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Le folli elucubrazioni di Breivik e le discutibili esternazioni di Borghezio. La Lega chiede scusa
post pubblicato in Diario, il 27 luglio 2011


 

A volte mi domando come viene visto all’estero questo nostro claudicante Paese. Alla politica mediatica “mirata” a fare scalpore (casino?) dei leghisti, fin dai tempi del primo Bossi, quello del “Roma Ladrona!” che era comunque meglio dell’edizione successiva, quella celoduristica, stentiamo noi stessi italiani – e sottolineo italiani - ad abituarci. Ma a pensarci bene vuol dire che siamo tutti un po’ scemi: giornalisti di professione, come semplici cittadini lettori ed elettori. Forse non dovremmo fare altro che ignorarli e non dargli la visibilità che ostinatamente inseguono, bucando il video in ogni modo possibile. Questi simpatici personaggi la sparano sempre grossa, perché sanno di attirare l’attenzione delle masse e di conquistare così sistematicamente le prime pagine dei giornali (tutto questo, alla resa dei conti, si trasforma in consensi e quindi voti). Perché è del tutto evidente che nel tentativo di analisi dell’azione criminale, folle e cinicamente premeditata di un mostro di nome Anders Behring Breivik – passerà tristemente alla storia - non c’è davvero nulla da salvare, anche a mettersi d'impegno. La strage di Oslo è un’azione di guerra, qualcosa di più di un atto terroristico, roba che fa vacillare perfino le decennali convinzioni degli oppositori della pena di morte, quale io comunque resto.

La tragedia - Ci ragioni su per ore e ti aggrappi al diritto-dovere del perdono che la nostra religione ci insegna, giustamente direi, e cerchi pure conferma nei principi generali del codice penale, ma poi succede che, sfogliando i giornali, ti capitano in mano le foto delle vittime della carneficina. Erano giovani, con una vita davanti, belli, pieni di vita e sogni da realizzare. Pensi che un killer che sembra uscito da un film dell’orrore li ha strappati al sole di questa terra e non ti resta che porti domande che mai ti eri posto prima. Quelle foto. Sono la Spoon River del Duemila, ma non c’è niente di romantico o affascinante in questo. Ogni volto lascia intuire una storia bruscamente interrotta dopo pochi capitoli. Li guardi e li immagini a scuola, in palestra, allo stadio. Li immagini in discoteca. A fare l'amore. E invece sono morti. Questo scomodissimo personaggio che qualcuno si sforza di interpretare (vero Borghezio?) sarà verosimilmente incriminato addirittura per crimini contro l’umanità, un capo d’imputazione che si commenta da solo, e i suoi stessi legali affermano che si tratta di un malato di mente. Come si può ragionevolmente pensare di strumentalizzarne i deliri, i disegni criminosi più efferati e fuori dalla grazia di Dio?

La difesa di Borghezio -Spiace sentir qualificare come farneticazioni le stesse idee forti, sulla realtà del pericolo islamista che, ovviamente al netto della violenza e più che mai di quella contro persone innocenti come le vittime della strage di Oslo, per fare un solo straordinario esempio, che persone coraggiose e lungimiranti come Oriana Fallaci hanno espresso con grande chiarezza”. Lo ha detto Mario Borghezio, respingendo le pesanti, inevitabili, critiche del mondo politico sulle sue affermazioni circa le stragi dell’altro giorno in Norvegia. Non era davvero questo il momento, per mille e una ragione, di rispolverare la retorica populista dello straniero visto, anzi: imposto, come nemico da tenere lontano da frontiere che… non del resto ci sono più. E a cosa può servire aggrapparsi alle opinabili idee dell’ultimo Fallaci-pensiero, se non a cercare degli alibi a buon mercato?

La debolezza cronica dei governanti - Il punto è che il mondo è cambiato, ma c’è chi non se ne è accorto. Forse è cambiato male, certo troppo in fretta, ma proprio la clamorosa crisi finanziaria di un Moloch come gli Stati Uniti ci dice, in queste ore, che tutto è in fieri, in discussione, e deve quindi essere guardato con occhio nuovo. Perché questi mutamenti sono solo l’inizio, a mio parere, di ben più profonde trasformazioni sociali ed economiche che sono state determinate per un terzo dalla globalizzazione, inarrestabile, per un terzo da una criminalità organizzata sempre più ricca e potente, per il rimanente terzo da una generazione di politici incerti e a volte ridicoli, che sembrano senza più idee né certezze. Canne al vento, avrebbe scritto la Deledda. Solo un ricambio generazionale della classe politica internazionale potrà aprire nuove strade verso il progresso, che molto spesso consiste semplicemente nell’operare con la classica diligenza del buon padre di famiglia.

Le inevitabili scuse – A conferma delle elementari argomentazioni da me proposte in questo pezzo, alcune ore dopo le dichiarazioni borgheziane sono arrivate le doverose scuse del partito di appartenenza, attraverso questo significativo comunicato: “La Lega Nord chiede ufficialmente scusa alla Norvegia, già così duramente colpita dai folli attentati di venerdì scorso, e soprattutto ai familiari delle vittime, per le terribili e inqualificabili considerazioni espresse a titolo personale dall’on. Mario Borghezio, considerazioni che ho già definito come farneticazioni e che ribadisco essere tali”. Lo ha affermato il Ministro per la Semplificazione Normativa e Coordinatore delle Segreterie Nazionali della Lega Nord, Roberto Calderoli. Parole di buon senso. Ma anche scene di un film già troppe volte visto. Non si può sempre ritrattare, rettificare, minimizzare e scusarsi. Bisognerebbe piuttosto assicurarsi che la lingua sia collegata al cervello, prima di dare aria alla bocca e lanciare pesanti pietre a destra e manca, che offendono i vivi e perfino la memoria e la dignità di chi non c’è più. Ma temo che nel variopinto circo della politica italiana questo sia chiedere troppo. Urgono nuove elezioni, non ci si può sempre nascondere dietro a un dito. Solo nuove elezioni possono portare, a questo punto, a qualcosa di nuovo...


Fer, da Agoravox.it
per me nun je la fanno
post pubblicato in Diario, il 11 luglio 2010


Verso il patatrac. Bossi pesta i piedi a chi gli pesta i piedi (Casini).
Come spesso accade, alla crisi sociale segue la crisi politica.
Fini: nomen omen.
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