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Come campa un uomo senza soldi?
post pubblicato in ...., il 16 gennaio 2007


http://www.giulioperroneditore.it/collane/onde/come_campa_un_uomo_senza_soldi_di_fernando_bassoli

;-)



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Racconto nr. 5
post pubblicato in ...., il 24 dicembre 2006


IL PESCIONE DI SAETTA

(dA Racconti di sabaudia - baldini castoldi dalai editore) 

 

Makkeroni, Nanà, Brumama, Quasimodo, Vecchia Roma, Gufi, Cifra, Zicarelli, Felix e Bussola… andata e ritorno all’infinito, ché qui non c’è nulla di meglio da fare che scorrazzare in lungo e in largo con Silver, Shox o Galaxy ai piedi e Smart, Mini nuove, X5, BMW o Mercedes sotto al culo. O al massimo chattare su Ciaolatina. Perché in questo paesone si gira sì con le mutande di fuori, ma solo se firmate Kalvin Klein. Altrimenti sei out, perché Latina non è una città, ma un groviglio scemo di strade e stradone, palazzotti squadrati, piazze troppo belle per essere vivibili, semafori rossorelativi (non a caso Tiziano Ferro vive qui) e persone che s’incrociano e si guardano senza mai davvero vedersi, troppo prese ad inseguire la cambialozza quotidianamente in scadenza, sempre fastidiosa e spesso letale, proprio come le zanzarone anofele dell’Agro a suo tempo bonificato, tra una bestemmia e l’altra, dai coloni insidiati dall’incubo della malaria, giunti qui da mezza Italia per inseguire il sogno di una vita migliore. La gente di Latina, insomma, è tutto fumo e niente arrosto, schiava di un becero pariolinismo di provincia dove chi può fa sempre gli stessi giri. Qui l’economia è scoppiata negli anni ’90. Non che prima le cose andassero a gonfie vele, ma il pastrocchio dell’indebitamento ad oltranza architettato dai Governi poi polverizzati da Tangentopoli aveva partorito un mostriciattolo in fondo intelligente e del quale andare perfino fieri, che aveva convinto anche gli scettici a bussare allo sportello di qualche Banca. Il ciclone Di Pietro, però, ha spazzato via tutto senza tanti complimenti, e un brutto giorno ci siamo svegliati tutti più poveri, incazzati e perfino più brutti, perché i guai non vengono mai da soli: piove sempre sul bagnato. Ogni Banca, infatti, s’è presto rivelata una… Banda; di strozzini autorizzati da uno Stato colpevolmente complice, che incita alla rivoluzione. O almeno alla ribellione. Ma i ragazzi di Latina, non si lasciano tentare: sono troppo svegli e preferiscono amare che fare la guerra. Hanno fatto tesoro di mille esperienze: dai genitori hanno imparato che il lavoro conta poco (ciò che è davvero importante è difendere la proprietà: case, terreni… questa roba sì, che fa la differenza); dai professori hanno appreso che la scuola è marcia - il regno dei raccomandati e dei figlidipapà -: non per nulla sforna un esercito di disoccupati; dai politici hanno capito che promettere non costa niente, ma anche che i sogni sono irrealizzabili; con le donne hanno scoperto che l’amore non esiste – e, se esiste, dura poco - ché a Latina le donne sono quasi tutte troie. e se ne vantano pure. Per stare al loro passo, evitando brutte figure, i maschioni locali - ben fasciati dalle felpe della Snyx: quelle coi fumetti di Rago - si dedicano allo sport a tempo pieno: body-building, footing, nuoto, calcetto, pallavolo… perfino il biliardo spopola… perché ogni attività fisica è buona per mantenersi in perfetta forma. Ma ci sono anche delle eccezioni: Pontino, ad esempio, che era magro come un chiodo, anche se si sentiva scoppiare di energia. Era un maschiotto più sveglio di quel poteva sembrare. O meglio: di quel che dava a vedere. Generoso: un cuore grande, sempre pronto a farsi in quattro, disposto a dare una mano agli amici in difficoltà; sensibile: preoccupato per le cento guerre in corso nel mondo; solare: col sorriso stampato sulle labbra, anche quando la vita gli mostrava il suo lato peggiore. Il classico ragazzo d’oro, di quelli che te l’immagini in piedi alle sei di mattina per fare flessioni nel buio della camera da letto, in Chiesa la domenica e al supermercato due volte la settimana a fare la spesa per l’intera famiglia, cani e gatti inclusi. Già: perché lui aveva sempre amato gli animali; tutti: pesci compresi. Per loro provava un rispetto istintivo, ne condivideva la purezza incorrotta, fatta di carezze e sguardi dipinti di quella gioia ingenua che solo un micio o un cagnoletto sanno darti senza chiedere nulla in cambio, se non un pizzico d’affetto e qualche ossetto di pollo da sgranocchiare. Solo che lui esagerava: se poteva, risparmiava pure i ragni! I bacherozzi, poi, li trattava come cuccioletti, e poco ci mancava che gli mettesse un guinzaglio per portarli a spasso, ché era per il rispetto totale della vita in ogni sua espressione. Fosse nato in India, sarebbe stato uno di quei tizi che vanno in giro coi campanelli attaccati ai sandali, per non calpestare vermi ed insetti vari durante il cammino. Col tempo, era diventato perfino vegetariano. Dopo aver letto tanti libri di filosofia orientale, del resto, per lui sarebbe stato davvero impossibile continuare a mangiare carne. In una città modaiola e fascistella come Latina, scelte del genere non passavano inosservate. Quando usciva con gli amici, alcuni lo prendevano in giro, un po’ per questa sua passione sfrenata per ogni tipo di bestiola, un po’ perché andava avanti a pappa reale, insalate di carote e pomodori spruzzate col mais. Quello che lo sfotteva di più era Luciano, detto l’Uragano. Per uno come lui, figlio di macellaio e macellaio a sua volta, chi predicava certe idee rappresentava una minaccia vera e propria contro l’ordine più o meno razionale delle cose che aveva permesso alla sua famiglia di prosperare, lavorando sì dalla mattina alla sera, ma anche guadagnando bei soldi in allegria, grazie ai quali garantire un futuro sereno ai propri figli.

“A Ponti’, lasciame dì ‘na cosa: hai letto troppi libri! Da’ retta a ‘st’amico tuo, ché lo sai che te vòjo bene: sbàfate un bel polletto, un cinghialotto, ‘na fiorentina… ‘na sogliolona ai ferri… vedrai che dopo er mondo te sembrerà più bello! Nun magnà carne è come fà camminà ‘na macchina senz’olio… pe’ un po’ va avanti uguale, ma poi… va a finì che fonde! Non vedi che non ti reggi in piedi? pari ‘no spaventapasseri ubriaco… anzi, ‘no spaventapassere: quando te vede ‘na femmina, se rigira dall’altra parte, ché je viene da vomità…” lo punzecchiava, ostentando l’accento romanesco ereditato dal padre testaccino. A volte esagerava di brutto. Ma poteva permetterselo: lui e Pontino si conoscevano da una vita: da quando giocavano a pallone sul campetto spelacchiato delle Covelli; erano tempi eroici, quelli: mica c’era il mega-Centro commerciale “LatinaFiori”, in zona! E nemmeno il palazzone-alveare chiamato (con molta generosità) “Il Colosseo”. E neppure il monumento all’aviatore. Solo erbacce e marciapiedi slabbrati, c’erano. All’epoca, parlo dei primi anni ’80, i due erano ancora dei ragazzini dalla parolaccia facile, pieni di capelli e brufoletti, cresciuti a pane, nutella & Goldrake alla tv. Come mille altri, insomma. Pontino era uno che litigava col pallone e non lo stoppava nemmeno per sbaglio, ma sullo scatto fregava pure le motociclette; stargli dietro era impossibile. Per fermarlo, Luciano, che lo marcava stretto, gli tirava dei calcioni negli stinchi senza tanti complimenti, sollevando nuvolacce di polverone che salivano e salivano in alto. Fino ad annerire il cielo. Spazzava via tutto ciò che incontrava, al punto che tutti cominciarono a chiamarlo L’Uragano: un nomignolo che è tutto un programma. Per Pontino, era quasi un fratello. Con tutte le botte che si erano dati, una volta cresciuti potevano dirsi qualsiasi cosa in faccia senza problemi, ché, chissà perché, quando due fanno a pugni da ragazzini finiscono per rispettarsi al punto da diventare amici per la pelle. Che tipo, Luciano! era semplicemente travolgente, con le azioni, le parole e perfino col pensiero, dato che, mentre parlava di una cosa, già pensava a cento altre. E te ne accorgevi perché mischiava le cose che diceva, facendo un frullatone scoppiettante e gesticolando da par suo, agitando le mani a scatti o battendone una sull’altra. Uragano, insomma, era un uomo-casino, uno che aveva sempre fretta, dando l’impressione d’avere le ore contate, quasi presentisse che non sarebbe vissuto troppo a lungo. E infatti se n’era andato in una manciata di settimane, stroncato dalla leucemia nel fiore degli anni. Pontino non riusciva a capire perché aveva pensato a lui, la prima volta che aveva incrociato lo sguardo di Alfonzo. Con la zeta. Perché bisognava distinguerlo, in qualche modo: Alfonso sarebbe stato un nome troppo ordinario, per quella creatura che sembrava immateriale, sbucata fuori dagli abissi misteriosi della fantasia. Era un pescione argentato, coi riflessi verde-arancio e gli occhi all’infuori, come ogni pesce di questo mondo. I suoi, però, erano occhi diversi: semiumani, che scrutavano dal cassone di vetro verdognolo dell’acquario e sembravano cambiare a seconda delle giornate, come se anche un pesce potesse avere i repentini cambiamenti di umore che hanno gli uomini; a volte sembravano sorridere, a volte rimproverare. E a volte facevano perfino sentire in colpa, come se quel dannato pesce avesse intenzione di giudicare le azioni compiute durante la giornata. Quella sensazione era talmente nitida che il ragazzo aveva preso a chiamarlo Don Alfonzo e, quando s’accostava alla vaschetta dell’acquario, pensava “Vado a confessarmi”. E scherzava fino ad un certo punto, ché una volta aveva avuto la netta impressione che il pesce avesse addirittura parlato.

“Vedi cosa succede a comportarsi male? Guarda me: ero uomo e me la passavo pure bene, ma… nella mia vita precedente… non ho fatto altro che uccidere… e mi sono reincarnato pesce. Ora vorrei tanto fuggire: uscire fuori da questo corpo; ma non posso, ne sono prigioniero! e non posso far nulla per evolvere, se nessuno mi aiuta… Liberami da questo tormento! Fai qualcosa per me!” gli aveva letto negli occhi. E, per la verità, non si era meravigliato più di tanto. Anzi: aveva trovato la conferma delle sue convinzioni, perché lui alla reincarnazione credeva davvero, e quando aveva cominciato a capire certe cose, era cambiato di brutto, al punto che gli era sembrato d’aver perso dei pezzi di pelle e d’essere davvero un altro, diverso in tutto: nel modo di agire, di pensare, di parlare, nel modo di affrontare i mille problemi della vita quotidiana, piccoli o grandi che fossero, e perfino nel modo di camminare. Poco a poco i suoi sensi si erano raffinati all’inverosimile. Al punto che udiva una vocina sussurrargli all’orecchio che l’esserino confinato nell’acquario era proprio il suo vecchio amico Luciano.

La proprietaria del pescione misterioso si chiamava Saetta; era una scintillona sfolgorante, quasi assurda: alta, mora e giusta. Un tipo alla Manuela Arcuri, per intenderci (anche lei è di Latina). Lo aveva fulminato al primo tuono, cioè al primo sguardo. Pontino era rimasto stravolto; di ragazze, ne aveva avute, ma lei era diversa… un sogno in carne ed ossa: alta, sinuosa, sicura di sé. E a lui le donne piacevano così: belle e indipendenti. Femmine, insomma, ma non rompiballe come la maggior parte delle donne, madri incluse.

Quando l’aveva visto sculettare fuori dal Teatro “D’Annunzio”, Pontino l’aveva guardata e aveva pensato ad un quadro di Mirò: una stampa che teneva appesa sopra il letto, nella sua stanza. Era un quadro intitolato “La donna pesce”: forse era frutto di un sogno, forse una visione che era diventata realtà, proprio come la Venere comparsa davanti ai suoi occhi increduli. S’era dunque messo alle sue costole, tampinandola come un mammalucco mentre spandeva profumo di rosa lungo il Corso, mentre Saetta calamitava gli sguardi ammammolati dei pischellozzi appoggiati alle colonne del “Bar Friuli”. E il nostro eroe aveva capito che l’uomo non ha scelta, a questo mondo: l’Amore, quello con la a maiuscola, decide per lui, e chi non ama non sa cosa perde. Un secondo dopo, Corso della Repubblica gli era sembrato illuminarsi d’un nuovo, specialissimo colore e farsi d’incanto via Veneto. Conquistarla non era stato facile, ma Pontino era uno di quei tipi che quando si mettono in testa qualcosa riescono sempre a realizzare i propri propositi.

Ricordava ancora la primissima volta che aveva visto il pescione di Saetta: era stato a casa di lei. L’acquario affiorava, quasi galleggiando, dal buio della sua stanza. E la luce proiettava un fascio delicato che si riverberava sulle coperte del letto che blandivano i due amanti come baciando i loro corpi complici. Il ragazzo non aveva dimenticato quella serata, né avrebbe potuto farlo, perché era stata anche la prima sera che avevano fatto l’amore. Era successo sotto la doccia attigua alla cameretta di Saetta. Ma gli era sembrato d’amarla su un prato di stelle, sotto una luna di brace, mentre il cielo esplodeva e la notte incorniciava l’estasi.

“E questo chi è?” le aveva chiesto, sbirciando nell’acquario.

“Chi è chi?”

“Il pesce, no?”

“Ah, quel coso buffo… me l’ha regalato mia sorella. Si chiama Alfonzo.”

“Alfonso vorrai dire…”

“Nooo… Alfonzo, con la zeta: mica è un pescetto come tutti gli altri. Non vedi com’è lungo? Chissà come diventerà, una volta cresciuto.”

“Vuoi metterlo all’ingrasso, insomma.”

“Certo, lo voglio raddoppiato.”

“Che razza di animale è?”

è un cipparones

“Un cippa-che?”

“Quei pesci che finiscono in padella. Sono molto buoni, sai? Gnam!”

“Ma che dici? mattacchiona…” la prese a ridere Pontino.

Un giorno, però, scoprì che l’acquario era inspiegabilmente vuoto.

“Ehi, che fine ha fatto Don Alfonzo?” chiese.

“L’ho pappato.”

“Che hai fatto?”

“L’ho mangiato, ho detto.”

“Non scherzare, dove l’hai nascosto? In un acquario nuovo? Vuoi farmi una sorpresa, vero? magari gli hai regalato una pesciolina rossa tutta per lui…”

“Quante storie… avevo fame e l’ho mangiato, tutto qua. Aaaam! Hai paura che mangio anche te? Nooo… tu mi servi vivo! Quando non mi servirai più, ti farò fuori in un sol boccone.”

Pontino sbiancò.

“Be’, cos’è quella faccia? Mica crederai sul serio che voglio sbafarmi anche te! Che scemone!”

“Ma Saetta, quel povero pescetto…”

“Pescetto? Te lo ricordi bene? ci ho messo due giorni per digerirlo, quel ciccione. Lo avevo ingrassato proprio alla grande. Forse avevo anche esagerato. O forse dovevo metterlo prima nel forno. Comunque sia, non era niente male. Avrei solo dovuto metterne un pezzo in frigo, per fartelo assaggiare… così la smettevi di fare il vegetariano ad oltranza…”

“Un pezzo… di Alfonzo? è mostruoso!”

“La smetti con le tue stramberie da vegetariano? era solo un pesciaccio vecchio e brutto a vedersi. Qua dentro c’è bisogno di vita: luce, musica, colore…”

“Ma lo hai nutrito per mesi, gli pulivi l’acquario…”

“Mica gli cambiavo pure i pannolini, eh? Pare che parli di un ragazzino! Te la ricordi la differenza che passa tra un pupo ed un pesce, sì?” chiese Saetta. Ma Pontino non rispose. Le diede le spalle e s’incamminò verso la porta.

“Dove vai adesso?”

“Le donne che mangiano i pesci del proprio acquario non mi piacciono – rispose Pontino -. Cominciano con i pesci… e finiscono per divorare anche gli uomini.”

 

 Fernando Bassoli




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Quando la grammatica diventa spettacolo: qual è o qual'è?
post pubblicato in ...., il 21 dicembre 2006


"Qual è, oppure Qual'è?
La regola sopraindicata per distinguere tra elisione e troncamento afferma che "qual è" deve essere scritto senza apostrofo (per via del fatto che la parola tronca "qual" compare davanti a consonante in espressioni come "un certo qual modo" o "qual buon vento") e così infatti affermano le principali grammatiche italiane (il Serianni e il Dardano-Trifone). Bruno Migliorini afferma ad esempio che la distinzione elisione-troncamento è artificiosa, ma visto che c'è deve essere rispettata. Altri, tuttavia, come Franco Fochi, affermano che l'uso troncato di "qual" è ormai arcaico e sopravvive soltanto in alcune "frasi fatte" ereditate dal passato (come quelle sopra citate), e quindi la forma apostrofata ha pieno diritto di esistenza.

