una ridda di versacci, sfigurato da un ghigno che non è più di questo mondo. Ne avrei fatto volentieri a meno, ma scopro che la bestiaccia non indossa mutande. Davanti a me c’è il suo membro tozzo: penzola da una fitta peluria. Lo afferra e se lo mena quattro-cinque volte, come se volesse eccitarsi, ma gli resta moscio, orrendamente inerte, stretto nel pugno di un uomo sconfitto. E allora un sussulto rabbioso lo scuote. Porta la lama all’altezza dello scroto. Prende la mira con calma apparente. Chiude gli occhi. Ha la bava alla bocca. Ho l’impressione di poterlo toccare, il fiume d’ira che lo pervade e lo fa trasalire. Seguono un colpo secco, uno spurgo schiumoso e un urlaccio demoniaco che fa da colonna sonora al fiotto di sangue che accompagna i suoi testicoli, mentre cadono ai miei piedi – plòf! plòf! - e paiono rimbalzare a terra in un ballo macabro, tribale. Riapre gli occhi e già non è più un essere umano. Brandisce di nuovo il coltello. Ha le guance infuocate. Vuole sgozzarmi? No… se lo ficca nell’addome. La lama affonda nella carne e scompare. Non la vedo più, ma so che sta tagliando, facendo scempio. Ed ho ancora le sue grida, le sue richieste d’aiuto e perfino l’ultimo rantolo: un ribòbolo catarroso rimastogli in gola, a colmarmi le orecchie, mentre si squarcia deciso, feroce, nemmeno volesse punire qualcosa o qualcuno rincantucciato dentro di lui, infinitamente più forte ed orrendo del poverocristo che ora sta morendo ai miei piedi, contorcendosi come un vermiciattolo idiota e senza senso.


(Fernando Bassoli)



permalink | inviato da il 3/8/2004 alle 23:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Si vive una volta sola (così almeno ci hanno insegnato)
post pubblicato in I miei racconti, il 25 maggio 2004


Pubblico il mio racconto tratto dal sito www.anonimascrittori.it (macchia di aprile).
Si intitola "Appuntamenti pericolosi". Buon viaggio nei meandri della mia disperazione.

