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Pensieri sulla letteratura
post pubblicato in Diario, il 8 giugno 2010


 
Oggi ho letto una riflessione di Fernando Bassoli sulla differenza tra l'essere realmente scrittori e l'essere, invece, solo persone che scrivono libri ( e pure tanti, come sta accadendo in Italia da alcuni anni )

" Tra uno scrittore e uno che scrive libri c'è una differenza enorme.
Il primo legge molto e scrive poco, il secondo scrive molto e legge poco. "

Questa riflessione mi ha quindi portato inesorabilmente ad analizzarmi e ad analizzare ciò che realmente sono, o che diventerò in futuro.


Esistono quindi due strade. Una commerciale, e se vogliamo "facile", che probabilmente potrebbe garantire in poco tempo tanti lettori. Questo però non vuol dire che il libro venduto sia un "capolavoro" vuol semplicemente dire che rappresenta e rispecchia ciò che la gente vuole in quel determinato momento. Chi sceglie il commerciale solitamente sceglie, secondo il proprio immaginario, una strada meno ricca di ostacoli e quindi forse più semplice rispetto a chi, coraggiosamente, sceglie di scrivere ciò che sente senza essere in alcun modo influenzato dalla massa. Questi ultimi sono quindi degli artisti, che scrivono per il gusto di scrivere, per arrivare solo ed esclusivamente alle persone "degne". Non a tutte. Chi scrive commerciale invece ricerca l'ampio consenso della massa, senza rendersi conto, o forse sì, che così inesorabilmente la massa spersonalizza le sue idee... uniformandole a tutto il resto. Dov'è quindi l'artista? Non c'è più. C'è solo una persona che scrive. Torniamo ora alla frase di Fernando Bassoli, che racchiude al suo interno una grandissima verità. Lo scrittore "deve" leggere molto. Per lui è un bisogno. Un richiamo ancestrale. Qualcosa che "deve" fare. Non c'è un motivo particolare. E' un bisogno primario. Come il respirare. L'Italia è un paese in cui ci dovrebbero essere delle vendite spaventose di libri, visto l'alto numero di scrittori o pseudo tali... e invece non è così. Questo perché? Perché la maggior parte di chi pubblica scrive e basta, ma non è scrittore. E chi compra non compra perché ama leggere, ma perché è "moda" leggere questo o quell'autore. 

E lo scrittore, quello vero, vive il suo "essere tale" fra mille difficoltà. Prima fra tutte quella economica.

Lo Stato dovrebbe garantire agli "scrittori" qualcosa per continuare a fare bene ciò che fanno. Perché la cultura va salvaguardata e con essa chi, ogni giorno, combatte per farla.

Altrimenti finiremo tutti (togliendo i classici ovviamente) nel leggere solo tante fesserie messe insieme da persone che hanno come obiettivo quello della vendita e non dello "scrivere"... e di certo non è una bella prospettiva.

Francesca Lulleri
Momenti di poesia
post pubblicato in Diario, il 6 giugno 2010


 

Dove trovare il libro =





Intervento di Massimo Scrignòli il 18 febbraio 2010 presso l’ex Sala Consiliare alla Biblioteca Caversazzi di Bergamo “Romano Leoni è con noi, Poesie 1950 – 1995”

Ringrazio anch’io per la partecipazione tutti voi.

Sentendo le cose già dette, e le letture, soprattutto l’intervento così attento di Nelvia Di Monte, mi sono accorto ancora di più che, qui, oggi, dopo essere stato complice di Anna e della famiglia Leoni per la realizzazione di questo libro, sono forse l’unico che non ha conosciuto di persona Romano Leoni.

Questo probabilmente è stato, per quanto mi riguarda, un aspetto utile, perché mi ha permesso di ascoltare i testi senza mettere quel filtro, quella connotazione, che poteva essere di coinvolgimento in relazione alla conoscenza della persona. C’è sempre un confine difficile da oltrepassare nel rapporto, nel contatto fra persone.