Alcuni scrittori, tra cui Federigo Tozzi, Mario Tobino, Tommaso Landolfi, Paolo Monelli, Bonaventura Tecchi, hanno comunque usato la forma apostrofata, effettivamente molto in uso al giorno d'oggi tuttavia considerata errore nella pratica scolastica dalla maggioranza dei professori".

Allora permettimi licenza poetica:

"Fernando vorrei che Tu e Lapo'strofo mio
foste voi presi da un incantamento
e messi in un vasel che ad ogni vento
per mare andasse dove ve ce mando io
sì che natura od altro tempo rio
non vi potesse dare impedimento...
(...penso possa bastare...)

- dal blog di www.famohpsse.splinder.it

dietro cui si nasconde uno scrittore romano collega d'antologia



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Segnalovi sito molto interessante
post pubblicato in ...., il 21 dicembre 2006


http://digilander.libero.it/letteratura/



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Racconto nr. 3
post pubblicato in ...., il 20 dicembre 2006


RESISTO, DUNQUE ESISTO

(da "Manuale di (R)esistenza", pubblicato da Anonima Scrittori.it)
 

Cari ragazzi, devo confessarvi una cosa: quando si arriva a trent’anni senza lavoro, una donna, un’auto più o meno mobile, un paio di scarpe degnamente suolate, e, soprattutto, senza un centesimo, si comincia a pensare d’aver sbagliato qualcosa. Eppure devo resistere, se voglio continuare ad esistere…

Se mi guardo alle spalle, vedo solo macerie: illusioni… sogni… occasioni perdute e cento piccoli tentativi di svoltare, nati male e finiti peggio, che oggi mi fanno sorridere.

Nel mio piccolo, ce l’ho sempre messa tutta, ma da salvare non c’è nulla, a parte qualche ora d’euforia con Morena la Zozza, una che, se c’era da guadagnarsi il pane dandola a destra e manca, non s’è mai tirata indietro con nessuno, nemmeno con Sensi Caciottaro.

Niente male, i pompini di Morena. Ma anche quelli avevano il loro prezzo: mica li regalava. Troia sì, ma non scema. Pian piano s’è arricchita. Un pompino dopo l’altro, con la pazienza di una formichina. Poi ha indovinato qualche buona giocata alla Snai e ha reinvestito il guadagno in Borsa, diversificando gli investimenti da broker consumata.

Io, invece, mi sono ritrovato al verde. Ma ormai è inutile piangere sul latte versato. Quel che conta è il presente. Certezze: zero, speranze: scarse, lavoro: neanche a parlarne, perché a Latrina il lavoro non c’è e di emigrare non ho voglia: troppa fatica, troppo alto il rischio di insuccesso.

Di alcune cose soltanto, posso essere sicuro… età: 30 anni, salute: buona, voglia di sgobbare: poca, professione: disoccupato. Bilancio in rosso, come tutti i bilanci veritieri. Quelli fasulli li lascio a maghi della Finanza e trafficoni vari: i maestri delle cambiali di favore e delle false fatturazioni della finanza creativa, che creano liquidità fresca e, non bastasse, fanno pure risparmiare sulle tasse. Un’operazione alchemica: la trasformazione della merda in oro. Non ho certo la vocazione dello yuppie, del giovane imprenditore rampante stile anni ’80, pronto a vendersi la madre per un 2% di interesse in più…

Sono cresciuto comodamente stravaccato davanti a mamma tivvu, a scuola dormivo, al massimo andavo a fare un po’ di casino allo Stadio la domenica. Ma un po’ alla volta mi sono stancato di tutto. Della tivvu (sempre le stesse cose, l’importante è fare audience, come non importa), della scuola (sempre le stesse cose, specie quando sei ripetente), perfino del calcio (sempre le stesse cose, le partite le decidono arbitri cornuti e dirigenti corrotti).

E poi, per dirla tutta, c’è stata una grande novità: ho scoperto la Dea Fica. Hai detto niente…

Bella invenzione davvero. Con alcune controindicazioni. Devi pagare la scopata. O almeno la cena, regalini ed altro. Le donne sono furbe: non te la danno certo per la tua bella faccia. Chiamale sceme…

Per un disoccupato, non è un problema da poco. Qui mica siamo in Germania, dove chi perde il lavoro ha diritto a un sussidio mensile pari al 60% dell’ultimo stipendio. E sono cinque milioni, i disoccupati in Germania, mica quattro gatti…

Che popolo illuminato, i tedeschi: riconoscono il diritto a sopravvivere, mangiare tutti i giorni senza andare a rubare. Da noi non è così. Se non hai le spalle generosamente coperte da una famigliola medioborghese, sono cazzi durissimi. Perché l’ufficio collocamento è solo un circolo ricreativo. Un inutile carrozzone che serve a sistemare qualche utile idiota amico degli amici.

Ultimamente, però, mi sono dato all’economia: ho aderito al movimento Disoccupati contenti di un certo Guillaume Paoli.

Questo tizio, dicono i giornali che ho letto a scrocco dal barbiere sotto casa, teorizza così bene la dignità di una vita finanziata dai sussidi statali, che ormai non riesce più ad oziare.

Al contrario, è richiestissimo per presenziare a convegni e scrivere saggi da pubblicare in ogni lingua. Un vero Guru. La sua proposta è in fondo molto semplice: al raggiungimento dei 18 anni di età, ogni cittadino avrebbe diritto a ricevere 500 Euro al mese. Per tutta la vita, salvo che trovi un lavoro più redditizio.

Dalla nascita, il reddito sarebbe pari a 150 Euro fino ai 16 anni. 300 dai 16 ai 18. Poi 500.

Questa somma garantirebbe il diritto fondamentale della persona ad essere tenuta in vita, e permetterebbe l’abolizione di contributi sociali, Welfare, pensioni. Tutto risolto.

Fin qui, tutto splendido. Il problema è rispondere a questa obiezione: “E i fondi, dove si pigliano?”. Ecco la risposta di Paoli, avallata dall’economista Domenico De Simone: per prima cosa, bisognerebbe chiudere tutti gli uffici di collocamento (dunque avevo ragione io), che rappresentano solo un apparato burocratico costoso ed inefficiente.

Poi basterebbe una tassa dello 0,1% su ogni transazione che coinvolge il denaro, dal pagamento del caffè al bar in su, e una tassa del 4% annuo sugli strumenti della ricchezza effettiva: banconote, monete, depositi bancari, titoli del debito pubblico e delle società private, contratti derivati.

In parole povere: chi avrebbe 100 milioni di vecchie lire in banca, a fine anno ne pagherebbe 4 di tasse. Tuttavia ne riceverebbe ben 12 di reddito di cittadinanza, guadagnandoci ugualmente! Semplice, no? Insomma aveva ragione Bartali: è tutto sbagliato, tutto da rifare.

Poi si dovrebbero tassare tutti gli sportelli automatici. è vergognoso che una persona debba pagare le tasse e questo non sia imposto a un bancomat, a un distributore di bibite, biglietti, sigarette, preservativi oppure a macchinari di grandi industrie che hanno sottratto lavoro a gente in carne ed ossa. Andrebbero tassate, ‘ste macchinacce, perché fanno risparmiare alle imprese gli stipendi delle migliaia di persone che sono state licenziate per causa loro.

Morale: i lavoratori sarebbero più motivati. I datori di lavoro potrebbero pagare di più le prestazioni di qualità invece di versare onerosi contributi previdenziali allo Stato. Le pensioni sarebbero sostituite da forme di assicurazione privata.

Inoltre crescerebbero i consumi e dunque il famigerato PIL, il Prodotto Interno Lordo, quello che fa tanto felici i politicanti. La motivazione a lavorare, insomma, non nascerebbe più dal bisogno, ma dal piacere, dalla creatività, dall’ambizione personale. Una rivoluzione culturale che parte dall’economia e cambia le abitudini, i comportamenti, le teste.  

In fondo molti fessi – sono sempre numerosi, i fessi -, se non hanno qualcosa da fare, si annoiano a morte… non tutti riescono ad apprezzare il dolce far niente: l’ozio creativo che genera teorie come questa. Un vero genio, questo Paoli. Leonardo, al confronto, era un uomo di buona volontà.

Io, poi, l’ho sempre saputo che dovevo nascere in Germania, tra sacher-torte, apfelsaft, boccaloni di birra, fette di studel, gerani appesi a ogni balcone e strade pulite che ti ci puoi specchiare.

A pensarci bene, però, mi sta bene anche così. L’Italia è mille volte più bella. C’è un clima più salubre, si mangia meglio, c’è il mare…. Non è poco. E poi mica vorremo paragonare le calienti donne mediterranee a quelle stangone teutoniche dalla pelle di latte e lo sguardo di ghiaccio, vero? Ormai vivo da disoccupato per scelta. Sembra una decisione scellerata, masochista… eppure mi ci trovo abbastanza bene. Oggi il mondo si fonda sul modello della competizione, della libera concorrenza. Il principio che regola l’Economia è: produrre, produrre, produrre sempre più. Ma a me, che importa di produrre? A me interessa vivere come preferisco!

Certo, tocca sempre rinunciare a qualcosa, ma ci guadagno in tempo libero e salute. Non baratterei tutto questo per uno stipendio. Tutto sta a resistere, senza mai desistere. E poi, per dire le cose fino in fondo… le cose come stanno realmente… devo solo aspettare, con pazienza e fiducia, come il saggio cinese che aspetta i cadaveri lungo il fiume.

Tutti sappiamo che la speranza di vita è fissata a 82 anni per le donne e 76 per gli uomini.

Mia madre ha ancora 64 anni, ma mio padre ne ha già 76. Si sono sposati tardi. Hanno aspettato perché non avevano i soldi per comprare una casa – meglio: per chiedere un mutuo - e così se la sono presa comoda. Fratelli, non ne ho. Morale: un giorno questa casa sarà mia: mica camperanno fino a cent’anni, no? Io gli voglio bene, sia chiaro, ma… in fondo siamo tutti di passaggio, in questa valle di lacrime. Le regole non le ho certo fatte io.

Devo solo ammazzare il tempo in qualche modo, lasciarlo passare nella maniera meno dolorosa possibile, lasciar susseguire le stagioni e soprattutto convincere i miei vecchi che, anche se sono uno stronzo, sono pur sempre figlio loro e la Cassazione ha stabilito che per questo semplice motivo merito un piatto di pasta col sugo sulla tavola tutti i giorni. In fondo, sono stati loro a viziarmi. Loro e la Cassazione. E io mi sono abituato. Dura lex sed lex, e questa dura lex della Cassazione dice che in un modo o nell’altro pure io devo mangiare. Insomma devo resistere, resistere ad oltranza, senza mai scoraggiarmi.

Ce la farò, ne sono certo: è così bello poltrire… Fantasticare, senza nessuna pretesa di cambiare un mondo che tanto resterà sempre uguale… Non fare nulla di impegnativo dalla mattina alla sera… Mi è sempre piaciuto… rigirare i pollici con l’aria affaticata di chi si è alzato alle undici… Fare una ricca colazione semiaddormentato sul bancone del bar… Fingere di leggere i giornali per darmi un contegno… Traccheggiare così fino all’ora di pranzo… questa sì che è vita!

Ma non è tutto: per strada, tirare sempre dritto, camminando come sospesi su un filo invisibile, sul punto di spezzarsi e rompere l’incantesimo da un momento all’altro. Non salutare nessuno, nemmeno gli amici d’infanzia. Svicolare, sgusciar via, sgattaiolare: chiamatelo come preferite. Resistere, insomma. Che vi piaccia o meno resisto, dunque esisto.

Il segreto, infatti, è proprio quello di mostrarsi sempre indaffarati, fino a scoppiare di bile. Magari rimasticando parolacce tra i denti o serrando i pugni. Una vita sana, insomma, senza stress, che mantiene giovani e previene le malattie. Una ricettina facile facile: niente lavoro, niente tasse, niente commercialisti, niente mogli che chiedono soldi, figli che rompono i coglioni e, soprattutto, niente creditori che bussano alla porta. E quindi niente ulcere, ma uno stomachello pimpante come il culetto di un neonato.

Dimenticavo: a lungo andare ho riscoperto perfino il piacere di spararmi partite di calcio a tutte le ore. Quelle sono la classica ciliegina sulla torta: ti danno un alibi di ferro. Che cittadino sei, infatti, se non sai chi ha segnato il rigore del giorno o quanti giocatori sono stati ammoniti durante Napoli-Piacenza? Nessuno te lo rimprovererà mai. In Italia, almeno, funziona così.

Il dolce far niente, poi, non bisogna prenderla come una teoria estrema. è solo un principio economico, fare delle cose risparmiando energie: il massimo risultato col minimo sforzo. Prendiamo la scuola. Fin da piccoli, c’è chi si danna l’anima per fare i compiti… e chi li copia. Il risultato, in fondo, è lo stesso, no? Non tutti, però, ci riescono. Pare facile, ma non lo è. Molti, ad esempio, si fanno beccare come salami: sono i professori del futuro. Altri vanno avanti solo per un po’: diventeranno commercianti. Alcuni, invece, sono davvero speciali, perché riescono a farla franca per una vita intera. Di solito, diventano Avvocati.

Credo sia un fatto genetico: ci si nasce e basta. è come il talento, o ce l’hai o non ce l’hai, perché non te lo potrà mai insegnare nessuno, ed io, modestamente, se si tratta di fare il furbo, sono il classico cavallo di razza.

Il fatto è che seguo una logica ben precisa. Vi faccio degli esempi concreti. Prendiamo il cellulare: io non ce l’ho. A che mi serve, se poi, quando squilla, mi tocca rispondere? Magari me ne sto seduto su una panchina a contemplare la volta celeste, visualizzando affreschi di donne seminude sdraiate tra le nubi, quando ecco che mi chiama il maneggione di turno e ti dice: “Vieni, subito, ho un affare da proporti!”

Ma chi lo vuole fare, l’affare? Io sto tanto bene dove sto. E allora prendo la scusa delle onde elettromagnetiche, che nuocciono tanto alla salute, e mi salvo da questa follia collettiva.

Oppure prendiamo Internet: quando è uscito, sembravano tutti impazziti. Stentavo a capire, messo in guardia dalla mia sana indolenza. Poi, un giorno, me l’hanno imposto, dicendomi che magari grazie ad esso avrei potuto trovare un lavoro. Ed è stata la fine. Sì, perché non c’è mezzo migliore per non fare delle cose fingendo di farle, per di più restando serenamente seduti a casa propria.

è come le partite di cui parlavo prima: puoi passarci anche due giorni di fila, lì davanti, tanto nessuno ti dice niente. Anche la Rete fornisce degli alibi perfetti. Ci sono centomila siti che promettono di farti trovare lavoro. Basta inserire il curriculum ed il gioco è fatto. Tra una cosa e l’altra, per scriverlo, ci vuole una mezz’oretta; ma se ci sai fare, se ogni tanto ti alzi per andare al cesso, puoi arrivare anche ad un’ora filata.

Una volta inserito il famoso c.v., puoi stare sicuro che non ti chiamerà mai nessuno. Però farai un figurone con amici e parenti. “Sto cercando lavoro.” potrai gridare a testa alta. E ti batteranno pure le mani, commossi. Insomma il segreto è resistere, non mollare mai.

Una sera, poi, ho scoperto le chat-line. Ecco, lì la mia vita è arrivata ad un punto di svolta. E che svolta: un’inversione ad U. La prima cosa che mi hanno chiesto, quelli della chat, è stato un nickname, cioè un nome di fantasia. Io ho scelto il primo che mi è passato per la testa pensando a me stesso, ed ho scritto Natostanco. Giusto per mettere i puntini sulle i.

Sono entrato nella stanza virtuale e, dentro, ho scoperto il caos. Ma un caos ragionato, caciarone come una scolaresca di bimbetti in gita.

Innanzi tutto i nomignoli erano tutto un programma: c’erano Grande Baccello, Serse Cosmi, Il Sindaco Cazzeo, Delfinetta, Taricone, Colombina, Mister No, Troppoforte, I tre dell’Avemaria, Pedrizzi, Verga, la Carrà, Lenin, Brufolone, Sensi Caciottaro, lun@, Rosalino Cellammare, Carlo Mazzone, Alì Babà e i 40 minchioni, Ladylove, Pippo Baudo, Marabona, Van Basten, Semprecalda, Cercomaschibendotati, Frate Cionfoli, Cappuccetto Rosso cerca casa, Maurizia, il Quartetto Cetra, la sorella di Iceman, Piermario e la Brunetta dei Ricchi e Poveri.

Appena m’hanno individuato, in quel marasma di matti in gran baldoria, s’è fatta avanti una tipa ricca d’iniziativa.

lun@ per Natostanco: perché Natostanco? – mi ha chiesto. E ho subito pensato: Ma che te frega? E poi che ne so chi è questa? Magari è una che mi vuole rifilare la solita fregatura o vendermi un’enciclopedia a rate. O un’aspirapolvere. Ero più interessato a Colombina o Ladylove. Cercomaschibendotati mi sembrava troppo impegnativa. Semprecalda era certo una zoccola: avrei potuto beccarmi un virus. “Stia attento ai virus!”, mi aveva detto il tizio che mi aveva venduto il computer preso a rate. E poi doveva essere una che pretendeva doppi turni, straordinari non retribuiti…

Ladylove mi sembrava più tranquilla e con meno pretese: magari era la classica sognatrice adolescente che divora libri di poesie ignara di ciò che la aspetta nella vita adulta, va al cinema a sospirare per le storie d’amore che stanno solo nei film e non si mette mai in topless al mare per non passare per puttana e tutto quel che vuole, dalla vita, è solo metter su famiglia, crescere ragazzini tra mutui e cambiali, lavare pedalini e spolverare mobili fino al resto dei propri giorni, magari perdonando pure qualche scappatella al devoto maritino. Una donna d’altri tempi, insomma, da sposare a scatola chiusa. Stavo appunto per presentarmi, ma è stata lei a fare il primo passo. Quando si dice la telepatia.