Una stretta di mano e ci sedemmo. Come al solito, il bar dell’Hotel Palace sembrava un grande mercato o, peggio, la sala d’attesa di una stazione. Di tanto in tanto, però, il brusio uniforme di voci veniva rotto dalla risata chioccia di una signora grassoccia come un barilotto, che sedeva a gambe divaricate alla nostra sinistra. Alla prima risatona, il signor Garay la fulminò con un’occhiataccia di sguincio, ma quella, per tutta risposta, esplose in una nuova eruzione di riso. Allora Garay fece uno strano verso – gnneck! – storcendo il collo di botto, e una luce sbrilluzzante gli sfarfallò negli occhi, mutando il suo sguardo all’improvviso: rasserenandolo quasi avesse pigiato un tasto nella memoria del cervello, per cancellare la cicciona e la sua risataccia molesta. Custardoy sembrò percepire il mio disagio. Noi due ci conosciamo da una vita, dato che siamo nati nello stesso quartiere vicino allo Stadio Santiago Bernabeu, dove abbiamo cominciato ad amare il calcio assistendo alle sfide del mitico Real. Quelle domeniche sulle tribune hanno cementato la nostra amicizia al punto che posso dire che siamo in grado di leggere nel pensiero dell’altro. Custardoy, infatti, mi fece l’occhietto per rassicurarmi. Poi prese la parola, rivolgendosi al misterioso signor Garay. “Allora? gliela diamo una mano, al mio amico? così finirà di passare le notti insonni. Vede, quando non dorme diventa insopportabile, sempre nervoso: non lo riconosco più. Come si può fare?”, domandò. “Ecco vede il mio problema…” aggiunsi io, ma Garay mi interruppe bruscamente. “So già tutto, non si preoccupi. Ho capito perfettamente la situazione. Custardoy mi ha spiegato per filo e per segno cosa la preoccupa. Del resto ne ha buon motivo: Jauralde è un uomo senza scrupoli.” sussurrò con voce ferma. E devo ammettere che mi sentii davvero rassicurato. Conoscevo a fondo pregi e difetti di Custardoy: per quanto eccentrico ed imprevedibile – diciamo pure un po’ matto -, era un tipo in gamba: il classico uomo di mondo che ne aveva viste di cotte e di crude, sopravvivendo a mille disgrazie senza fare una piega. Conclusi che mi aveva certo presentato la persona capace di tirarmi fuori da quella situazione balorda, che stava rovinando i rapporti con la mia famiglia a causa del crescente nervosismo che aveva stravolto il mio carattere mite. “Come si può fare, dunque?”, ripetei, scosso da un fremito di rinnovato entusiasmo. “Semplice: basta pagare e tutto è possibile, in questa valle di lacrime.” replicò secco Garay, guardandomi dritto negli occhi e mettendomi di nuovo a disagio, non tanto per quello che aveva detto, che in fondo mi aspettavo, quanto per il modo con cui aveva parlato. “Ci pensa Pedrinho.” aggiunse subito dopo il tipaccio. E si passò l’indice della destra sotto la gola, facendolo scorrere in orizzontale. Un gesto che stonava con la sua bizzarra cravatta giallina zeppa di uccellini. “E chi è, un suo amico?” chiesi, incuriosito ma in fondo preoccupato. “In un certo senso sì. E’ uno che ha un certo potere, sulla vita degli altri. Cinquemila pesetas e Jauralde non le darà più alcun fastidio, signor Aragon”. “Davvero, ne è sicuro?”. “Certo: i morti non danno più fastidio a nessuno, mi creda.” concluse lui, ed un brivido mi percorse la schiena. Non mi ero sbagliato: Custardoy stava diventando sempre più pazzo, ma non credevo fosse giunto al punto di andare a raccontare i fatti miei ad un uomo che poteva farmi diventare il mandante dell’omicidio di un personaggio così in vista come l’imprenditore Jauralde: il costruttore più ricco di Madrid, dedito a traffici illeciti d’ogni risma. Dopo un primo sgomento, però, scoprii che l’idea non mi dispiaceva più di tanto. In fondo, prima o poi tutti dobbiamo morire.



permalink | inviato da il 25/5/2004 alle 22:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
Rosticceria (by Antonino Genovese)
post pubblicato in I miei racconti, il 14 dicembre 2003


Ricevo e pubblico questo gradevole racconto da un giovane e serio autore siciliano: Antonino Genovese.