Quando Anna Leoni mi chiamò per parlare di questa operazione, per parlarmi del lavoro di Romano Leoni, mi ha incuriosito l’idea di un autore che non conoscevo e che non potevo conoscere, perché Leoni ha deciso di smettere di pubblicare più o meno quando io mi formavo sui libri degli autori contemporanei; pur essendo stato attivissimo, come tutti sapete, Leoni non permetteva una grande diffusione pubblicistica delle sue cose scritte, per cui, per prima opzione, ho avuto il piacere doppio della conoscenza legato alla curiosità di leggere i testi.

Lo dico senza retorica: l’incontro, l’impatto con quegli scritti, è stato notevole, perché, per quella frequentazione data dall’attività e dai luoghi comuni che riguardano i miei lavori e le mie passioni, mi sono reso immediatamente conto di avere di fronte un autore extra-ordinario. Mi incuriosiva anche un percorso parallelo: dopo le prime due opere pubblicate, Romano aveva deciso di non pubblicare più, ma c’è un altro caso altrettanto importante, e sicuramente ce ne sono altri, di impronta forte, che riguardava proprio la mia terra d’origine, Bologna, il mio luogo formativo, cioè l’esperienza e l’analoga scelta di Roberto Roversi.

Roberto Roversi, come Romano Leoni decide, dopo la pubblicazione con Einaudi, di non pubblicare più con un grosso editore dandosi ad una distribuzione dei suoi testi più diretta, quasi da ciclostilato, oppure con piccoli e piccolissimi editori. Questa è stata l’atmosfera e la sintonia che mi aveva direttamente coinvolto nella lettura di Leoni. Poi, sfogliando le pagine, leggendo e cercando di rileggere più volte, mi sono imbattuto in un testo che abbraccia un arco di quasi quindici anni, che è Poema Parallelo, seguito da Parallelo secondo, con l’indicazione e la necessità dello stesso autore di darne una lettura parallela dei testi, con un percorso a fronte.

In Parallelo secondo ho incontrato un’epigrafe, una citazione da Eliot, da La terra desolata, opera che è, credo per molti di noi, un punto di riferimento assoluto e necessario. I poeti veri non “usano” rimandi e citazioni con una funzione didascalica, o per un chiarimento, ma fanno in modo che questo breve testo, pochissime righe, un verso o due, possa essere sì lapidario, ma debba fungere da congiunzione fra il pensiero che arriva prima e il pensiero che arriva dopo che darà corpo all’opera.

E se andiamo a vedere bene quella citazione, che nel libro abbiamo riportato nella traduzione di Roberto Sanesi, si tratta di due versi che, per alcuni aspetti, possono lascarci sospesi, anche un poco sconcertati: “ Quel cadavere che l’anno scorso piantasti nel giardino, / Ha cominciato a germogliare? Fiorirà quest’anno?” e poi puntini di sospensione. Ecco, proprio in Parallelo Secondo troviamo riportati quei due versi. Come possono essere isolati o scavalcati? Non si può prescindere da questa indicazione per leggere il prima e il dopo di Romano. Andiamo a vedere ne La terra desolata ciò che viene prima e ciò che viene dopo questi due versi: “Là vidi uno che conoscevo, e lo fermai, gridando:

Stetson! / Tu che eri a Mylae con me, sulle navi!/” e poi dunque “Quel cadavere che l’anno scorso piantasti nel giardino / Ha cominciato a germogliare?”; e continua: “Oh, tieni il Cane a distanza, che è amico dell'uomo, / Se non vuoi che con l'unghie, di nuovo, lo metta allo scoperto!”.

Siamo alla fine della prima sezione de La terra desolata, cioè “La sepoltura dei morti”, che Eliot termina con una famosa citazione da Baudelaire “Tu, hypocrite lecteur! - mon semblable, - mon frère!”

Trovo eccezionalmente forte e univoca la scelta di Romano verso questo rimando, questa correlazione a una visione assolutamente particolare con “Stetson” (immagine allegorica di un soldato della Prima Guerra Mondiale), che lo stesso Eliot ha assorbito per farne una cerniera simbolica fra passato e presente. Ricorre spesso, in poesia, la necessità di vincolo fra passato-presente-futuro, all’insegna di una circolarità che per l’appunto anche Romano mette in atto: leggo soltanto pochi versi dell’inizio di Parallelo Secondo, dove c’è un discorso che presuppone la continuazione tra i puntini di sospensione. L’inizio è in un certo modo il continuo di un pensiero altro, forse già compiuto:

“... trarre da questo coacervo di possibilità / da questo ammasso informe di dati e di parole / un chiaro segno una traccia di sabbia / a segnare l’inizio del certo del conteggiabile: / rifiuto di natura come soggetto – oggetto / di mare come simbolo traslato nella folla”…

e poi prosegue. Parallelo Secondo è un lavoro centrale nella produzione di Leoni, e certo meritava di essere letto e riletto e portato alla conoscenza del grande pubblico in quegli anni Sessanta e Settanta di grande fermento culturale, ma la sua scelta di non più pubblicare sottintendeva un tormento interiore che si metteva a confronto con ciò che si avvertiva dalla letteratura di quegli anni e, in particolare, dalla poesia del secondo Novecento. E non a caso l’affermazione di Pasolini che evidenzia in Leoni un “maledettismo astorico” esce proprio su “Officina”, la rivista fondata da Roberto Roversi insieme a Pasolini, insieme a Leonetti; ma poi arriveranno a lavorare con loro anche Scalia e Fortini.

In quel momento la rivista era l’indicazione di ciò con cui andava ad interagire un poeta come Romano Leoni, che aveva attraversato, come sappiamo, vicende personali anche molto tormentate. Nella nota biografica inserita nel libro è chiarito e indicato il suo travaglio, il suo trascorso in Inghilterra, e si racconta di un tormento straordinario, quello stesso tormento che Meister Eckhard indicava come via necessaria per poter attraversare il mare. Diceva:

“Non possiamo dire di aver attraversato il mare se andiamo da una sponda all’altra. Possiamo dire di aver attraversato il mare se andiamo invece dall’abisso alla superficie”.

Io credo che questa immagine, questa metafora della conoscenza fosse in nuce già nelle radici della poesia di Romano Leoni. E poi vediamo che, al di là dell’aspetto pubblico, i suoi interlocutori sono personaggi straordinari. Ne cito soltanto alcuni, perché quando “parla” con loro indica immediatamente l’atmosfera, la tensione di quegli anni: Fontana, Birolli; e poi Burri, Sanguineti, Tadini, Sereni, e io aggiungerei anche Raboni, perché nel libro c’è una poesia a lui dedicata che credo rimandi ad un volume di Raboni, Le case della Vetra, significando così ancora una volta il percorso di quella “linea lombarda” che è stata chiusa in una categoria, in una “corrente”, che forse per Leoni andava stretta, ma che al tempo stesso era già dentro di lui in un percorso parallelo che gli era familiare.

L’altro aspetto che mi ha convinto della grandezza della sua poesia è come ci sia stata in lui una grande tensione verso l’arte, e anche qui mi sono ritrovato a pensare di come sia fortemente vera un’idea che ci portiamo dietro da qualche tempo, e che cioè i critici d’arte autentici possano essere soltanto i poeti. Dopo Baudelaire e Verlaine, ci si è resi conto che il poeta ha in sé la capacità di anticipare i tempi e quindi di dialogare similmente con l’artista in modo costruttivo; e questo ha fatto Leoni.

La sua non è una visione razionalistica e stilistica, un’analisi di ciò che è accaduto nell’opera, ma di ciò che invece accade nell’opera, della funzione che muta continuamente. E mi fa piacere che qui venga ricordato anche il suo grande rapporto con gli artisti e il suo lavoro di critica.

La lingua della poesia di Romano Leoni è una lingua senza tempo, e anche il “passaggio attraverso le cronache” è divenuto epigrafe ad uno dei suoi lavori perché in certo senso si incrocia con tutta la sua poesia e al tempo stesso ne è il controcanto; e questa visione di complementarietà gli dona un orizzonte intellettuale sempre presente e contemporaneo. Ecco perché si dialoga con l’arte moderna, ma anche con il Buon Governo, l’affresco di Ambrogio Lorenzetti che abbiamo voluto ricordare e mettere in copertina, e che era molto caro a Leoni il quale lo cita anche direttamente.

Basterebbe leggere, e mi auguro che vogliate farlo (“ricordare” un poeta significa soprattutto leggerlo, non tanto ricordare la “persona”, ma leggere le sue cose, perché quelle rimangono attraverso di lui e lo fanno rimanere nel tempo).