Ladylove per Natostanco: Ciao, chatti con me? Ti va?

Natostanco per Ladylove: Ciao, milady, ok, facciamo due chiacchiere

Ladylove per Natostanco: Milady? Ma chi t’ha mai cacato?

Natostanco per Ladylove: Era solo per rompere il ghiaccio. Scusami tanto per il disturbo, mi tolgo subito dai piedi

Ladylove per Natostanco: Anni, da dove dgt, come 6?

Natostanco per Ladylove: Che significa?

Ladylove per Natostanco: Quanti anni hai, da dove digiti, come sei fatto? Sai, ho una certa fretta

Natostanco per Ladylove: Fretta? E di che?

Ladylove per Natostanco: Di sapere se sei frocio

Natostanco per Ladylove: Scherzi? Gli uomini mi fanno schifo solo a guardarli. A me piacciono le fatine come te, dolcezza

Ladylove per Natostanco: Veramente io mi chiamo Ugo, ho 61 anni, sono un bidello di Aversa in pensione e soprattutto mi piacciono i cazzi. Scambio foto e posso ospitare. Che fai: lasci o raddoppi?

“E meno male che si chiamava Ladylove!” ho pensato.

Natostanco per Ladylove: Non sei il mio tipo, credimi

Ladylove per Natostanco: Sicuro?

Natostanco per Ladylove: Sicurissimo. Preferisco la topa, non ho dubbi! Ma toglimi una curiosità: perché ti firmi Ladylove?

Ladylove per Natostanco: Se mi firmo Ugo, mi cercano le donne. Le donne sono tutte puttane

Van Basten: zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz

Van Basten: zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz

Van Basten: hhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhgooooooooooooooooool

I TRE DELL’AVE MARIA: Ma gioca ancora? Non s’era rotto un piede?

Frate Cionfoli: E poi ormai è vecchio…

Van Basten: zzzzzzzzgoolllllll

Pippo Baudo: Van Basten, smettila: ci rovini la serata!

In quella è entrato mio padre. Semiaddormentato, il classico dipendente statale in pensione con la Gazzetta dello sport incorporata.

“Be’? Che stai a fà?” ha chiesto a bruciapelo, sorpreso di non trovarmi, al solito, sdraiato sul letto. “Che vuoi che faccia? Cerco lavoro!”

 

 

 

 

 

Fernando Bassoli

 

 

 

 

 

 

 




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Racconto nr. 2
post pubblicato in ...., il 18 dicembre 2006


L’ORGOGLIO DEI COLONI

(da I racconti dell'Agro Redento - Ego Edizioni) 

 

Mi chiamo Maligno Mussoloni e abito a Latina. O meglio: ci abitavo prima, quando ero ancora vivo, perché ormai sono solo un fantasma: un’anima in pena, che vaga per le strade senza trovar pace. Di solito me ne sto in disparte, nei paraggi di un terreno abbandonato e polveroso. Il fatto è che ci sono affezionato: ci lavoravo, lì... Facevo il lavatore in un autolavaggio che adesso non c’è più, chissà poi perché. Stava in via del Metano 9, zona Campo Boario, proprio davanti alla sede dei Metronotte. Si sgobbava, però si guadagnava pure. E dunque si mangiava tutti i giorni a pranzo e cena; il che – credetemi - non è poco. Ma certe cose si capiscono sempre dopo, quando non si hanno più. Un giorno è sparito tutto: sono venute le ruspe e in quattro e quattr’otto lo hanno spazzato via, mettendo un sacco di gente in mezzo alla strada, me compreso. Da allora non ho più trovato uno straccio di lavoro. Solo robetta temporanea: prese per i fondelli vere e proprie. Per un po’ ho stretto i denti, ma ad un certo punto ho deciso di suicidarmi, per togliere il disturbo. Figli non ne ho avuti, mogli nemmeno… che campavo a fare, senza un’occupazione dignitosa? Da morto, poi, sto mille volte meglio: niente affitto, bollette, tasse o creditori alla porta… che pace! che silenzio! Tempo libero a volontà! Posso perfino coltivare i miei hobby: leggo libri per ore in santa pace, che poi – credetemi – è la cosa migliore che un uomo possa fare. E il bello è che posso andare dove mi pare: tanto nessuno mi vede. Di giorno non mi allontano da via del Metano, dove le ore corrono veloci e i ricordi si accavallano sinuosi e sferzanti. La notte, però, devo sloggiare, ché balzano fuori certi rospacci che non danno tregua, col loro gracidio. Allora mi metto a passeggiare su e giù per la città e incontro un sacco di amici. Tutti rigorosamente ectoplasmatici. Di solito arrivo fino al Parco Mussolini: i Giardini pubblici, per capirci. Sapete perché ci vado? Il fatto è che sono un appassionato di storia. Lo sono sempre stato, anche se da autodidatta. Voi non ci crederete, ma là dentro – nel Parco - s’aggirano due spettri illustri: quelli di Mazzini e Garibaldi. Proprio loro, quelli del Risorgimento. Ma non entusiasmatevi troppo: sappiate che i due pezzi da novanta sono incavolati neri. Non si danno pace per l’indecoroso stato in cui sono tenute le loro statue. A dire il vero, Garibaldi - che era un uomo di mondo (anzi: di due mondi) - non ne fa un dramma. Mazzini, invece, è furibondo, ché lui, essendo un idealista, ne fa una questione di principio. È uno spasso, vederlo fuori di sé, mentre tartaglia e sputacchia per la rabbia, tormentandosi il barbone con le mani. Dice che trascurare il suo monumento significa dimenticare i sacri valori che hanno unito un popolo sotto la stessa bandiera. Io lo rincuoro e gli dò ragione, e allora si calma un po’. La cosa buffa è che spesso, mentre parla, arriva un certo Marione, detto l’Anarchico. Gira con un motorino, che è poi un motorone, data la sua stazza; attraversa il Parco ogni notte, verso le due, e si ferma davanti al monumento del Mazzini. Fa scorrere la cerniera dei jeans, srotola il creapopoli, molla una pisciatona e fila via. Mentre scompare nell’oscurità, il fantasma di Mazzini gli lancia maledizioni d’ogni genere. Garibaldi, invece, la prende a ridere.

“Sono ragazzi: non conoscono la storia...” minimizza. Ma l’altro non sente ragioni.

Proprio questo mi manda in bestia: non conoscono la storia! Altrimenti si guarderebbero bene dal fare certe cose.” borbotta il Mazzini.

“Discoteche, partite di calcio, Internet e belle ragazze… lo studio del passato è l’ultima cosa che può interessargli. I tempi sono cambiati: la gente fa come gli pare, mica siamo all’epoca di Mussolini!” ha esclamato Garibaldi una sera, mentre discutevano per l’ennesima volta di queste cose. Un attimo dopo è arrivata un’automobile fantasma: una Balilla nera. Forse non ci crederete, ma l’omone che ne è sceso era Benito Mussolini in carne ed ossa (si fa per dire, visto che era anch’egli un fantasma).

“Chi fa il mio nome, urlando in piena notte?” ha domandato, portando il petto in fuori.

“Io: Garibaldi!”

“Be’, perché gridi? E tu, cos’hai da guardare? Non saluti il tuo Duce? chi sei?” ha domandato, rivolto a me.

“Mussoloni Maligno, piacere assai.” ho salutato deferente, per farlo contento. Poi i suoi occhi sono stati rapiti da alcune scrittacce. Sulla statua di Mazzini, infatti, c’era scritto ‘Vai Mazzinga!’. Su quella di Garibaldi ‘Latina kakka’. Sul monumento ai caduti di tutte le guerre, poi, avevano proprio esagerato: sul pilastrone con l’aquila in cima c’era stampigliato ‘Non votare mai: nessuno può decidere per te’. Più sotto c’era una A enorme, pittata con la vernice rossa. Una A che stava per Anarchia.

“Che città è mai questa?” è sbottato Mussolini. Era livido, con la faccia gonfia.

“Banali ragazzate… giovani senza spina dorsale… non c’hanno niente di meglio da fare­. I soliti anarchici senza voglia di lavorare.” ho minimizzato.

“Chi sono questi anarchici? In galera!”

“Povericristi… non ci faccia caso: vorrebbero cambiare il mondo scrivendo sui muri… magari fosse così facile!” ho spiegato.

“Il mondo si cambia col pensiero e l’azione!” ha detto Mazzini, col petto in fuori.

“No! Con la rivoluzione!” ha obiettato Garibaldi.

“Con la disciplina!” ha urlato Mussolini, serrando i pugni.

In quella, però, è arrivato Marione, più intronato del solito, al termine dell’ennesima nottata in discoteca. Era ubriaco come una botte di vino e zeppo di pasticche d’ecstasy. Con sé aveva una bomboletta spray. Stavolta ha preso di mira il lastrone del monumento ai caduti. Davanti a lui, sdegnato, s’è parato il Duce, con lo sguardo fiero e la mascella in avanti.

“Fermo o ti faccio arrestare!” gli ha intimato, dimenticando che l’Anarchico non poteva vederlo. Ed è partito lo spruzzo, che gli ha disegnato un arabesco sul faccione.

I ragazzi d’oggi, insomma, non rispettano le Istituzioni. Sono troppo fessi. O forse troppo furbi. Se potessi scrivere un libro di Storia, lo farei. Potrebbe aprirgli gli occhi. Ma dove troverei un Editore disposto a pubblicare un testo firmato da un Maligno Mussoloni qualsiasi, ex operaio lavatore, senza titoli accademici da esibire o raccomandazioni poltiche di alcun genere, per giunta defunto? Credetemi: non lo stamperebbero nemmeno a mie spese. Peccato: ne avrei, di cose da raccontare, a cominciare dalla gloriosa storia di Latina, già Littoria. Un vero e proprio romanzo storico. Se Marquez fosse nato da queste parti, ne avrebbe tirato fuori un’altra Macondo. Dovremo accontentarci di Pennacchi, Ferrarese e pochi altri. Ma è già qualcosa parlarne, di questa nostra Latina, che qualcuno si diverte a chiamare Latrina... è tra le poche città ad avere una data di nascita ben precisa (anzi addirittura due: fondata il 5 aprile 1932, fu inaugurata il 18 dicembre dello stesso anno), ma la sua è una vicenda epica cominciata all’epoca dell’Impero Romano: per circa due secoli (dal 526 al 328 a. C.), i nostri avi contesero il territorio ai Volsci, fino alla presa di Priverno.

Dopo una serie di scontri, nel 406 Fabio Ambusto decise di stringere d’assedio Anxur, l’attuale Terracina. L’area era abbastanza fertile, ma l’espansione dell’Impero determinò una minore necessità di coltivare le zone che circondavano Roma, dato che le derrate alimentari venivano importate dalle Province conquistate. In questo periodo le paludi andarono estendendosi in modo apparentemente irrimediabile. E a nulla servirono i successivi tentativi. Nel 312 a. C. Appio Claudio Cieco fece costruire la via Appia, coi relativi lavori di bonifica, divenuti necessari per consentire alla nuova arteria stradale di attraversare l’Agro. Giulio Cesare progettò perfino di trasformare in un grande porto il Golfo di Terracina, bonificando le zone limitrofe, ma solo nel 160 a. C. un certo Cornelio Cetego riuscì a risanare i territori lungo la via Appia. Altri tentativi furono condotti da Teodorico: ce lo testimonia una lapide sul muro del Palazzo della Posta di Mesa. Fu poi la volta di Nerva, Traiano, Massenzio e Costantino, impegnati a garantire la viabilità dell’Appia, sempre più insidiata dall’avanzare delle paludi. Ma la caduta dell’Impero, l’incuria dei Bizantini e le scorribande saracene provocarono una grave diminuzione della forza lavoro nei campi. Poco a poco l’Appia cominciò ad affondare nel terreno torboso, fino a diventare impercorribile, a partire  dall’Ottavo secolo d.C. 

Questo fatto fu un bel guaio davvero, perché determinò l’isolamento del territorio e l’emarginazione dai vari commerci, paralizzando l’economia locale. Siccome i guai non vengono mai da soli, la malaria cominciò a massacrare la popolazione senza pietà. Dall’Ottavo al Dodicesimo secolo i governi pontifici cercarono di organizzare il lavoro attraverso le “Domus cultae”, senza tuttavia conseguire risultati positivi. Ci provarono in molti: Papa Sisto IV, Leone X, Sisto V. Pio VI riuscì a sottrarre alla malaria quasi trentamila ettari; il tutto grazie all’imposizione di una tassa ai proprietari terrieri. La cosa eclatante è che Leone X, nel 1500, incaricò il grande Leonardo Da Vinci di riprodurre le mappe delle zone in cui intervenire. La Direzione dei lavori fu affidata a Giuliano De’ Medici. L’iniziativa determinò lo scavo del canale Portatore (o canale Giuliano, per l’appunto). Successivamente ci provarono anche alcuni Ordini religiosi: a Sezze, i monaci del Convento di S. Lidano, poi i Cluniacensi e i Cistercensi, che realizzarono altre canalizzazioni parziali, tra cui il fosso che diede il nome alla contrada di Fossanova, dove sorse la famosa Abbazia. Ad un certo punto, la Chiesa si mise proprio d’impegno: si prodigarono Bonifacio VIII (nel 1294), Martino V (nel 1417), Alessandro VII, Innocenzo XI e Clemente XI (all’inizio del XVIII secolo). Ci provarono poi i Caetani e Papa Sisto V, che diede nome all’omonimo fiume. Ma quello che prese davvero a cuore la questione fu Pio VI: fece esaminare i trattati degli autori antichi e moderni sui sistemi per prosciugare le paludi. Una ricerca scientifica, insomma, da professionista consumato. Ponderato il da farsi, chiese al Cardinale Boncompagni di individuare il migliore degli ingegneri idraulici in circolazione. Giunse così nell’Agro Gaetano Rappini, fatto arrivare da Bologna per l’occasione. Seguirono importanti lavori: avviati nel 1777, durarono molti anni, impegnando tremila operai. Furono così realizzate le Migliare: un sistema di strade e canali ortogonali all’Appia, ma il diavolo ci mise la coda: l’operato di Pio VI non incontrò il plauso dei privati, che si stavano arricchendo grazie alle peschiere costruite sui canali, anche se ciò provocava l’allagamento dei campi, impedendo il normale deflusso delle acque. E così i sogni del Papa restarono tali. Il risultato fu che, all’inizio del Novecento, le Paludi pontine erano terra di nessuno, lande percorse da pochi pastorelli e boscaioli ciociari ed abruzzesi: omacci che campicchiarono per decenni in uno stato semiprimitivo, nelle radure sparse nella boscaglia, che si chiamavano lestre. Al centro di esse stava una capannetta cinta da una siepe. D’inverno, si prestavano bene al pascolo degli animali. Ma d’estate si schiattava per la calura e allora, per trovare ristoro, uomini e donne fuggivano sulle montagne, sciamando come insetti presi a ciabattate. Nel 1917, però, fu costituita l’ONC (Opera Nazionale Combattenti), che ha avuto un ruolo fondamentale nelle opere di bonifica. Furono poi istituiti due Consorzi: Piscinara e Pontino. Tali Enti cominciarono a bonificare il terreno seguendo le direttive del Genio Civile, realizzando complessivamente 800 km di strade di grande comunicazione, 500 km di strade poderali e comunali, 2400 ponti per attraversare i 500 km di canali di scolo, 250 km di canali irrigui e 18 impinati idrovori tra cui l’idrovora Mazzocchio capace, con le sue sette pompe, di raggiungere una portata di cinquemila litri al secondo, che non è davvero poco. L’ONC realizzò invece oltre tremila poderi, che andarono ad aggiungersi ai cinquecento già esistenti. Nel 1925, per volontà del Capo del Governo, iniziò la cosiddetta “battaglia del grano”. Pochi mesi dopo, infatti, egli dichiarò ai rappresentanti dei Sindacati agricoli che vincere la battaglia della palude significava liberare gli italiani da una doppia insidia letale: malaria e miseria, che insieme significavano morte certa. Nel 1929 fu istituita, nell’ambito del Ministero dell’Agricoltura, la figura del sottosegretario alle opere di bonifica integrale e i lavori, che proseguivano a rilento, ripresero con maggior celerità. Il 29 agosto 1931 il Commissario dell’ONC Valentino Orsolini Cencelli prese in consegna i primi diciottomila ettari di terreno da appoderare, mentre la Croce Rossa Italiana coordinò il programma di eliminazione della malaria nella regione. Negli anni ‘30 giunsero lavoratori da ogni parte d’Italia. Si sfiancarono per dissodare il terreno, scavarono canali, tirarono su case e si stabilirono qui. Dei circa tremila poderi sottoposti alla gestione dell’Opera Nazionale Combattenti, 1748 furono affidati a famiglie di coloni veneti (1440) o friulani (308) per un totale complessivo di circa 18.000 componenti. Da Treviso giunsero 340 famigliole, da Udine 308, da Padova 276, da Rovigo 233, da Vicenza 228, da Verona 220, da Venezia 114, da Belluno 29. Tutta gente filata via dalle campagne, dove decine di migliaia di ettari erano stati venduti in breve tempo a causa della crescente crisi economica, al punto che nel 1934 i Vescovi veneti, guidati dal Patriarca di Venezia, scrissero una lettera a Mussolini per invocare la diminuzione della pressione fiscale che opprimeva le campagne. Le famiglie, che giunsero anche dall’Emilia Romagna, emigrarono allettate dalla prospettiva di una casa riscattabile in cinque anni con tre camere da letto, il forno per il pane, attrezzi agricoli, un pollaio e dei capi di bestiame. Inoltre gli fu consegnato il cosiddetto libretto colonico, che dava diritto a ricevere una somma compresa tra le 50 e le 600 lire a famiglia ogni quindici giorni. Come sempre accade per ogni cosa, la fase più difficile fu l’inizio, perché molti s’ammalavano di malaria e schiattavano.