Rosticceria

E’ buio quando la sveglia comincia a suonare.
E’ difficile abbandonare il torpore del letto e imbattersi in un ambiente esterno, avvolto dal gelo mattutino.
Eppure gli autobus non aspettano.
Preparato il caffè e ne tracanno più del solito.
Mi accendo una sigaretta. Il mio medico dice che dovrei smettere, fumo da quando avevo tredici anni e i miei polmoni assomigliano ad un pollo carbonizzato da una massaia non troppo brava ai fornelli.
Il pullman è arrivato in ritardo e giungo a lezione per grazia divina. Alle dodici e mezza sono fuori e vado a rincorrere di nuovo l’autobus che mi deve riportare a casa, nella mia amata Barcellona Pozzo di Gotto.
Ormai sono quattro anni che faccio la stessa vita e gli automatismi della mia vita si sono abituati alle frenetiche corse contro il tempo.
Ho trascorso l’intera mattina a preparare vetrini in laboratorio: fissazione, inclusione in paraffina, taglio col microtomo, colorazione in ematossilina-eosina.
Spero proprio che la corsa dell’una non salti.
La fame si fa sentire, prima pian piano, poi bussa più forte. La mia meta diventa subito una rosticceria.
“C’è nessuno?” chiedo. Il locale è vuoto.
Appare quasi immediatamente una ragazza che all’incirca può avere ventiquattro anni.
“Prego”. Sorride.
“Una pizzetta” rispondo.
Si abbassa per scaldarla nel fornetto a microonde. Ha un bel culo, sul quale lascio impresso il mio sguardo. Indossa un paio di jeans sformati, ma lei li riempie proprio bene.
Si accorge del mio interesse, alle donne non si può nascondere mai niente.
Dopo pochi minuti il mio spuntino è pronto.
Mi siedo a gustarlo con calma.
La ragazza mi guarda, si avvicina al tavolo adiacente al mio e toglie via i rimasugli lasciati da qualche avventore.
”Oggi sono davvero stanca” dice.
“Il lunedì c’è sempre tanto da pulire” continua.
Ho la bocca piena e non riesco a parlare. Annuisco soltanto.
“Tu che fai? Studi?”.
“Sono al quarto anno di Medicina”.
“Beato te”.
“Perché beato?”,
“Non ti devi spaccare la schiena ogni giorno”.
“Insomma, diciamo che è un po’ faticoso”.
“Faticoso sì, ma sempre meno di un lavoro come il mio”.
“Sopravvivo”.
Mentre è indaffarata a riordinare il locale la divoro con gli occhi. E’ veramente carina. Ha le gote leggermente arrossate. Di tanto in tanto ricambia i miei sguardi e sorride. Il silenzio regna sovrano.
Mi alzo per pagare il conto. L’autobus passerà a momenti. Involontariamente la urto e le faccio perdere l’equilibrio quanto basta per farle scivolare di mano il vassoio pieno di avanzi e bottiglie vuote.
“Scusa” dico mentre mi chino per aiutarla a raccogliere i cocci delle bottiglie andate in frantumi.
“Non ti preoccupare”.
I nostri occhi s’incontrano. I suoi da vicino sono ancora più belli ed è facile restarne ammaliati.
Faccio un leggero movimento del capo verso di lei e ci baciamo.
Sento l’autobus che passa. Non mi volto neppure a guardare. La ragazza mi prende per mano e mi conduce in un ripostiglio. E’ buio e ci vuole un po’ prima che i miei occhi si abituino all’oscurità.
Si toglie i jeans. Sbottona i miei pantaloni. Fa tutto rapidamente e con un’intraprendenza che fa sbalordire.
Non deve essere la prima volta che seduce qualcuno nel suo locale, ma io non sono affatto geloso. Lo facciamo per terra. E non penso niente. Ho in mente solo il suo corpo ambrato, che sa di muschio misto all’odore di fritto, ai suoi capelli, che le scivolano sulle spalle, alle sue mani, che s’impossessano del mio corpo.
Mi piace. Questo amplesso consumato clandestinamente mi eccita. E non ci vuole molto a toccare le vette del piacere. Un gemito soffuso mi fa capire che lei è soddisfatta. Si vede anche dai suoi occhi che ormai si sono fatti languidi.
“Rivestiti” dice d’un tratto.
La porta sia apre. La luce m’investe. I miei occhi devono ancora abituarsi, ma un improvviso dolore alle costole mi fa capire che qualcosa non va.
“Dammi il portafogli” dice una voce maschile.
Non vedo ancora molto. I miei occhi sono ancora invasi dalla luce.
Un calcio arriva puntuale allo stomaco e cado a terra. L’uomo fruga nei pantaloni.
“Era un povero morto di fame” dice poi.
“Quanto aveva?” chiede la ragazza.
“Trenta euro”.
“Fanculo”. Mi sputa addosso.
L’uomo mi alza per il colletto del giubbotto. Ora lo vedo bene e già soltanto la faccia mi spaventa.
“Vattene” dice.
Mi avvio verso la porta senza fiatare. Resistergli sarebbe inutile.
Li sento litigare.
“Sei una stupida” urla l’uomo.
“Non ti lamentare, è sempre meglio di niente”.
“Stai più attenta la prossima volta”.
“Ho dovuto pure far finta di godere”.
La fermata dell’autobus è solo a pochi minuti di distanza. Non mi resta altro da fare che aspettare la prossima corsa per tornare a casa.