In La ballata della vecchia Europa, c’è una poesia straordinaria, degli anni ’50; leggete la pagina 45, leggetela e subito avvertirete una tensione parallela a questi nostri anni e giorni. Non voglio qui fare confronti, ma per dare se possibile un’indicazione ulteriore di questo cammino binario di Leoni, a me è venuto in mente Antonio Porta, altro grande poeta; andate a leggere una sua poesia: “Europa cavalca un torno nero”. Siamo negli stessi anni, si avverte la stessa tensione, si percepisce come già l’Europa fosse qualche cosa di più di un confine geopolitico, ma fosse un movimento tellurico interiore che portava ad uno sbocco assoluto, e il poeta lo percepiva. Antonio Porta faceva parte con Sanguineti ecc. dei “novissimi”, gruppo di grande rottura poetica e culturale, ma è forse stato l’unico che in seguito ha percorso poi strade diverse. Romano già percepiva queste indicazioni, le stesse che ancora prima già suggeriva (inascoltato) un altro grande, e penso ad Ezra Pound, penso in particolare ad un “Canto Pisano”, il cinquantesimo dei Canti della prigionia; lí già parla dell’Europa e dice “… formica solitaria fra le rovine d’Europa / ego scriptor”, cioè la scrittura vista come una capacità di collegamento fra le cose e le persone. E tutto questo comunque, in tempi diversi, rimanda ulteriormente a qualche cosa di necessario.

Per mio conto ho subito dato ampia adesione a questa scelta di pubblicare le opere di Leoni, un’operazione di complicità con la mia piccola editrice, Book Editore, e con il lavoro appassionato e intenso di tutti i collaboratori abbiamo cercato di realizzare il volume nell’unico modo in cui, anche dal punto di vista artigianale, secondo noi poteva essere fatto un libro di questo genere, che si poneva il compito di portare alla conoscenza di chi è ancora legato alla “parola scritta” un autore destinato a rimanere nel tempo.

Non copertine eclatanti, qui non si parla di grandi numeri, sappiamo bene che, purtroppo ma anche per fortuna, la poesia rimanda sempre a un discorso di passaggio e di dialogo ulteriore tra l’autore e il lettore.

Oggi i poeti rischiano di diventare dei contenitori vuoti, perché assistiamo al paradosso che moltissimi scrivono ma nel contempo si riduce sempre più il numero dei lettori. Per questo dico, leggiamolo, leggete, bisogna ricordare Romano leggendolo. “Ricordare” significa dare nuovamente un cuore alle cose, alle persone, agli oggetti, più che riferirsi al ricordo degli oggetti della memoria. Tutto questo si accavalla, e la sua opera è un gesto di conoscenza. Io credo che Romano Leoni sia un autore che non ha nulla di meno di altri più acclamati o noti di lui, anche perché, in piena autonomia, ha attraversato parallelamente la contemporaneità di tutto il secondo Novecento. Non ha fatto parte direttamente di gruppi o tendenze letterarie, ma non ne aveva bisogno perché comunque era in sintonia con loro, perché condivideva il momento di frattura intellettuale, il momento del recupero della nostalgia del significato, il momento delle radici culturali. E lo ha testimoniato, attraverso i passaggi, che non sono mai una replica l’uno dell’altro, ma sono sempre un andamento graduale, uno scalino dopo l’altro, tessere di un preciso mosaico poetico. Tutto questo vive dentro il libro, e per l’operazione che è stata fatta si deve un ringraziamento particolare ad Anna e a tutta la famiglia. Spesso mi capita di lavorare sulle opere di autori che non ci sono più, ma non sempre mi capita di trovare, come in questo caso, un’adesione piena, una complicità piena, che non è soltanto un gesto di gratitudine e d’affetto alla memoria della persona, ma è qualcosa di molto più ampio. Dice in un frammento Emily Dickinson: “La parola è morta, dice qualcuno, appena viene pronunciata. Io dico invece che quella parola vive proprio da quel momento”.

Diamo vita a quelle parole, diamo nuovamente vita a Romano leggendolo.

(Massimo Scrignòli)

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Ringrazio Donatella Leoni, figlia di Romano, per la gentile collaborazione.

(Fernando Bassoli)


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