Ufficialmente il regime registrò poche centinaia di morti. In realtà furono molte migliaia. Almeno così dicono alcuni, vai poi a sapere come andarono veramente le cose. Ma si mandavano a morire in qualche ospedale lontano, per non turbare il sonno. Perché se occhio non vede, cuore non duole. E se intorno non c’è niente: solo una distesa sconfinata, popolata da stormi di zanzaroni assatanati, il cuore di ciascuno diventa una piccola, grande città (forse proprio quella città che tutti sognavano di veder sbocciare presto davanti agli occhi) che non era il caso di popolare di mostri... la paura di non farcela era già abbastanza. Ma in fondo era proprio quella – la fifa - che chiudeva le bocche e spingeva a lavorare il doppio senza lamentarsi troppo. I lavori riguardarono quasi quattro milioni di ettari di terreno. La bonifica rese coltivabili 1.600.000 ettari, laddove per 2500 anni le condizioni di vita erano state proibitive: un miracolo! Man mano che le idrovore e i canali di scolo asciugavano la terra, nascevano dei villaggi destinati ai contadini, battezzati con nomi legati alle vicende della prima guerra mondiale: Borgo Bainsizza, Borgo Carso, Borgo Grappa, Borgo Pasubio, Borgo San Michele e la gente prendeva coraggio. Ora, però, è meglio che mi fermi, perché ho un grosso problema: posso raccontare tante cose, ma il mazzo che si è fatto la gente di Littoria, quello nessuno potrà mai raccontarlo, perché le possibilità del linguaggio sono infinite e suggestive, ed io ho sintetizzato fin troppo, ma come faccio a trovare le parole per affrescare, ad esempio, un discorso come quello pronunciato da Mussolini il 18 ottobre 1932?

 

“Oggi è una grande giornata per la rivoluzione delle camicie nere, è una giornata fausta per l’Agro pontino, è una giornata gloriosa nella storia della nazione. Quello che fu invano tentato durante il passato di 25 secoli oggi noi stiamo traducendo in una realtà vivente. Sarebbe questo il momento per essere orgogliosi, ma noi siamo soltanto un poco commossi. Coloro che hanno vissuto le grandi e tragiche giornate della guerra vittoriosa, passando davanti ai nomi che ricordano il Grappa, il Carso, l’Isonzo, il Piave, sentivano nel loro cuore tumultuare i vecchi ricordi e le grandi nostalgie. Noi oggi con l’inaugurazione ufficiale del nuovo comune di Littoria, consideriamo compiuta la prima tappa del nostro cammino (applausi), abbiamo cioè vinto la nostra prima battaglia. Ma noi siamo fascisti, quindi più che guardare al passato siamo sempre intenti verso il futuro. Finché tutte le battaglie non siano vinte non si può dire che tutta la guerra sia vittoriosa. Solo quando, accanto alle 500 case oggi costruite ne siano sorte altre 4.500, quando accanto ai 10 mila abitatori attuali si aggiungeranno i 50 mila che noi ci ripromettiamo di far vivere in quelle che furono le paludi pontine, solo allora potremo lanciare alla nazione il bollettino della vittoria definitiva. Ma noi non saremmo partiti se già sin da questo momento non precisassimo, con la esattezza che è nel nostro costume, con la energia fredda e spietata che è nel nostro temperamento, quelle che saranno le tappe future, e cioè: il 29 ottobre 1933 si inaugureranno le altre 981 case coloniche, il 21 aprile del 1934 si inaugurerà il nuovo Comune di Sabaudia. Vi prego di notare queste date; il 28 ottobre del 1935 si inaugurerà il terzo Comune: Pontinia. A quell’epoca, per quella data, noi probabilmente avremo toccato la meta e realizzato tutto il nostro piano di lavoro. Sarà forse opportuno ricordare che una volta, per trovare della terra da lavoro, occorreva valicare le Alpi e attraversare l’Oceano. Oggi la terra è qui, a mezz’ora soltanto di distanza dalla capitale. è qui che noi abbiamo conquistato nuove province, è qui che abbiamo condotte delle vere e proprie operazioni di guerra. è questa la guerra che noi preferiamo. Ma occorre che tutti ci lascino intenti al nostro lavoro se non si vuole che applichiamo in altro campo quella stessa energia, quello stesso metodo. Ora la nuova vita di Littoria comincia, io sono sicuro che i coloni qui giunti saranno contenti di lavorare, anche perché hanno in vista, tra 10 o 15 o 20 anni, il possesso definitivo del loro podere. Comunque io dico a questi contadini, a questi rurali che sono particolarmente vicini al mio spirito, che essi non devono scoraggiarsi per le difficoltà che possono incontrare: devono guardare a questa torre che è un simbolo della potenza fascista, guardarla in tutti i momenti, perché convergendo a questa torre troveranno sempre aiuto, conforto e giustizia!”

(applausi scroscianti)

 

A guardarle oggi, sbiadite dal trascorrere impietoso degli anni, le foto in bianco e nero dell’epoca fanno un po’ sorridere, ma la nuda verità è che la gente di Littoria era gente con le palle. Al punto che la fontana posta al centro di Piazza del Popolo è forse proprio il monumento alle palle dei coloni venuti a portare vita, luce e calore in un luogo che non aveva nemmeno un nome, dove c’era solo freddo, buio e morte... Sapete che vi dico? Quei fantasmi del passato che sembrano scrutarci, affiorando dalle ceneri della storia, siamo... noi stessi: eternamente fieri d’aver bonificato l’infernale palude. Osservatele bene, quelle fotografie, e scoprirete che c’è un chiarore sbrilluzzante e profondo, in quegli occhi allucinati: sono lame di coltello rischiarate da una nerezza famelica, che è forse la consapevolezza d’aver vinto la battaglia contro la Natura. D’aver spazzato via il Male. O forse solo l’incredulità d’essere ancora vivi, nonostante i pasti saltati. In due parole: c’è tutto l’orgoglio dei coloni.

 

 

Fernando Bassoli

 

Quasi dimenticavo, ricordate Marione l’Anarchico? Mi hanno detto che ha avuto un gran colpo di fortuna: s’è messo a fare il D.J. e, grazie alla sua grande passione per la musica, s’è trasferito a Milano. Ora se la spassa tutto il giorno, passando da una discoteca all’altra alla faccia nostra...

 

 

 




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Racconto nr. 1
post pubblicato in ...., il 18 dicembre 2006


IL VERO VOLTO DELLE DONNE (brano)

editore: Il Foglio

 

Vizia Scoponi camminava a tetta alta, caracollando sulle scarpe zeppàte, ché era una gnoccona della Garbatella arrapante come una rapa arrapàta in stato d’arrapamento. E pure di più. Aveva i capelli platinàti, tagliàti a spazzoletta, gli occhioni cilestri, che scintillavano insieme al brillantino incastonàto a lato del naso, le labbra pittàte di violetto e due poppone scoppiettanti, che sembravano sempre sul punto di schizzar via dal petto. Stuzzicante com’era, non passava certo inosservata, e i maschioni della zona le sbavavano appresso come branchi di cagnoletti arrazzàti. I meno peggio le fischiavano – dei fischioni lunghi lunghi, pecorecci -, ma i bulletti più tosti la spernacchiavano senza ritegno, tirando fuori robaccia come: “A bionda, beato chi te sfonda!” o “A Scopona, viètte a fà quattro salti su ‘sta pertica, che te faccio zompà come ‘na cangura!”. La tipa faceva finta di niente anche se, in cuor suo, ci godeva, ma non si montava la testa e restava una ragazza del popolo, coi mille problemi che hanno tutte le ragazze del popolo, abituate a stringere la cinghia per arrivare a fine mese, dato che, a casa sua, di soldi ne aveva sempre visti pochi, anche se i suoi genitori s’erano sempre fatti il mazzo, lavorando a testa bassa come due somari. A dire il vero, a Vizia bastava poco, per divertirsi o solo togliersi qualche sfizietto. Nonostante la voglia di vivere dei suoi diciassette anni le sbrilluccicasse attorno, velandola di un’aura luminescente che prometteva una sorca fuoco e fiamme, era ancora verginella e manteneva le distanze dai maschiotti che la corteggiavano, manco fosse una principessa.

  “Possibile che non te li fili proprio... nun te tirano?” le chiedevano le amichette.

  “So’ tutti scemi: pensano a ‘na cosa sola!” spiegava lei, scoprendo l’acqua calda, ma il giorno che vide farsi avanti Romolo, alla fermata dell’autobus della Circonvallazione Ostiense - quella quasi all’angolo con via Girolamo Benzoni -, cambiò subito idea, ché un formicolìo - una mezza scossa, che le salì lungo la schiena, facendole sfriccicàre la pelle -, le annunciò che il loro era il classico caso di amore a prima vista: un flash da restarci stecchiti. Pregustando l’abbordaggio, lui l’aveva subito adocchiata mentre sfilava lungo il marciapiede smovendo le chiappette, s’era fatto sotto e aveva buttato lì una frase d’approccio, giusto per attaccar bottone.

  “Scusa, è già passato il coso?” 

  “Il coso cosa?”

  “Il coso per Porta Capena... l’autobuffo.”

  “Il Sei&settantatre? So’ venti minuti che lo sto a aspettà, e ancora nun se vede.” rispose lei, con quella vocetta un po’ nasale che hanno le ragazzelle romane, e posò lo sguardo sul tabellone giallognolo che indica i percorsi degli autobus, come per dire: “Eppure deve passà”. Poi si volse verso Romolo, osservò la camiciola allentàta, da vero dritto, sbottonata sul davanti, che scopriva una catenella dorata appesa al collo, e restò a fissarlo con un sorrisello sminchionàto, per invogliarlo a scoprire le carte. E infatti lui si presentò, offrendole la destra. Prima, però, si stropicciò la mano sui calzoni e sgrullò le dita, quasi colto da un crampo.

  “Io so’ Aceto Romolo  – fece poi -. Aceto è il cognome. Tu come t’intitoli?”

  “Come m’intitolo? Mica so’ un film.” protestò lei, un po’ scocciata.

  “Lo so, ma ‘na particìna te la farei sempre fà. Sai, pe’ ‘ste cose c’ho l’occhio clinico. Te ce vedrei bene, a fà un filmetto come dico io.”

  “E com’è, ‘sto filmetto come dici tu?”

  “Un film d’amore, no?”

  “Amore-amore... o amore zozzo?”

  “Be’, fa’ un po’ tu  - replicò il ganzo, dopo un silenzio farlocco, quasi pensando alla risposta giusta da dare -. Allora, se po’ sapé come te chiami?”

  “Vizia.” rispose lei, stringendogli la mano. Poi fece una smorfia stortignàccola con la bocca, quasi aggiungendo: “Pensa un po’ che razza di nome strampalàto m’hanno dato i miei vecchi!”

  “Mh? Nun me pari straniera.” replicò lui, lisciando la ciocca di peluria che gli disegnava una striscia tra il labbro inferiore e la punta del mento.

  “Io? Guarda che so’ più romana de te.” 

  “Dicevo! Sennò manco me facevo avanti. Dice er proverbio: donne e buoi dei paesi tuoi. Con quel nome, però, qualche dubbio me lo lasci: come hai detto che te chiami? Vixia?”

  “Vi-zia – ripeté la ragazza, scandendo le sillabe -. E lo sai perché? Mi’ madre - quella mattacchiona - è fissata che i figli nun bisogna viziàlli, sennò poi vengono su che nun c’hanno vòja de lavorà: quindi m’ha chiamato così per ricordarselo sempre, ogni volta che me chiama. D’altra parte, se nun c’hai vòja de lavorà, a ‘sto mondo che fai?”

... continua 




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Videoproposte
post pubblicato in ...., il 16 dicembre 2006


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Ricordo a tutti che ricevere a casa il mio libro COME CAMPA UN UOMO SENZA SOLDI? è facile: basta richiederlo a segreteria@giulioperroneditore.it
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Babbo nataleDal 18 dicembre al 7 gennaio per tutti gli ordini on-line verrà applicato uno sconto del 50% e il volume verrà dedicato ed autografato dall'autore. Per ordinare il libro è sufficiente inviare una e-mailVita candita cop a redazione@giulioperroneditore.it indicando titolo del libro e persona a cui dedicare il volume.

 

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Messaggio ai lettori (Pensieri crudeli)
post pubblicato in ...., il 13 dicembre 2006


Chi desidera conoscermi e confrontarsi circa i miei racconti può farlo domani qui =

ciao
(Fernando Bassoli)

---------------------------->

Giovedì 14 presso la libreria Mondadori Piave incontro imperdibile con Ugo Riccarelli, autore del libro "Pensieri crudeli" (collana Racconti d'Autore, Giulio Perrone Editore).

 

 

Giovedì 14 dicembre, ore 14.00

Libreria Mondadori Piave (Via Piave - Roma)

Aperitivo con l'autore

Pensieri crudeli

di Ugo Riccarelli

con la partecipazione di Paolo Di Paolo

 

 L'autore realizzerà una dedica speciale per tutti i suoi lettori

 

Info: redazione@giulioperroneditore.it - 06 99709480 - 339 5791170

Ufficio Stampa: Contesti - tel. 011 5096036 - direzione@contesti.it




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Strane, ma significative recensioni nel web
post pubblicato in ...., il 11 dicembre 2006


Fernando Bassoli ha scritto COME CAMPA UN UOMO SENZA SOLDI? che è una sorta di Pulp Fiction in romanesco ed è anche prezioso manuale d'uso che andrebbe pubblicato, in allegato alla Finanziaria, sulla Gazzetta Ufficiale.

by famoHPsse

 



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Sulla condizione del letterato
post pubblicato in ...., il 11 dicembre 2006


La dedizione alla letteratura è una metafora perfetta della condizione umana: dolorosa, precaria eppure entusiasmante, col suo labile confine tra dolore e piacere. Cercare un senso sapendo che non potrai mai trovarlo.
E leggere lo stesso stato d'animo negli occhi degli altri.

Letterato fa rima con sfigato. Ma anche con privilegiato.

Forse il letterato è proprio questo: uno sfigato privilegiato.
Un lavoratore postdatato. Un genio fuori dal tempo. Postumo. A futura memoria.