(Antonino Genovese)



permalink | inviato da il 14/12/2003 alle 16:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
SCIARADA (PER COLPA DELLA LUNA)
post pubblicato in I miei racconti, il 6 novembre 2003


Un giorno la Follia decise di riunire tutti i sentimenti e le qualità degli uomini. Dopo che la Noia ebbe finito di presentarsi per la settima volta, la Follia, con aria come sempre un po’ esaltata, propose di giocare a nascondino. La Curiosità, non riuscendo a dominarsi, chiese subito informazioni sulle regole del gioco, mentre l’Interesse aggrottò un sopracciglio.
“Io mi benderò gli occhi e conterò fino a mille. Nel frattempo, vi nasconderete. Appena avrò finito di contare, verrò a cercarvi.” spiegò la Follia. Per tutta risposta, l’Entusiasmo si mise a ballare, e a lui si unirono l’Euforia e l’Allegria. Quest’ultima fece tanti salti da convincere perfino il Dubbio, perennemente indeciso, e l’Apatia, alla quale non andava mai di fare niente. Ma non tutti vollero prendere parte al giochino: la Verità, ad esempio, preferì non nascondersi; la Codardia fuggì a gambe levate, mentre la Superbia disse che le sembrava una trovata futile (in realtà gli dava fastidio che non fosse stata una sua idea, ma, orgogliosa com’era, non lo avrebbe mai ammesso). La Fretta, da parte sua, osservò che si stava facendo tardi: era ora di cominciare. La Follia cominciò dunque a contare.
“Uno… due… tre… quattro… cinque…” cantilenò, con un risolino.
La prima a sparire fu la Pigrizia: si lasciò cadere dietro il primo cespuglio che trovò sul suo cammino e s’addormentò. L’Invidia si nascose all’ombra del Trionfo, che era salito sull’albero più alto, mentre la Fede volò in cielo. La Generosità, invece, esitava: ogni posto le sembrava migliore per qualcuno dei suoi amici, e dunque glielo cedeva col sorriso sulle labbra. Piano piano tutti trovarono riparo da qualche parte: la Timidezza sparì tra le fronde di un albero; la Libertà si lasciò rapire da una folata di vento; l’Egoismo cercò un nascondiglio confortevole e ventilato tutto per sé; la Passione e il Desiderio si calarono nel cratere di un vulcano. Nessuno, però, seppe che fine fece l’Oblio. Quando la Follia arrivò a contare novecentonovanta, l’Amore non aveva ancora trovato un posto per nascondersi, ché erano già tutti occupati, finché scorse un cespuglio di rose e decise di nascondersi tra i suoi fiori.
“Mille!” esclamò d’un tratto la Follia. La conta era finita: cominciò dunque a cercare, visibilmente eccitata. Per prima scovò la Pigrizia, che stava a soli tre passi. Poi udì la Fede, che stava discutendo con Dio di questioni teologiche e sentì vibrare la Passione e il Desiderio dal fondo del vulcano. Per puro caso trovò l’Invidia, dalla quale dedusse dove stava il Trionfo: poi notò l’Egoismo: essendosi accorto che c’era un nido di vespe, esso aveva abbandonato il suo posto. Subito dopo vide il Dubbio: stava seduto a cavalcioni su uno steccato senza aver ancora deciso da quale lato nascondersi. Pian piano, la Follia scovò tutti gli altri. Nel frattempo era giunta la notte. Nel cielo era comparsa la Luna e alle spalle della Follia apparì la Bellezza, che riluceva per colpa della Luna. La Bellezza delle cose ama nascondersi. Per trovarla, bisogna saperla cercare o attendere che qualcuno ce la riveli. è forse per questo che i poeti amano tanto la Luna.

(The Fer)



permalink | inviato da il 6/11/2003 alle 17:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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