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Un tranquillo week-end di lettura
post pubblicato in ...., il 8 dicembre 2006


http://www.chatlatina.net/index.php?option=com_joomlaboard&Itemid=44&func=view&catid=4&id=1886#1886

Un libro dell'autore pontino Gian Luca Campagna



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Altra... fiaba
post pubblicato in ...., il 21 novembre 2006


Altra...fiaba
Parole in Libertà di Sandra Cervone


La solitudine. Aveva le solite facce note, i baffi e le mani grandi, la voce allegra e sorrisetti maliziosi.
La solitudine! S'aggirava nervosa per la stanza, lunghe vesti e grappoli di niente... Passeggiava impaziente a pugni chiusi, il volto spento e la paura nuova. Troppe volte l'aveva assecondata, troppe, troppe volte perfino amata... Profumava di fiori di giardino, di ricordi ritrovati, rovistati, accantonati...rivoluti, ricercati, rinnovati...
La solitudine! Gemella del dolore, sorella zitella dell'apatia e vecchia strega! Ed ora tornava! Inattesa, detestata, scongiurata, privata d'ogni speranza, disprezzata. Tornava! Tornava a grandi passi, sferrava colpi bassi, rimescolava impavida le carte della storia. Ah, ma c'era tempo per trafiggerla! C'era ancora qualche ora per sbarrarle il passo, impedirle la vittoria... rovinarla. Gisella rovistò davvero in vecchie scatole, ne trasse nuova linfa, nuova speme... e bevve, incauta e seria, bevve arditamente l'intruglio amaro, sorseggiando, coraggiosa, la vittoria. E si negò al suo arrivo. Le fece una sorpresa: spinse la lama e spense la sua luce. Sfere di cristallo si ruppero al passaggio, sabbia fine inondò l'angoscia e il pianto...
Solitudine non entrò, non si fermò, non s'inoltrò. Sparì nel nulla, nuvola di vapore, ingoiata nella languidezza d'una sera. Nè più la dominò. Gli occhi negli occhi dello specchio più non parlarono di lei. Nè le cornacchie gravide in giardino.
Silenzio e buio. E mille coriandoli di luce.
Nel passaggio assolato verso l'ignoto.

di SANDRA CERVONE



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Come un'isola, di Paolo Di Paolo
post pubblicato in ...., il 16 novembre 2006


Come un'isola cop

Il letterato è ipersensibile per natura, per genetica.
Questo tratto distintivo è la sua forza e al contempo la sua dannazione, poiché lo obbliga a vivere e memorizzare ogni dettaglio, ogni sfumatura e – naturalmente – ogni parola, con un’intensità sconosciuta alla massa che sfila per le strade del mondo guardando senza davvero vedere, dialogando senza nemmeno ascoltare.
È a parer mio questo, il filo rosso – quasi malattia dell’anima – che ha posto in relazione – per il tramite di D. – Lalla Romano e il giovane Paolo Di Paolo.
Il modo estremo di percepirsi e collocarsi in un contesto più ampio (ma non per questo facile), di rielaborare il vissuto alla ricerca del tempo perduto di Proust, ma anche dei giorni perduti di Buzzati, di quel quid che non si è stati capaci di valutare e cogliere nel momento del suo manifestarsi, ha spinto l’autore (presentato da Dacia Maraini, Mariacarmela Leto e Chiara Gamberale nella libreria Mondadori di Roma martedì 14 novembre 2006 alla presenza di un pubblico numeroso ed attento) ad intraprendere un insolito e coraggioso viaggio verso i luoghi cari a Lalla Romano.
Bibliotecaria, insegnante, pittrice e, soprattutto, poetessa raffinata e d’indiscusso talento, ma anche bella donna – energica, alta e quasi imperiosa, vanamente corteggiata da Mario Soldati e Lionello Venturi -, Lalla Romano è stata una scrittrice schiva ed appartata, dallo stile personalissimo e fuori dagli schemi, con una finezza d’indagine psicologica e capacità evocative davvero insolite, dato che ha saputo mostrare l’ineffabile, dando colore alle “ombre impalpabili” che danno un senso alla vita di ciascuno.
Graziella Romano Monti (questo il suo vero nome) fu altresì una delle rappresentanti di quella Torino liberale ed antifascista che, legata in particolare al nome di Gobetti, si propose come preciso punto di riferimento di un delicato periodo della storia culturale e civile italiana, in questo ben supportata da illustri personaggi quali Leone e Natalia Ginzburg, Cesare Pavese, Galante Garrone e Norberto Bobbio.
La Romano se n’è andata il 26 giugno 2001, dopo una lunga malattia, nella sua casa di Brera (Milano). Aveva 95 anni. Ma non è questo libro un saggio a lei dedicato, bensì un testo in qualche modo anomalo, che tenta di sondare le possibilità narrative offerte da una sorta di sovrapposizione di singole esistenze, nel nome di un comune sentire abilmente valorizzato da una professoressa capace di entusiasmare e di avvicinare alla letteratura un giovane di stoffa garbata che pare animato dal desiderio di condividere con gli altri la sua passione e le sue molteplici frequentazioni letterarie.
“Una rarità, in un mondo in cui tutti vogliono pubblicare e pochi leggono.” lo ha definito Dacia Maraini in sede di presentazione.
“Come un’isola” potrebbe sembrare il classico romanzo di formazione con accenni all’educazione sentimentale di un giovane liceale romano. È in realtà un organismo affabulatorio molto più complesso, stratificato su più piani tra loro sempre sorprendentemente in osmosi. Un libro che parla di vita, della grande fatica che è crescere e diventare adulti, e che parlando davvero di vita non poteva che parlare anche di morte e del suo senso. Perché un senso c’è e va forse ricercato tra le pagine di questo libro. Che è molto bello.


Paolo Di Paolo, Come un’isola, Giulio Perrone Editore, pagg. 117, Euro 10,00

Dacia Maraini

Dacia Maraini

Chiara Gamberale

Chiara Gamberale




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Recensione by Giada Talamo
post pubblicato in ...., il 7 novembre 2006


http://www.ewriters.it/leggi.asp?Racconto=F19626.txt

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by Salvador Dalì



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Come un'isola - presentazione
post pubblicato in ...., il 6 novembre 2006


Ingresso libero - siete tutti invitati

Martedì 14 Novembre ore 18,30
presso il Mondadori Multicenter Trevi
di Fontana di Trevi ang. Via S. Vincenzo, 10 (Roma)
 
presenta il volume
 
Come un'isola
Viaggio con Lalla Romano
 
di Paolo Di Paolo
 
intervengono  
 
Dacia Maraini  
scrittrice
 
Chiara Gamberale 
scrittrice, conduce "Trovati un bravo ragazzo" su Radio24
 
 
introduce Mariacarmela Leto  
                        direttore editoriale Perrone Editore   
 
Sarà presente l'Autore 
 
Info: 06 99709480 - 339 5791170 - 333 3638528



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Con gli occhiali da sole anche di notte
post pubblicato in ...., il 29 ottobre 2006




http://telefree.it/news.php?op=view&id=35716



Nella foto Pesci, i lecci di Stendhal, a Frascati



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Le confessioni di Bevilacqua
post pubblicato in ...., il 29 ottobre 2006


Alberto Bevilacqua
Racconto choc di Bevilacqua. «Così fui violentato a sei anni» di L. Offeddu

da corriere.it

Poteva risparmiarsele?

ho l'impressione che vada molto di moda dichiararsi gay, bisex, vittime di stupro, vergini, casti ecc. ecc.

C'è in giro qualche persona senza tratti particolari (da cui ricavare attenzione)?



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Speciale Dan Fante
post pubblicato in ...., il 28 ottobre 2006


Dan FanteA COLLOQUIO CON DAN FANTE
La più lunga e completa intervista mai realizzata da un giornale italiano a Dan Fante. Il grande scrittore americano parla di libri, alcol e amori, e regala ai lettori di Stradanove una poesia inedita.




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Giudice e parte, di Andreu Martin
post pubblicato in ...., il 28 ottobre 2006


http://www.stradanove.net/news/testi/libri-06b/labas2710060.html



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Presentazione libro
post pubblicato in ...., il 24 ottobre 2006


Presentazione del saggio sulle emozioni in forma di romanzo Il film delle emozioni di Raffaele Calabretta (Gaffi, 2006)

Lo sceneggiatore di "Giovanni Falcone" Gualtiero Rosella, il saggista e critico letterario Filippo La Porta ("Sul banco dei cattivi"), la sceneggiatrice di "Incantesimo" Carlotta Ercolino e il cantautore Mimmo Locasciulli presenteranno il saggio in forma di romanzo
"Il film delle emozioni"
. Sarà presente l'autore.

Libreria del Cinema di Roma
 via dei Fienaroli 31/d (zona Trastevere)
giovedì 26 ottobre 2006, ore 19.30

recensione by Fer =  http://www.telefree.it/news.php?op=view&id=35428




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Libri = Fobie di A. Purgato
post pubblicato in ...., il 21 ottobre 2006


http://www.stradanove.net/news/testi/index/libri.html

La copertina trucco!











voto = 6 più



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Un pensiero per le donne
post pubblicato in ...., il 17 ottobre 2006


Ricevo e volentieri pubblico da Cervia:



C'è uno spazio su questo sito: www.comunecervia.it/sportellodonna
che si chiama Blog Donna, destinato a racconti, pensieri, poesie e
quant'altro, scritti da donne o che raccontano di donne.

Se anche qualche tuo amico/a ha un pensiero, racconto o poesia dedicato
alla donna e vuole partecipare, mi farebbe molto piacere (basta spedire il
racconto/poesia al mio indirizzo e mail e poi io lo metto sul sito).

 

Francesca Molari


e-mail =    framol@email.it




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Speciale Goethe
post pubblicato in ...., il 13 ottobre 2006


Un grande =
Johann Wolfang Goethe


"La soluzione di ogni problema è un altro problema."

 

     Come letterato, filosofo, critico d'arte, scienziato nonché uomo politico, Goethe (Francoforte sul Meno 1749 - Weimar 1832) era considerato già vita natural durante l'emblema del Neuhumanismus. Per comprendere fino a qual punto le sue opere abbiano influito - e influiscono - sulla vita culturale della sua nazione, basti pensare che l'epoca in cui visse è comunemente definita "Goethezeit" (termine coniato da H.A. Korff). Secondo lo studioso inglese Matthew Arnold, Goethe è non solo la figura centrale della letteratura tedesca, ma uno degli spiriti più elevati che abbiano mai calcato il suolo terrestre. Le sue opere hanno proposto una visuale nuova, un modo diverso e "illuminato" di analizzare e interpretare la natura, la società, la storia. Le sue tragedie, i suoi romanzi (Werther, Le affinità elettive, Wilhelm Meister...), le sue liriche e ballate (Elegie romane, Stella, L'apprendista stregone...) testimoniano, oltre che di un profondo senso per la musicalità della lingua, di un'acuta introspezione psicologica, d'altronde confermata da una caterva di lettere e da riflessioni su artisti e altre personalità del suo tempo. La genialità di Goethe è incontestabile. Martin Walser ha ironizzato sottilmente sulle imperfezioni e incoerenze dei personaggi dell'Ifigenia in Tauride. Alcuni passi di questa e di altre opere goethiane sono suscettibili di critiche e obiezioni; ma ciò nulla toglie all'effettiva grandezza dell'autore del Faust. Per tutti quanti, per i suoi nemici come per i suoi ammiratori, valga questa asserzione di Hugo von Hoffmannsthal: "Oggi noi non abbiamo una nuova letteratura. Abbiamo Goethe insieme a pochi, incerti tentativi." In gioventù Goethe fu affascinato da Omero, dalla saga di Ossian e da Shakespeare. Tra i suoi contemporanei una forte influenza hanno esercitato su di lui Lessing e Klopstock (nati rispettivamente venti e venticinque anni prima di J.W.). Lui stesso badò sempre a eludere le domande che tendevano a svelare le fonti ispiratrici dei suoi lavori. Si limitava a rispondere: "Ich verdanke den Griechen und den Franzosen viel".
Tra gli italiani c'è da segnalare il Tasso. Nella sua autobiografia Dichtung und Wahrheit (Poesia e verità), Goethe afferma che da giovane lesse attentamente l'opera tassesca, imparandola "parzialmente a memoria". Altri influssi sono da localizzarsi nel teatro del Settecento. E' quasi accertato che da bambino J.W. assistette alla rappresentazione dell'Orest und Pylades di J.E. Schlegel, dramma inscenato per la prima volta a Lipsia nel 1739 e più tardi replicato a Francoforte (1755). Schlegel fu tra i più noti drammaturghi tedeschi prima di Lessing, e Goethe lo ritiene importante per i chiari riferimenti al teatro di Shakespeare in un periodo in cui, fuori dell'Inghilterra, il "bardo di Avon" era sconosciuto ai più (cfr.: Poesia e verità). Tra i suoi amici di gioventù ci fu un suo quasi omonimo: F.W. Gotter, che faceva parte del circolo di poeti del Göttinger Hain. L'Oreste ed Elettra di Gotter servì a Goethe da ispirazione per l'Ifigenia. Nell'autobiografia egli descrive così l'amico: "Era di animo delicato, sincero e ottimista. Il talento gli proveniva dai molti esercizi e dall'autodisciplina; ostentava un'eleganza di stampo francese e provava gusto nel leggere libri inglesi a soggetto moralista e gradevole. Trascorremmo insieme tante ore piacevoli, durante le quali parlavamo a ruota libera delle nostre nozioni, dei nostri progetti, delle nostre affezioni. Fu lui che mi incoraggiò a scrivere diverse piccole cose, tanto più che, essendo in contatto con i poeti di Gottinga, mi invitò più volte a dargli delle poesie da destinare all'Almanacco di Boie."

Decisivo per la formazione di J.W. fu il biennio di studi a Strasburgo, conclusosi con un esame a Francoforte - nell'autunno del 1771 - che gli consentì di esercitare l'avvocatura. A Strasburgo, dove imperava lo Sturm und Drang, Goethe conobbe J.G. Herder. Fu Herder ad avvicinarlo a Shakespeare. L'interesse dell'ancora acerbo Wolfgang per la semantica, insieme agli insegnamenti del filologo J.G. Hamann, lo condussero alla lettura dell'Ossian e a una rivalutazione della poesia greca (Omero, Pindaro). Nella città alsaziana videro la luce, tra le altre cose, i Sesenheimer Lieder, che il poeta dedicò a Friederike Brion. Nell'opera omnia di Johann Wolfgang von Goethe, la via del neoclassicismo si rispecchia in tutta la sua pienezza, integrità, forza innovatrice ed elogio dell'Antico. E' interessante constatare quante e quali amicizie si intrecciassero allora tra i vari letterati, in quante e quali vivaci dispute fossero impegnati questi uomini di spirito e quanti cadaveri molti di loro si lasciassero alle spalle.
Il suicidio di von Kleist si può in parte spiegare con il giudizio implacabile che Goethe impartì ai lavori di quest'anima sfortunata.

(Goethe diresse a Weimar La brocca rotta, ma la commedia non piacque. Kleist diede la colpa dell'insuccesso alla cattiva messa in scena, e questo portò al litigio con Goethe. Sulla rivista Phöbus, Kleist sarebbe arrivato a scrivere mordaci epigrammi contro il suo più celebre collega...)

Dietro al mito di Goethe-genio universale, non campeggia il Sopra-Uomo. Anzi: come individuo egli non fu scevro di debolezze, e i personaggi che creò o che trasse di peso dalla cronaca quotidiana (Werther) oppure da opere ispirate ai modelli classici e tardo-rinascimentali (Ifigenia, Faust), sono spesso condannati alla sofferenza per causa di un'imperfezione che altro non è se non l'imperfezione stessa dell'umana natura.
Il grande dilemma della vita è la discordanza tra proposito iniziale e risultato finale. In Goethe è evidente la coscienza della separazione dell'io-soggetto dal mondo empirico. La modernità di Goethe consiste appunto - come in Hölderlin - nella "separazione radicale dell'individuo borghese dal suo campo sociale [...], la sua mediata non opposizione ad esso" (Mangaldo). Il "sensismo" del genio tedesco ha influenzato il nostro Leopardi, che di lui doveva conoscere I dolori del giovane Werther.
Già al suo primo apparire, questo romanzo epistolare causò una serie impressionante di suicidi a catena: molti lettori, identificatisi con Werther, vollero condividerne la tragica sorte.

                                               " 'Conosci te stesso'? Se conoscessi me stesso scapperei via."

Nel corso della sua lunga vita, Goethe ha intrapreso tante fughe, volgendo le spalle a situazioni per lui imbarazzanti cui non riusciva a far fronte con il solo "contegno borghese" o con la proverbiale calma olimpica. Da una di queste fughe risultò il celeberrimo Viaggio in Italia.
Per J.W. l'evasione è un venire meno al soffrire, ma non al lottare: la lotta è inevitabile, sempre e in ogni luogo. Non è una lotta politica, la sua, non è una ribellione de facto alla società e/o al sistema vigente, ma, piuttosto, un "accomodamento", un districarsi, un venire a patti con le avversità dell'esistenza.

Non siamo di fronte a un esempio di codardia. Goethe era forse opportunista, ma non vigliacco. Come entità sociale, come cittadino con incarichi diplomatici, seppe sempre prendersi le sue brave responsabilità e si impegnò per il raggiungimento del più umano e più ragionevole dei compromessi; come uomo di lettere, condannò il borghesismo più crasso e ogni aspetto di mentalità bigotta, contrapponendovi una tolleranza universalista e inneggiando all'amore, alla fraternità, alla libera fantasia. Questo si manifesta chiaramente soprattutto nel West-östlicher Divan, dove viene lanciato il messaggio della necessità di incontri interculturali e di una proficua unione tra le due massime culture (l'occidentale e la levantina) contro ogni motto nazionalista, contro la xenofobia e i gridi di guerra.

[Il West-östlicher Divan è l'unica opera in versi di Goethe pubblicata mentre il poeta era ancora in vita (!). Più tardi si scoprì che almeno tre delle più belle poesie contenute nel Divan furono scritte da Marianne Willemer. La Willemer era una trentenne già sposata per la quale si infiammò il cuore dell'ultrasessantenne Goethe. Nel Divan, Marianne e Wolfgang si sono dati i nomi di "Suleika" e "Hatem".]

Se mai Goethe fu intollerante, lo fu nei confronti di ogni forma di violenza. Anche per questo guardò con palese scetticismo alla Rivoluzione Francese e ai moti che, sulla scia della Rivoluzione, scoppiarono in diverse parti d'Europa.

Affrontò la vita con un ragionevole stoicismo, ma la sua sopportazione fu messa spesso a dura prova. Il suo livello di guardia era basso. Goethe era un individuo suscettibile, che non tollerava offese di sorta. A questo proposito, esemplare è la sua relazione weimariana con la matura Carlotta von Stein.

 

                                           "Nessuno viene mai ingannato: ci si inganna da sé."

 

Alle radici dell'umanesimo tedesco o Neuhumanismus, di cui Schiller fu l'altra grande stella, c'è il concetto dell'appartenenza dell'uomo a se stesso. Ma il mondo è instabile, contingente, relativo, forse una mera farsa degli dèi, e l'individuo, sia pure non autosufficiente, deve imparare ad adeguarsi e a schivare i mille ostacoli sul percorso.

Il romanticismo "classicista" di Goethe e Schiller non può essere degradato a sinonimo di moderazione; non può essere posto agli antipodi dello Sturm und Drang. Vi è, nella tematica delle loro opere, una certa risonanza trasgressiva che va a sposarsi con quell'aspirazione all'assoluto che si esercita nel linguaggio: un'ascesi linguistica parzialmente convenzionalizzata ma che, a ben guardare, travalica i dettami della loro epoca. In entrambi - Goethe e Schiller - si denota l'educazione al senso del limite, che si manifesta in oltranza demiurgica, nell'ordine delle parole. Ma sicuramente c'è più pathos nelle opere di Schiller che in quelle di Goethe. Effettivamente, l'idealismo schilleriano è più variamente interpretabile di quello di Goethe, la cui "veduta delle cose" è, al contrario, saldamente ancorata al Realismus. Soprattutto dai trentacinque-quarant'anni in poi, la personalità di Goethe si sviluppò in direzione antitragica, il poeta acquisì una certa flemma, la capacità di osservare le cose mantenendo un certo distacco, e proprio per questo il discorso fra lui e il mondo è ancora aperto e attuale. La maturità fa sì che il suo gesto creativo sia attuato con calma pindarica. Magari nell'intento primario, nell'impeto immediatamente successivo al lampo d'intuizione, ha il trasporto caratteristico dello Sturm und Drang; ma l'occhio rimane limpido e pacato.

Ad accomunare i due più grandi letterati tedeschi è, oltre al loro attaccamento per i temi classici, la disciplina semantico-sintattica. Questo non significa ovviamente che Goethe e Schiller pregiassero l'esprit du sérieux e disprezzassero il sano, rinfrescante dilettantismo che fece da sfondo a gran parte della letteratura (e della scienza!) del Settecento. Al contrario. Più di una volta Goethe dichiarò di reputarsi fondamentalmente un dilettante. E' dalle sue svariate letture, condotte spesso in modo disordinato - per curiosità, per voracità spirituale, più che per necessità -, che egli attinge la sua professionalità. D'altra parte, l'"uscire allo scoperto" con un'opera che predica se non una Verità quantomeno un eticismo (quanto sottomesso al contingente?) e che rivendica i valori più sinceri dell'"umanità", presuppone un grande rispetto per la Lingua letteraria. In Goethe ciò avviene sotto l'insegna di una chiarezza espressiva che cerca il suo pari. Si può benissimo affermare che il poeta di Francoforte, insieme a Schiller e a pochi altri esponenti del Neuhumanismus, abbia gettato le basi per il tedesco moderno.

A parte il Werther (risultato di un tour de force di quattro settimane e scritto senza uno schema prestabilito), ogni castello narrativo è sostenuto da una rigida intelaiatura. La tecnica di Goethe consisteva nell'erigere dapprima lo "scheletro" della costruzione e solo in un secondo momento scegliere le parole con le quali ricoprirlo. Come pensatore non era un sistematico, cioè non ordinò mai "matematicamente" la sua filosofia. E' accertato che, fin da ragazzo, Goethe odiò la matematica. I numeri sono forme immobili e "le forme immobili dicono di no alla vita. Formule e leggi matematiche spargono un'immobilità sopra il quadro della natura. I numeri uccidono. Essi sono i padri di Faust, che troneggiano nella più completa solitudine." Tuttavia, anche un matematico può arrivare a sentire in sé "la bellezza del vero". Nella fattispecie, Pitagora ed Euclide sono più prossimi al senso di "bellezza" di quanto non lo siano Leibniz e Newton. Goethe non rimase indifferente a certe ben riuscite figure e combinazioni matematiche. Sulla contabilità a partita doppia di Luca Pacioli (1494), scrisse: "E' una delle più belle scoperte dello spirito umano".

In Goethe non ci sono finzioni in senso stretto, ma concetti, ideali, stati. Lo scrittore prende la giusta distanza dal tema centrale prima di cominciare col montaggio romanzesco o - nel caso dei drammi - col telaio metrico e strofico. Le sue non sono opere di sperimentazione artistica, né mera riproposta di temi "classici", ma vero e proprio impegno analitico: una - per quell'epoca anticonvenzionale - confessione scientifico-psicologica; e, quindi, autoterapia.

L'autoterapia è assolutamente indispensabile per tenersi a galla nello scompiglio di eventi esterni e per riconfermare la propria sanità. Il genere umano è "intrecciato", "annodato", "intricato" ("verschlungen und verknüpft"; "...so wunderbar ist das Leben gemischt" - in: West-östlicher Divan). Nessuno di noi può rinunciare al contatto con gli altri individui. I compromessi sono inevitabili, e, per assurdo, il riscatto può avvenire solamente tramite l'agire.
C'è una sostanziale differenza tra il divenire e il divenuto. Goethe è per il divenire (= entusiasmo, accrescimento, slancio vitale), non per il divenuto (= staticità, ozio, morte). Le conseguenze dell'agire, tuttavia, sono incerte.
"Der Handelnde ist immer gewissenlos; es hat niemand Gewissen, als der Betrachtende." ("Chi agisce non è mai consapevole. Solo l'osservatore lo è.")

        "Fin da quando ho sentito dire che, in fin dei conti, ognuno di noi ha una propria religione, mi è sembrato logico crearmene una mia."

Goethe era forse antirazionalista? O fu fedele alla Logos? Era ateo o credente?

In primo luogo era poeta e uno scienziato. Non manca nelle sue opere - soprattutto in quelle in versi - l'intervento di ciò che Freud definisce l'unheimlich, ovvero l'"inquietante", il "sinistro", il "non-familiare"; elemento che non è necessariamente in relazione con il divino così come esso è concepito dalle religioni monoteiste. Ma sarebbe insensato affermare che egli fosse stato ateo, dato che nel suo sistema di valori giusto le divinità rappresentano i principi ispiratori dell'etica.
Gli dèi sono prototipi e proiezioni di altrettanti topoi umani. E, come vuole la mitologia classica, possono essere miopi e fallaci; inoltre è accertato che sono   capricciosi. Ergo: gli dèi determinano ogni azione umana... in maniera irrazionale.
Il trascendentalismo di Goethe tende verso un discreto panteismo, con una punta di determinismo à la Marco Aurelio. E' la stessa contrapposizione magia-fede che conosciamo attraverso il conflitto interiore di Enrico Faust. Per forza di cose, la conoscenza umana è parecchio limitata.

La presenza del sovrannaturale può ancora essere intuita dal nostro pensiero; ma come si spiega l'oltre-naturale?

Goethe gioca volentieri con il fantastico (o immaginario), e non solo nel Faust. (Un esempio ne è la sua poesia sul Re degli elfi.) Ma persino il fantastico - per quanto trascendentale - si sottopone al giogo della disciplina, della chiarezza strutturale della lingua. Così, l'ineffabile goethiano ha alla fin fine ben poco di inquietante, presentandosi come un dato di fatto credibile, più vicino alla coscienza che non al sogno. Tali Unheimlichkeiten restano comunque qualcosa di innaturale che avviene "fuori" del soggetto, nella dimensione del non-io. Sono altro, sono ombra; sono alieni persino a Dio, il quale, essendo intuibile, è con la natura ed è la natura, è con l'uomo e dentro l'uomo - è, in una parola, vivo. A Eckermann , J.W. Goethe scrisse: "L'afflato divino è efficace dove c'è vita, non dove c'è morte."

"Quando si comincia a riflettere sulla propria condizione fisica o spirituale, di solito si finisce con l'ammalarci."

In Goethe c'è una ben definita barriera, uno steccato invalicabile che separa il sé pensante dal mondo. (E con mondo si intende tanto la sfera delle cose reali quanto quella delle cose percepite). Ovviamente questa barriera non basta a scongiurare l'impulso - irrazionale? - di evadere a più riprese anche dalla propria realtà intima, il desiderio di obliare e di obliarsi che, nei suoi scritti, si traduce in una collusione con l'esotico. Ed ecco che abbiamo la perlustrazione di terre straniere, le allusioni ai miti già cari agli Elleni e alla letteratura francese (primo fra tutti: Racine). La Grecia era sinonimo di Antichità, un passato idealizzato; e quindi meritevole di essere cantata in versi - preferibilmente in esametri. Se nei sogni del neoclassicismo tedesco quel mondo occupa una posizione più centrale rispetto all'Italia, è anche per una questione fisica: allora la Grecia era più distante, più difficilmente raggiungibile, e rimaneva perciò avvolta in un manto d'idealismo. L'Italia era, al confronto, quasi a portata di mano; era uno scrigno di tesori incommensurabili, ma anche ricca di insidie e perigli di ogni genere (all'epoca di Goethe imperava il brigantaggio), e dunque un soggetto grosso modo prosastico. Logico dunque che il Sehnsucht o Spleen di molti versatori (anglo)sassoni vertesse sull'ideale più distante e improbabile: quello della bellezza assoluta, delle "perfette rovine". L'Italia comunque era (ed è) sempre valida per dar spunto a pagine su pagine di diari di viaggio; un'immensa travelogy di cui ancora non si intravede la fine.

Da Marianne von Willemer a Goethe: "Ho letto più volte il Divan; non posso descrivere le sensazioni procuratemi da ogni parola familiare, né posso spiegarle a me stessa; se a Voi la mia persona e il mio Animo sono chiari, come spero e mi auguro, giacché il mio cuore è sempre rimasto schiuso al Vostro sguardo, allora non c'è bisogno di altre spiegazioni. Voi capite e sapete benissimo quanto è accaduto in me, e io stessa me ne stupisco; umile e fiera ad un tempo, vergognosa e incantata, tutto mi è apparso come un bel sogno, in cui ognuno riconosce la propria immagine resa più bella, più nobile, e si lascia passare addosso tutto quel che di lodevole accade e che è degno di essere amato..."

(Ottobre 1819)

 
Faust

 

       In quest'opera, che è il suo indiscusso capolavoro, Goethe riprese il soggetto di una leggenda popolare molto diffusa in Germania e in Inghilterra  dove era già stata soggetto di una rielaborazione teatrale da parte del poeta elisabettiano Christopher Marlowe. La storia ha come protagonista uno studioso, Johann Faust, che, ormai vecchio, tentato dal demonio Mefistofele, vende la propria anima in cambio di giovinezza, sapienza e potere. Ora Faust, onnipotente, può disporre delle sorti altrui: porta alla follia e alla morte una povera fanciulla, Margherita; poi inizia a esercitare la sua influenza diabolica presso le corti principesche del gran mondo. E benché tutto sembri congiurare alla dannazione di Faust, la pietà divina riconosce il desiderio di bene che è stato all'origine di tanto peccare: la stessa Margherita intercede per Faust, simbolo ormai dell'umanità stessa e del suo cammino verso la redenzione. L'opera, allegoria della vita umana nell'intera gamma delle passioni, delle miserie e dei momenti di grandezza, afferma il diritto e la capacità dell'individuo di voler conoscere il divino e l'umano, la capacità dell'uomo di essere "misura di tutte le cose", e mostra il cammino percorso da Goethe dagli anni inquieti dello Sturm und Drang fino alla compostezza classica delle forme e alla saggezza della maturità. E' il mito della superbia della ragione illuministica, dell'uomo che vuole essere il signore del mondo. Faust è un medico-scienziato, uomo rispettabilissimo, che svolge la sua attività con un aiutante (Wagner). Conosciuto tutto il possibile, Faust si sente insoddisfatto e si rivolge alla magia, che gli si presenta come vero e proprio spirito della magia, incarnato dalla diabolica figura di Mefistofele. Quest'ultimo era già comparso nel 'prologo in cielo' per sfidare il Signore che riuscirà a dannare Faust. Faust e Mefistofele siglano un patto: Faust ottiene la giovinezza in cambio della propria anima. Dopo di che, Faust si innamora della bella popolana Margherita e riesce a conquistarla: ella è indotta da Faust a somministrare un sonnifero alla propria madre per potersi così incontrare con l'amante. Il sonnifero, però, porta la madre alla morte. Margherita, uccisa la madre e anche il proprio fratello (Valentino), commette un altro omicidio: toglie infatti la vita al suo bambino (affogandolo), figlio di Faust, e viene arrestata. Nel frattempo Faust vive con Mefistofele nuove avventure: viene infatti introdotto alla conoscenza dei mondi infernali e condotto ad una Sabba (il concilio di streghe e potenze demoniache). Nell'ultima scena dell'opera la ritroviamo in carcere, in preda a forti allucinazioni: invoca a gran voce il perdono di Dio. Faust, accortosi di quanto sta accadendo, impone a Mefistofele di liberare Margherita, la quale, però, si rivela impaurita dalla figura di Mefistofele: ha colto in tale figura la presenza del diabolico, il male. Margherita viene comunque dichiarata salva da una voce celeste. Questa è la trama generale dell'opera. Due sono le grandi tematiche del Faust: il patto-scommessa e lo Streben (il cercare): Mefistofele sfida Dio, dimostrando che Faust, pur affannato alla ricerca di nuovi ed elevati saperi, è in realtà pur sempre disponibile ad un piacere che proviene dall'abbandono della sapienza. Il Signore tira in ballo il concetto di Streben dicendo che ' erra l'uomo finchè cerca '. La parola 'streben' caratterizza il protagonista, il suo continuo sforzo di superare i limiti, di non appagarsi mai in nessuna situazione; rappresenta anche lo spirito della borghesia, la sua forza innovativa e rivoluzionaria. Faust, nel primo prologo, è disperato: il sapere cui è pervenuto non gli permette di conoscere l'intima essenza della Natura (tema sentitissimo in Goethe) e decide dunque di darsi alla magia, evocando Mefistofele. Faust è salvato in extremis dal suicidio: sente la campane della pasqua e la gioia che da ese deriva. In Faust, va sottolineato, convivono due anime in contrasto: la prima tende al potere-sapere, l'altra ad un legame con il mondo.

                           

Volume I- Prologhi

·                          Dedica

·                          Prologo sul teatro: Direttore - Poeta. Il direttore è avido di guadagno, il poeta difende i diritti del genio e ha simpatia per l'improvvisazione e vuole preparare il pubblico all'apparente disorganicità del Faust.

·                          Prologo in cielo: Mefistofele - Dio e accordo. Mefistofele può tentare come vuole Faust, ma Dio è convinto che non ci riuscirà. Entrano nuovi elementi: la lotta tra l'Io e la natura.

 

Prima parte della tragedia

·                          Notte: Faust si rende conto di non sapere nulla, suo è il desiderio di reagire alla conoscenza libresca per avviarsi, staccandosi dall'illuminismo, verso una conoscenza intuitiva per svelare l'essenza della natura. Vuole arrivare alla chiarezza. Invoca lo Spirito della terra, ma si conclude in una sconfitta perché sente ancor più dolorosamente la distanza tra l'uomo e Dio, tra la creatura finita e l'infinito. Viene rispinto entro i limiti delle sue umane possibilità, come castigo di essersi creduto simile a Dio. Dialogo con Wagner (studente) che vorrebbe sapere sempre di più. Wagner è il rappresentante della decadente tradizione della retorica umanistica e di alcuni aspetti della letteratura del tempo.
Più tardi, solo decide di suicidarsi, per rientrare nell'universale, nell'infinito. Il desiderio di vivere e l'aspirazione di fondersi con il tutto sono in Goethe spesso uniti con il senso della morte. Faust crede l'inferno una creazione umana. Gli angeli evocano in lui il periodo felice della sua giovinezza e lo fermano.
Streben: impulso che non lo abbandonerà mai, come energia vitale e positiva. Allo Streben di Faust, che è desiderio di andare sempre oltre i risultati delle proprie esperienze, si oppone il Genus di Mefistofele, che è quasi voluttuosa pigrizia di appagarsi in quello che è.

·                          Fuori della porta della città: giovani a passeggio.
Inquietudine di Faust contrasta con la pacata esistenza di Wagner e il primitivo viversi della folla. Faust si rivolge agli spiriti dell'aria perché lo strappino alla sua chiusa esistenza.
"Due anime abitano nel mio petto, l'una si vuol separare dall'altra". Faust è ormai fuori dal dualismo cristiano: cielo / terra, Uomo / Dio, natura / spirito. Il suo dualismo è dentro di lui. Ecco le due anime. Una lo avvince al mondo sensibile, l'altra verso l'infinito e il divino.. il diavolo è un po' la voce della prima anima, ma Faust sa che la seconda avrà il sopravvento.
Faust vede un cane: Mefistofele

·                          Studio: dal cane si sviluppa Mefistofele. Non appare a Faust perché è stato evocato, ma per il discorso del prologo in cielo. D'altro canto Faust non aveva invocato il demonio, ma gli spiriti che stanno tra cielo e terra. Mefistofele gli si presenta come un diavolo come tutti gli altri.

·                          Studio: patto. Faust accetta le condizioni di Mefistofele e questi crede che vincerà la scommessa saziandone il corpo e l'animo di brutali piaceri. Faust, poco preoccupato di com'è l'aldilà perché non crede all'aldilà tradizionale, si sente legato alla terra e vuole vivere qui la sua esperienza, è anche convinto che non potrà mai arrivare a una dichiarazione che indichi soddisfazione e sazietà nel suo animo perché non crede nemmeno a queste possibilità. Nell'accettare il patto egli accetta anche il patto con se stesso: non soggiacergli. Faust si ribella al suo tempo e alla cultura. Solo se Mefistofele riuscirà a spegnere il suo desiderio di agire, Faust sarà sconfitto. Ma sa anche che Mefistofele, per la sua natura, non può capire l'essere umano nel suo alto tendere e gli chiede che gli può dare senza illudersi. Faust arriva ad un impegno con sé stesso e contro Mefistofele: non lasciar mai spegnere il suo desiderio di vita; germe della vittoria finale di Faust. Mefistofele, che gli consiglia di abbandonarsi ai piaceri della vita, non lo comprenderà mai. (leggi pag. 83)
Faust - Goethe volta le spalle all'Illuminismo per abbracciare l'irrazionalità dello Sturm und Drang: "entro qualsiasi costume sentirò sempre la pena di questa angusta esistenza terrena". Entra uno scolaro che rappresenta Goethe giovane di Lipsia.

·                          Cantina di Auerbach a Lipsia: ambiente studentesco. Arrivano Faust e Mefistofele. Faust quasi non parla, il diavolo fa uscire il vino dal tavolo ma, quando inavvertitamente uno studente lo fa cadere per terra, si trasforma in fiamme.

·                          Cucina della strega: Faust ringiovanisce, da questo momento è il personaggio principale.

·                          Strada: inizia il dramma di Margherita il suo amore per Faust si risolverà in tragedia personale e creerà la distruzione di quella piccola società che prima la protegge e poi l'imprigiona. Faust è attirato da questo semplice mondo idillico e sente che ciò lo pone in urto con il suo Streben. Il contrasto non si risolve. Margherita rappresenta un po' tutte le donne amate da Goethe nella sua giovinezza. Egli vede in Margherita e nel suo agire una prova di quella forza irresistibile che è nella natura, e che avvince e domina anima e sensi. Lentamente il suo amore per Faust le farà superare tutte le barriere: la differenza sociale, religiosa, il ritegno morale per una notte d'amore senza matrimonio.

·                          Sera: Faust e Mefistofele vanno a casa di Margherita, ambiente impregnato di castità e purezza. Faust vi lascia un cofanetto pieno di gioielli. Il suo desiderio sessuale si tramuta in amore. Lei lo trova.

·                          Passeggiata: Mefistofele racconta a Faust che la madre ha portato il cofanetto al parroco. Si condanna l'avidità della chiesa.

·                          La casa della vicina: Margherita ha trovato un altro cofanetto e lo porta da Marta. Arriva Mefistofele, comunica a Marta la morte di suo marito e le fa la corte.

·                          Strada: "in breve tempo Margherita sarà vostra".

·                          Giardino: conversazione delle due coppie. Faust e Margherita molto innamorati, Mefistofele schiva le allusioni di Marta e lei insiste. Ogni dialogo tra Margherita e Faust è sempre più caldo fino ad arrivare alla dichiarazione d'amore.

·                          Bosco e caverna: monologo di Faust, è una preghiera di ringraziamento allo Spirito della terra che, attraverso il finito, il terreno (l'amore per Margherita), ha costruito un legame con l'infinito. l'amore gli ha insegnato anche che la conoscenza dell'infinito passa attraverso il finito. Faust avrebbe raggiunto equilibrio, conoscenza e fusione con la natura se non o turbasse la compagnia di Mefistofele, cui ormai è legato. Senza Mefistofele ha stabilito con sé e la natura un rapporto diverso, gli pare d'essersi purificato con l'aver frenato il desiderio di possedere Margherita.
Sopraggiunge Mefistofele che cerca di tramutare l'amore in passione, Faust si rende conto che non la può frenare e vi si abbandona. Distrugge in sé ciò che vi era di grande e nobile e distrugge anche l'ingenuità di lei.

·                          Giardino di Marta: Margherita ha ormai deciso di darsi a Faust, sente che quello è il suo destino. Ma sente il bisogno che la loro unione sia dello spirito e della carne e s'informa sulla religiosità di lui. La religiosità di Faust è quella dello Sturm und Drang, una religione di natura. Margherita ha i primi dubbi sulla natura di Mefistofele. Faust le dà delle gocce da mettere nella bevanda della madre affinché dorma.

·                          Alla fonte: è passato un po' di tempo. Margherita sa, anche se la sua colpa non è ancora visibile.

·                          Bastione: Margherita non si può rivolgere a nessuno per conforto, nemmeno all'amato che è egoisticamente lontano.

·                          Notte: Faust uccide Valentino, il fratello di Margherita, che vuole svergognare pubblicamente la sorella, poi deve fuggire dalla città.

·                          Duomo: funerale della madre, che è morta per il narcotico senza potersi confessare. Margherita, senza madre, fratello e Faust, è completamente sola.

·                          Notte di Valpurga: festa sensualmente pagana. Mefistofele conduce Faust sul Brocken nella speranza che questi conosca la lussuria e vi si abbandoni, ma Faust non vi si perde totalmente perché a richiamarlo a sé c'è l'immagine di Margherita, simbolo della donna-amore. E' questa che vincerà sulla donna-lussuria e lo richiamerà dall'abisso della lussuria, volgendolo verso nuove esperienze.
La scena si divide in quattro parti:

o                                             salita di Faust e Mefistofele verso il Brocken;

o                                             rappresentazione della notte di streghe e lussuria;

o                                             partecipazione di Faust e Mefistofele alla danza volgare;

o                                             apparizione di Margherita;

Passano molti personaggi a cui Goethe ha dato un riferimento satirico (i malcontenti che si lamentano di tutti ma non fanno nulla per cambiare le cose, il poeta dilettante, i poeti modesti, Nicolai, i poeti della vecchia scuola, persone volubili, Lavater, Fichte, Kant, Jacobi, la scuola di Hume).

Giorno fosco, campagna: si ritorna all'azione. Faust scopre che Margherita è in prigione e vuole farla fuggire, offuscando i sensi del carceriere.

·                            Carcere: Faust è lì per il suo dovere di uomo e per pietà, ma non più per amore. Soddisfatta la sua passione, vuole riprendere la sua ricerca. Lei lo capisce. In Margherita comincia ad affiorare il senso dell'errore commesso, per non vorrà seguirlo e dichiarerà la sua volontà di espiazione. Così si salva. Vede Mefistofele alle spalle di Faust e sente che lui è perduto. L'invocazione finale "Heinrich, Heinrich!" è la promessa di un amore dopo la morte.

 

Seconda parte della tragedia
In cinque atti- Atto Primo

·                          Ridente contrada: è passato uno spazio di tempo indeterminabile. Faust si ridesta in mezzo alla natura serena e ridente. Sul tormento si posa la natura ristoratrice e rinasce a nuova vita, dimentica il passato. La voglia e la gioia di vivere lo salvano dal rimorso. Tutti vogliono fargli dimenticare quanto è successo. Cambia la sua visione della vita, non si slancia più verso l'infinito, ma accetta i limiti del reale, del finito, della conoscenza. L'uomo, pur aspirando al divino, deve limitarsi a goderne quanto di esso si manifesta in terra e vivere ed agire entro i limiti concessi all'umana natura.

·                          Palazzo imperiale, sala del trono: Goethe giudica il mondo di corte con ironia, i suoi difetti, il suo falso splendore, le sue debolezze, senza che il rispetto per l'autorità venga meno. Mefistofele prende il posto del buffone.

·                          Gran salone: mascherata di carnevale a corte, non ha un significato particolare, ma ha solo lo scopo di divertire. Faust appare vestito da Pluto, il dio della ricchezza come mezzo di creazione e attività umana, e Mefistofele da Avarizia. L'imperatore è vestito da Pan. Faust fa sgorgare un fiume d'oro dalla sua cassa, la barba dell'imperatore prende fuoco, Faust e Mefistofele dominano le fiamme e appaiono come salvatori.

·                          Giardino di svago: con le sue arti magiche, Faust si è guadagnato i favori dell'imperatore. Grazie a lui i debiti dell'impero vengono salvati e si produce carta moneta.

·                          Galleria oscura: è la prima delle tre scene che culmineranno con l'invocazione di Elena. Elena si trova in un mondo che non è quello di Mefistofele perché quest'evocazione non dipende dalla magia. Lei è l'idea della pura bellezza e risiede in un mondo al di fuori di quello di Mefistofele, presso le Madri. Elena sarà colei che apre a Faust un nuovo mondo e lo avvia verso una nuova esperienza ed in essa lo accompagnerà. Goethe considera il loro amore come un amore altissimo, nel quale anima e sensi formano un'unità inscindibile. Le Madri; la forma originaria e primitiva di ogni forma vivente (mito creato da Goethe).
L'imperatore vuole che Faust invochi Elena e Paride, ma deve scendere dalle Madri e Mefistofele gli dà la chiave. La sua impresa è vera e grande magia, non di formule, ma di volontà d'animo. Entra in un mondo fuori del tempo, il mondo dell'assoluto. Ritorna diverso, ha inizio qui il suo viaggio verso il divino mondo della bellezza, che finirà con la morte di Elena.

·                          Sale riccamente illuminate: intermezzo. Mentre Faust è dalle Madri, Mefistofele opera miracolose guarigioni.

·                          Sala dei cavalieri: Faust torna, appaiono sul palco Elena e Paride. Frivoli commenti della folla egli vuole Elena, ma per poter arrivare a questa bellezza, dovrà compiere la lunga educazione estetica in Grecia. Nel suo rapimento, dimentica che tra il mondo della magia e quello della realtà esiste un abisso invalicabile, si illude di poter dominare con la chiave entrambi i mondi. Ma è un errore perché confonde il mondo degli spiriti con quello terreno. Faust nel voler difendere Elena dal ratto di Paride e nel volerla fare sua, viola questa legge. La catastrofe è inevitabile.

 

Volume II- Atto Secondo

·                          Stretta stanza gotica con alte volte: Faust è presente solo con il corpo, ma la sua mente è altrove. L'evocazione di Elena e il tentativo di Faust di impadronirsene, mettono Mefistofele di fronte a nuovi problemi. Lo riporta nello studio dove strinsero il patto e, mentre Mefistofele si diverte con Wagner, ormai dottore inorgoglito e con il Famulus di lui, Faust sogna Elena.

·                          Laboratorio: Wagner cerca di creare artificialmente un uomo. Wagner mette insieme gli elementi, Mefistofele gli soffia la vita; Homunculus. Eredita da Mefistofele il piacere dello scherzo, da Faust il desiderio di fare. Ma per essere veramente vivo egli ha bisogno di una propria individualità, ha bisogno di divenire, di formarsi. E in questa ricerca di vita troverà la sua fine. L'anima di Faust è immersa nel mondo della classicità e non in quello nordico medievale.

·                          Notte di Valpurga: questa scena costituisce il ponte necessario tra il laboratorio di Faust e l'esperienza con Elena, non più ombra evocata ma creatura viva. Faust, per arrivare a questo, dovrà passare per il terribile mondo mitologico greco. Vi è qui un dramma nel dramma.

1.                                           Scena: Homunculus, Faust e Mefistofele giungono sui campi di Farsaglia.

2.                                           Scena: Sfingi, Grifoni e Sirene li accolgono nel loro mondo.

3.                                           Scena: lungo il Peneio inferiore, Faust ha la visione della nascita di Elena e si incontra con Manto, una Sibilla, che gli permette la discesa all'Orco.

4.                                           Scena: lungo il Peneio superiore, Mefistofele si trasforma in Forciade, così può entrare ed essere accettato, nel mondo classico.

5.                                           Scena: tra le rocce del mar Egeo si compie il destino di Homunculus. Egli vuole vivere una vita concreta, uscire dal vetro dove conduce una vita artificiale. Assetato di amore e bellezza si slancia verso la dea Galatea ma, nell'impeto, infrange il cristallo e muore. Homunculus sacrifica la sua vita spirituale e da questo sacrificio scaturirà la vera essenza della fusione corpo / spirito. Egli muore per diventare perché per vivere la sua assoluta spiritualità deve fondersi con la realtà. Anche nell'esistenza degli uomini, lo spirito per vivere e per dare vita, deve incatenarsi. Morire e diventare attraverso questo spirito sono la via alla vita. Il Goethe espone qui le teorie sull'origine del mondo (polemica vulcanisti e nettunisti) e quelle sull'origine della vita. I vulcanisti ritengono che la crosta terrestre sia effetto dell'azione dei vulcani, i nettunisti che sia effetto dell'azione dell'acqua. Goethe inclinava verso i nettunisti Vi sono in queste scene, tre azioni singole e parallele.

 

Atto Terzo

·                          Davanti al palazzo di Menelao a Sparta: Elena appare sulla scena avvolta da un'aura tragica, come un personaggio di Euripide. Goethe, scrivendo questo atto, pensava a una seconda grande esperienza d'amore di Faust, un'esperienza che fosse felice conquista spirituale della classicità e della bellezza, amore che fosse armonia di anima e corpo. Assistiamo qui ad una nuova vita di Elena e Faust in Grecia e, nella loro unione, vi è una simbolica unione del mondo classico-mediterraneo con il mondo nordico-romantico. Mefistofele-Forciade (rappresenta il mondo cristiano-occidentale) deve creare in Elena il desiderio spontaneo di seguirlo e rifugiarsi da Faust, per sfuggire alla vendetta di Menelao. Così Mefistofele e Faust appaiono come salvatori. Elena si avvia verso il castello, ciò vuol dire avviarsi verso un'altra vita e un altro tempo.

·                          Cortile interno del castello: Faust e Elena si avviano alla loro fusione. Faust ha superato il suo stato d'inquietudine e si presenta in nobile compostezza e sicurezza di sé (ideale greco di Goethe). Ha compiuto la sua educazione estetica. Il suo spirito nordico ha preso possesso della sua grecità, di cui se ne arricchisce e non vi si perde, ma grazie allo spirito e non alla grecità, torna a vivere nuove forme. L'unione di Faust e Elena è l'unione del mondo umano e del mondo divino. Conducono uno stile di vita libero, secondo natura, fuori dalle convenzioni. Nuovo Faust è sicuro di sé. Vivono fuori del tempo e nella natura eternamente giovane. Arcadica felicità, ma Faust non potrà rimanere fermo a lungo.

·                          Bosco ombroso (in Arcadia): il personaggio principale è Euforione, figlio di Faust e Elena. Del padre ha lo slancio verso l'infinito, il desiderio dell'amore, dell'azione e, della madre ha la bellezza. Ma in lui non è armonia, titanismo faustiano e classicità non sono in lui fusi in un tutto equilibrato. Predomina in lui l'elemento dionisiaco. questa sua natura è la causa fatale della sua morte (si ispira al Byron, quindi muore nella guerra di liberazione della Grecia, cioè volto verso l'azione, ma fermato dal suo tragico destino). Il suo destino determina quello degli altri, Elena muore, il coro si disperde e Faust muove verso le ultime esperienze.

 

Atto Quarto

·                          Alta montagna: perduta Elena, Faust tende alla potenza e all'azione, alla realtà e alla vita. Come l'amore per Margherita, anche quello per Elena ha avuto fine. Dolorosa anche questa esperienza, ma più alta. Si chiude un momento della sua esistenza. Egli prende congedo dalla vita amorosa e, senza rimpianti e con virile decisione, inizia l'ultima esperienza, quella della vita attiva per sé e per gli altri. Mefistofele pensa alla gloria a vantaggio di chi la consegue. Faust persa a una grande azione fine a se stessa e Mefistofele non lo comprende. Faust è molto cambiato, un tempo la natura si identificava con il divino, ora egli vede nella natura un'energia che l'uomo può domare e rendere proprio strumento l’ esperienza dell'azione e creazione. "L'azione è tutto, la gloria nulla".

·                          Sui contrafforti: Faust partecipa alla guerra tra imperatore e antimperatore. Con l'aiuto delle arti magiche di Mefistofele combattono per l'imperatore schiere di spiriti e gli procurano la vittoria.

·                          Tenda dell'antimperatore: l'imperatore sa benissimo che deve la vittoria alle arti magiche dei suoi due alleati, ma fa finta di credere che sia merito dei quattro principi e si affretta a ricompensarli. Faust viene investito del litorale dell'impero. L'imperatore nota che il suo impero è in declino, ha una forma di governo che crolla e i suoi principi lo derubano e non ha la forza di reagire. Ma Faust sta per iniziare quell'azione che creerà una nuova forma di vita sociale, un nuovo stato.

 

Atto Quinto

·                          Paesaggio aperto: Goethe riprende l'episodio delle Metamorfosi di Ovidio, in cui Giove e Mercurio percorrono la Frigia e trovano ospitalità presso due coniugi Filemone e Bauci. A dimostrare la loro gratitudine ne cambiano la modesta casa in tempio e concedono loro la grazia di poter morire contemporaneamente. Filemone si trasforma in quercia e Bauci in tiglio. In questo episodio, un viandante naufragato venne salvato dai due. Torna a ringraziarli, ma al loro posto vi trova un'oasi di pace. Si nota come vi è un presagio di catastrofe, un nuovo mondo assale l'antico.

·                          Palazzo: ormai la sua spiaggia è divenuta fiorente. Ma Faust è irritato perché di fronte al suo mondo creato dal nulla, meccanico, fabbricato e non divenuto, sta quello di Filemone e Bauci, idillico, sereno, lentamente divenuto. Il desiderio del possesso è più forte di lui, Mefistofele non capisce le sue inquietudini. Faust chiede a Mefistofele di far cambiare residenza a due vecchi, ma in cambio ha distruzione e morte. Vengono uccisi e sente che la colpa di ciò ricade su di lui. Viene colto da senso di colpa e pentimento. Mefistofele ha portato alle estreme conseguenze il suo desiderio di possesso. E così il titano Faust si fa uomo. Ritrova, ripudiando la magia, la sua umanità, i limiti della sua umanità e la sua libertà. Ora Faust può morire.

·                          Notte profonda: Faust canta le lodi della vita e si esalta nella bellezza del mondo. Un'affermazione d'amore verso la vita. Notare quanto sia forte il contrasto con la descrizione dell'incendio, della distruzione e della morte con lo stato d'animo di Faust. Vi è la sua prima incertezza interiore. Il senso di colpa, il rimorso, il pentimento. Tuttavia si riprende.

·                          Mezzanotte: la crisi di Faust si sta sviluppando, si sta allontanando dalla magia e lo conduce ad una reazione di fronte a Mefistofele e alle sue arti magiche perché si accorge che viene quasi sempre trascinato dove non avrebbe dovuto e voluto arrivare. Sente il desiderio di essere libero. La sua volontà di uomo si sostituirà al potere della magia. Ma non gli è possibile tornare com'era prima del patto; lo assale un senso di tragica solitudine. Gli passa davanti la visione della sua vita, vita di cui non si pente. Il suo progredire interiore e il suo non appagarsi mai non si è placato e Faust riconferma il superamento del patto con Mefistofele. Le forze misteriose e demoniache che agiscono sull'individuo e ne turbano l'armonia sono anche fonte di grandi azioni. Gli uomini che hanno vissuto sotto il dominio della cura sono stati ciechi tutta la loro vita. Faust che non l'ha conosciuta le si oppone. Sarà ora cieco, ma è cecità solamente esteriore. Faust ha saputo vincere la cura perché per reazione, dentro brilla una luce. E lo spirito raddoppia le sue energie e tende all'azione con impeto giovanile. Con un abbandono alla vita pieno di fiducia e gioioso. Accetta la vita come un inevitabile susseguirsi di bene e di male, nei loro fatali limiti imposti a ciò che si può desiderare e volere. Di fronte ad esse l'uomo, pur accettandole, è libero e non cessa mai di guardare lontano, di tendere, di salire, di progredire nell'alterna vicenda di tormento e felicità. Così la vittoria di Faust sulla cura non sta nel respingerla o nell'ignorarla, ma nell'accogliere entro di sé questa accettazione della realtà senza che, spenta la luce degli occhi, si spenga quella dell'anima.

·                          Grande cortile antistante al palazzo: dopo che Faust si è staccato da lui, Mefistofele è divenuto solo sorvegliante. L'ultimo Streben del vegliardo, creare uno stato dove vi regni e lo governi una libera cooperazione di uomini liberi, lietamente operosi ; uno stato del XIX secolo dove l’uomo del XVIII secolo (titanico, egocentrico, estetico) cede di fronte al nuovo uomo. Quest'ultimo Faust è più completo, più equilibrato e maturo nei suoi rapporti con gli altri uomini.
Mefistofele è sconfitto perché Faust si è salvato in virtù dello Streben, che annulla in lui l'errore e lo incita a non fermarsi mai. Mefistofele lo fa morire perché crede di aver vinto il patto. Ma ancora una volta dimostra di non aver compreso le ultime parole di Faust, che non esprimono, come lui crede, il desiderio di attaccarsi a qualcosa di terreno, ma nascono da una visione disinteressata e altruistica.

·                          Sepoltura: Faust è morto. Il dissidio in lui (due anime nel suo petto) e quello simbolico (contrasto con Mefistofele) è finito. Il suo destino non è più entro i limiti della terra, ma oltre. Mefistofele non prende sul tragico la sconfitta. Si rassegna e deride la sua sciocchezza.

·                  Gole montane: progressività del purificarsi e affinarsi, nel volo degli spiriti, un salire verso l'alto. Gli angeli che portano l'immortale Faust sono i più perfetti. La morte è il primo passo verso la spiritualità, che si compirà per gradi. Affinché l'ultimo resto della sua doppia natura cada e svanisca, è necessaria l'azione dell'amore divino e questo si manifesta per tramite di Margherita. Così si apre all'immortale di Faust la via alle sfere più alte. L'esperienza di Faust non si è compiuta, ma ne è cominciata una nuova, oltre i limiti della terra. Uno Streben purificato. Faust aveva raggiunto in terra il grado estremo del progredire, non poteva più andare oltre, la natura gli deve concedere un'altra forma di esistenza, una forma adatta a quell'implacabile Streben.
Si chiude con il Chorus Mysticus, che sembra dileguarsi verso regioni al di là della terra, dove l'uomo può elevarsi non con i suoi sensi ma solo con un volo dell'anima

·                  .

 

 

 

CASA DI GOETHE

 

      Sulle orme di Goethe a Roma...  .
Nelle stanze dove Johann Wolfgang von Goethe soggiornò durante il suo viaggio dal 1786 al 1788 insieme a Johann Heinrich Wilhelm Tischbein e altri artisti tedeschi, è stato inaugurato nel 1997 l'unico museo tedesco all'estero, la Casa di Goethe.
Una mostra permanente con testi in tedesco, italiano e inglese racconta il viaggio in Italia del poeta e il suo soggiorno romano. Le mostre temporanee sono spesso dedicate a temi italo-tedeschi e alla tradizione del viaggio in Italia fino ai nostri giorni.
Eventi e manifestazioni culturali come conferenze, letture e colloqui fanno sì che si ritorna volentieri nella Casa di Goethe, un luogo quindi di incontro artistico, scientifico e culturale.
Potete prendere appuntamento per accedere alla nostra biblioteca specializzata di consultazione con numerose prime edizioni delle opere di Goethe e un ricco fondo di letteratura critica.
Un altro pilastro del lavoro museale è il programma della borsa di studio della Casa di Goethe sponsorizzato dalla DaimlerChrysler che si rivolge ad autori, pubblicisti, scienziati, traduttori ed artisti. La Casa di Goethe è un'istituzione dell' Associazione Tedesca degli Istituti di Cultura autonomi ( AsKI e.V.) con sede a Bonn. E' finanziata dall'Incaricato della Repubblica Federale per la Cultura e i Media. La Casa di Goethe è sede romana della Gesellschaft für deutsche Sprache e.V. (GfdS). A Malcesine (VR) sul Garda la Casa di Goethe ha curato la nuova mostra documentaria .

 

Info: http://www.casadigoethe.it - Via del Corso, 18 (Piazza del Popolo), Roma

da Isola Nera di Giovanna Mulas e Gabriel Impaglione




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La verità di Gordiano Lupi su Cuba
post pubblicato in ...., il 11 ottobre 2006




 

Cuba quotidiana nel periodo speciale

 

 

Un libro importante per la valenza di denuncia sociale che implica.

Ci voleva un italiano (seppur marito di una cubana) per vedere le cose dal punto di vista dei cubani, della povera gente? Certo che no, ma per poterlo scrivere liberamente sembra proprio di sì, almeno a giudicare dai chiari riferimenti alle limitazioni di espressione di un popolo sottoposto alle leggi (?) del cosiddetto periodo speciale.

La realtà cubana non è fatta solo di un panorama di palme, banani e gigantesche ceibas affacciate sul mare. Cuba è una realtà socio-politica piena di problemi irrisolti e di stridenti contraddizioni taciute, colpevolmente taciute sembrerebbe, all’opinione pubblica mondiale.

Gordiano Lupi va sul territorio, studia, registra, intervista e ci racconta volti e storie, scomode verità e malcelati segreti, ci descrive come vive Cuba, i suoi balli, la musica, il rum, i culti santeros, la cucina criolla, ma soprattutto le restrizioni di regime e la conseguente arte dell’arrangiarsi con ogni mezzo per sopravvivere ai controsensi di un’autorità che fa finta di non vedere e non sapere, che vede e sa solo quando lo ritiene opportuno.

Cuba, per andare al sodo, è oggi un Paese in cui gli stipendi non superano i 10 dollari al mese, ma anche un posto dove una lattina di coca cola (in barba all’embargo) venduta ad ogni angolo di strada costa un dollaro.

Sostiene Lupi che i media ci rimbalzano solo i comunicati che partono dalle stanze del Comandante en jefe, uno dei pochi luoghi in cui tutto va anche troppo bene.

“Almeno il pane, Fidel” è insomma una vera e propria anti-guida, che sconfessa non solo l’immagine della Cuba meta dei cucador italiani a caccia di avventure erotico-esotiche a buon mercato, ma soprattutto le opinioni su Cuba che ci vengono propinate a mezzo stampa da giornalisti e personaggi famosi (es. Maradona).

Cuba, insomma, non è come sembra. Le oasi felici non esistono più.

Secondo quanto sostenuto in questo libro coraggioso, la gente soffre la fame, la miseria, le carenze igienico-sanitarie e, last but not least, la mancanza di libertà e democrazia.

A Cuba ci sono enormi differenze sociali dettate non dai meriti personali, ma solo dal modo in cui un cubano riesce a inserirsi nei giri più o meno legali del mercato turistico.

Tanto per fare un esempio facilmente verificabile, una jinetera (prostituta per turisti) e il suo chulo (protettore) sono due categorie privilegiate, così come accadeva ai tempi di Batista.

Secondo quanto riportato da Lupi, il governo ha reso quasi impossibile l’esercizio di ogni attività privata, le imposte sono elevate e devono essere pagate indipendentemente dal giro di clienti che il cubano ha nella sua paladar (ristorante familiare) o nella casa particular (albergo familiare).

Oltre all’imposta fissa va pagata una sostanziosa percentuale sugli incassi. Per il cubano l’unica via percorribile resta quella della illegalità e i traffici a margine degli alberghi di Stato sono rigorosamente in nero. 

Secondo quanto affermato da una jinetera (prostituta per turisti) intervistata dall'autore, i cubani sono maltrattati ogni giorno.

Non possono entrare negli hotel, nei ristoranti, nelle spiagge e in tutti quei luoghi dove vanno i turisti che possiedono denaro. Sono calpestati perché poveri.

Veramente preoccupante il quadro complessivo che ne scaturisce.

L'augurio è che questo libro possa servire ad aprire un dibattito e a fare chiarezza circa la questione cubana.

www.infol.it/lupi



Gordiano Lupi, Almeno il pane, Fidel, Stampa Alternativa, pagg. 186, Euro 10,00

http://www.stampalternativa.it/libri.php?id=88-7226-950-4

lupi@infol.it




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Il pensiero di Blanchot
post pubblicato in ...., il 10 ottobre 2006


La vera domanda non aspetta risposta.  E se c'è risposta, questa non placa la domanda. E se anche vi pone un termine, non pone un termine all'attesa che è la domanda della domanda.

(Maurice Blanchot)

- dal blog devarim



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Speciale Deledda
post pubblicato in ...., il 3 ottobre 2006


“Bisogna cercar di vivere o avere la propria vita,

come la nube sopra il mare”

 

Grazia Deledda



 

La vita di Grazia Deledda, e l’opera, che ne costituisce quasi per intero la parte visibile, parrebbero costituire un “caso”, se ci si limitasse alla letteralità esemplare dei dati, senza reintegrarla nella trama d’un tessuto culturale ed esistenziale. La nascita nella periferica Nuoro del 1876, la condizione d’autodidatta, seppure nel seno d’una famiglia borghese e acculturata, danno l’illusione d’una sorta di partenogenesi letteraria. In realtà, non va dimenticato che il canone delle letture e ispirazioni giovanili della Deledda non si limita alla pur ricca biblioteca paterna (si ha notizia d’un professore, ospite d’una sua zia, con al seguito casse di libri), né vanno sottovalutate le ricerche etnologiche compiute dalla Deledda su impulso del De Gubernatis, né ancora va trascurato l’influsso che senz’altro ebbero sulla giovane Deledda i dibattiti politici, sociali e culturali assai vivi nella pur effimera stampa periodica nella Sardegna dell’epoca.

D’altro canto, non si spiega l’interesse di pubblico e di critica per la sua narrativa d’ambientazione sarda senza rammentare un precursore, Salvatore Farina, callido confezionatore a getto continuo di best sellers che inondavano le appendici dei quotidiani di tutta Italia a fine ‘800. All’incrocio tra il Verismo e il particolarissimo Decadentismo che in Italia ha come pietra di paragone D’Annunzio, l’opera della Deledda sembra quasi un risultato necessario, ancorché fragile, provvisorio e mai pienamente assestato. Il suo itinerario, del resto, rimane sempre assai personale, senza scosse, senza forti mutazioni di rotta e bruschi aggiornamenti, anche dopo il trasferimento, nel 1900, a Roma, dove risiede per il resto della sua vita. Schematicamente, le sue opere, già dagli esordi, mirano alla pittura di caratteri, come traspare fin dai titoli (Anime oneste, 1895, La via del male, 1896). Le maggiori, poi, fra le quali ricordiamo Elias Portolu, 1900, Cenere (1904), Il segreto di un uomo solitario (1914), Canne al vento (1913), Marianna Sirca (1915), possono leggersi come lo sviluppo e la discussione di casi di coscienza, nell’alveo di un cattolicesimo terragno, confinante con una dimensione tutta prelogica. Seppur debitrici al sopravvenuto influsso dei romanzieri russi, sono opere da annoverarsi fra i molti tentativi, imperfettamente riusciti e rimasti senza seguito, di creare una moderna via italiana del romanzo. Altre opere si succederanno, con una crescente intenzione autobiografica e introspettiva, e sempre con fortuna di pubblico, fino alla scomparsa dell’autrice, avvenuta a Roma nel 1936. Lascerà un’opera incompiuta: Cosima, che i curatori pubblicheranno col significativo sottotitolo di Quasi Grazia. Il realismo della Deledda assorbe e in certa misura metabolizza anche ciò che contraddice al realismo. Sogno, magia, religione pesano sugli eventi quanto e più delle cause sociali ed economiche. Parallelamente, la ricerca di un bello scrivere mediano, affine a un livello discorsivo colto ma non dimentico d’un qualche classicismo, fa sì che la pagina deleddiana, anche quella più nuda, appaia stipata di apporti, denunciando una sorta d’horror vacui, di perenne inglobazione d’elementi. Per altro, la renitenza tutta italiana a riflettere sull’artificialità del genere romanzesco (genere d’importazione, non si dimentichi), l’assenza di una tradizione matura che renda possibili le astuzie di Conrad e di James, ammette sviluppi solo in una direzione in cui l’artificio è del genere più immediatamente consentano alla cultura locale, quello che attinge da una parte al novellare d’ascendenza orale, dall’altra al melodramma. È fra queste linee di demarcazione che va individuata la cifra essenziale dell’opera deleddiana. Non meravigli dunque che una narrativa fondata su questi materiali di recupero abbia potuto suscitare l’ammirazione di un D. H. Lawrence, né che la Deledda sia stata ampiamente tradotta e abbia conseguito il premio Nobel nel 1926.

 

LA DONNA
 
      Grazia Deledda nasce a Nuoro il 27 settembre 1871. Il padre, benestante, dopo la scuola elementare — unica istruzione formale ricevuta dalla scrittrice — assume un istruttore per guidare la ragazza nello studio dell’italiano e del francese. Proprio a causa della breve educazione regolare e della giovanile propensione per la letteratura d’appendice (Sue, Dumas, Invernizio), durante tutta la precoce e fortunata carriera, Grazia Deledda ebbe non pochi detrattori, che la giudicarono rozza e illetterata. L'unica eccezione di rilievo fu Luigi Capuana. Anche l’attribuzione nel 1926 del Nobel per la letteratura, non contribuì a dissolvere i dubbi e l’ostilità di una parte della critica, che ancora oggi continua a relegarla in una posizione di secondo piano tra gli scrittori del primo novecento italiano. Inizia a scrivere giovanissima, pubblica la sua prima novella a quindici anni e, dopo poco, collabora con l’allora famosa rivista femminile «Ultima moda». Le sue ambizioni letterarie vengono duramente ostacolate in famiglia e criticate dalla retriva società nuorese. Ma Grazia non si scoraggia: invia anche in Continente le sue novelle a puntate, abbandona a poco a poco lo stile approssimativo e dialettale, approfondisce lo studio dei caratteri dei suoi personaggi e soprattutto inizia a connotarsi come acutissima osservatrice della natura che la circonda e dei costumi della Barbagia e di tutta la Sardegna. Il suo stile comincia a personalizzarsi e, pur riconducibile talvolta al verismo ottocentesco, si connota sempre di più per il marcato regionalismo. Il suo primo romanzo Fior di Sardegna esce nel 1892, seguito da Anime oneste del 1895.
Nel 1900 sposa Palmiro Madesani, funzionario ministeriale, e si stabilisce a Roma dove rimarrà fino alla morte, trasferendosi, di tanto in tanto per trascorrere le vacanze, a Cervia, la cittadina sull’Adriatico a lei così cara e alla quale dedicherà pagine vibranti d’affetto e nostalgia.
A Roma vedono la luce, tra le altre, le opere: Elias Portolu, il suo capolavoro, Cenere, L’edera, Canne al vento, Marianna Sirca. Nel 1926 riceve, seconda donna ad essere insignita di tale onorificenza, il Nobel per la letteratura.
Il suo romanzo autobiografico, Cosima, uscirà nel 1937, ad un anno dalla morte, avvenuta a Roma il 15 agosto 1936.
 

OPERE PRINCIPALI

 

Fior di Sardegna (1892)- Racconti sardi (1895), Marco Valerio, 2001- Anime oneste (1895)- Elias Portulo (1903), a cura di Spinazzola, Mondadori, Oscar narrativa, 1998- Cenere (1904), Mondadori, Oscar narrativa, 1999- L’edera (1912), Mondadori, Oscar narrativa, 1999- Canne al vento (1913), Marco Valerio, 2001- Marianna Sirca (1915), Mondadori, Oscar narrativa, 1999- La madre (1920), Mondadori, Oscar narrativa, 1999- Cosima (1937), Mondadori, Oscar narrativa, 1998

(tratto da Isola Niedda)




permalink | inviato da il 3/10/2006 alle 12:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Selezione per Newton&Compton
post pubblicato in ...., il 24 gennaio 2006


il Fer vi partecipa:

http://www.raccontinellarete.it/wordpress/?p=309


col racconto "Alberto non era uno come gli altri" (omaggio a Moravia)



permalink | inviato da il 24/1/2006 alle 23:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
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