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Libri: La contessa di ricotta, di Milena Agus
post pubblicato in Diario, il 1 maggio 2011


 

Libri: La contessa di ricotta, di Milena Agus

L’autrice Milena Agus è nata a Genova, ma vive e lavora a Cagliari, dove insegna italiano e storia. “La contessa di ricotta” è il suo quarto, gradevolissimo libro, edito da “Nottetempo”, con copertina di Dario Zannier. Un romanzo breve che mi ha favorevolmente impressionato.

La trama, in estrema sintesi: tre sorelle abitano tre distinti appartamenti di un palazzo nobiliare – costruito nel ‘600, un tempo interamente di loro proprietà – sito nell’antico quartiere “Castello” di Cagliari. Tre sorelle dunque e, come spesso accade, anche tre diversi modi di vedere le cose, di interpretare il senso più recondito del proprio destino come divenire di passato e futuro.

Noemi non accetta il ridimensionamento forzato e si impone tenacemente di ricostruire la ricchezza perduta, col conseguente prestigio sociale; Maddalena fa una malattia del fatto che non riesce ad avere figli; c’è poi la terza, “la contessa di ricotta”, così chiamata perché non c’è oggetto che sappia tenere in mano (figuriamoci il figlio Carlino, un vero terremoto, che non sta fermo un secondo, metafora dell’inquietudine del vivere). è maldestra, insomma, un’inetta sveviana (da non confondere coi vinti di Verga), ma, a ben guardare, è il mondo reale nel suo complesso che provoca danni al suo debole cuore, “anche lui di ricotta”.

Le tre contesse sono figlie di una donna invidiata da tutti, perché aveva avuto la fortuna di sposare un uomo ricco e nobile, proprio lei che era figlia di una “egua”, cioè di una prostituta, che l’aveva messa al mondo dopo una gravidanza di neanche sette mesi e che, essendo nata il giorno dell’Epifania, l’aveva registrata all’anagrafe con l’infelice nome di Befana e poi lasciata alle suore, prima della successiva adozione, che le aveva aperto le porte dell’alta società sarda.

Intorno al bizzarro trio ruotano i personaggi minori, come la governante e il vicino di casa, e perfino il gatto Mìccriu, considerato il più intelligente del mondo ma in realtà incapace di catturare un topo, a conferma di una visione distorta delle cose, che aggiungono sale e pepe alla vicenda, perché è proprio con le loro spinte e controspinte narrative che, gattopardescamente, tutto cambia, ma, in realtà, alla fine della storia, tutto resta sostanzialmente come prima, governato da un destino che inchioda inesorabilmente chiunque, limitando il libero arbitrio, rendendo sterile ogni fatica.

Dal punto di vista stilistico la Agus, che i lettori più attenti faranno bene a tenere d’occhio, ha l’unico torto di scegliere, a volte, l’aggettivo più scontato, ma il ritmo della sua personale affabulazione resta piacevole, efficace e soprattutto letterario, anche quando sconfina nei territori, ormai immancabili e consolatori, dell’erotismo puro, oppure quando indugia nelle descrizioni (“… perché a Cagliari non ci si annoia mai? Dipende dal fatto che è verticale, con le sue salite e discese e tanti punti di vista e passaggi repentini dal buio alla luce e cambiamenti di colori secondo il vento che una vita non ti basta per conoscerli tutti”). È questo un libro bello perché lieve, tragicomico, senza pretese di stupire a tutti i costi con effetti speciali o trame pirotecniche.

In buona sostanza la donna di ricotta, o meglio: la contessa, è un personaggio ben riuscito, a tratti surreale come alcuni personaggi futuristi di Aldo Palazzeschi (es. l’uomo di fumo de “Il codice di Perelà”, la cui unica parte visibile è rappresentata dagli stivali che indossa) un antieroina che conquista i lettori proprio per l’inadeguatezza palesata di fronte a un mondo sempre più veloce, competitivo, tecnologico, nevrotico. Impossibile non immedesimarsi con lei, non riconoscersi in taluni suoi impacci, non specchiarsi nelle sue umane insicurezze.

La contessa di ricotta, di Milena Agus (Nottetempo), pag. 127, Euro 13,50

Fernando Bassoli

Libri - Il sogno del filologo - di Bjorn Larsson
post pubblicato in Diario, il 9 marzo 2011


 

Svedese, classe 1953, Bjorn Larsson insegna all’Università di Lund. Ha debuttato nella narrativa nell’ormai lontano 1980, ma ha raggiunto un certo successo solo nel 2000, grazie all’opera “Il cerchio celtico”. Nel racconto, breve ma intenso, “Il sogno del filologo” narra la vicenda di Knut Stenlund (alter ego dell’autore, pare di capire) il quale, dopo avere dedicato l’intera esistenza allo studio di una materia, a un certo punto della sua avventura umana prende coscienza (ma forse trattasi di mera paranoia da superlavoro) che l’importanza della Filologia è destinata a venire significativamente ridimensionata dal mutare di tempi di cinico materialismo, sempre più insensibili alla cultura. Lui, che conosceva a fondo i segreti della fonetica del francese antico, non riesce più a motivare i suoi studenti, a convincerli che quella scienza che permette – ad esempio – di leggere in lingua originale un’opera come la “Canzone di Rolando” possa avere un futuro, un’applicazione in concreto che ripaghi i tanti sacrifici. Il signore degli anelli non sarebbe mai stato scritto se persone come lui non avessero riscoperto testi quali i romanzi di Chrétien de Troyes, spiega Stenlund.

Il personaggio di Larsson è chiaramente un fanatico, un irriducibile convinto che la Filologia sia il piedistallo di riferimento dell’intera organizzazione sociale postmoderna, una sorta di riuscita caricatura di certi “baroni” rinchiusi nel loro comodo castello di privilegi ben retribuiti che tutti conosciamo, ma anche un uomo maledettamente convinto di essere solo (“Nessuno lo ascoltava gridare nel deserto che lo circondava”). La trama, l’idea alla base di questo racconto è più brillante di ciò che può sembrare a prima vista, per come viene poi sviluppata, ma la sensazione del recensore è che la magia del racconto perda non poco nella traduzione italiana, vista una certa povertà espressiva altrimenti inspiegabile (ad esempio, si consideri questa frase piena di ripetizioni: “… chiese la donna guardandolo come nessuna donna lo aveva mai guardato prima, in realtà come nessuno lo aveva mai guardato prima”) anche se va aggiunto che l’essenzialità del linguaggio è un tratto saliente di tutti i prosatori nordici, molto lontani dalle pirotecniche affabulazioni di certi fortunati autori sudamericani. La vicenda ha poi un epilogo imprevisto e paradossale, che rivela il talento di Larsson, con Stenlund impegnato in una ricerca documentale davvero fuori dall’ordinario che lo porta a comprendere che, a volte, il significato più profondo e autentico dello studio non sta tanto nel risultato finale conseguito, più o meno positivo, ma nella ricerca medesima e nella tensione ideale che la ispira. Perché chi trova smette di cercare. Una chiave di lettura pirandelliana, dunque, arricchita dall’immancabile storia d’amore che aggiunge sale alla storia.

Il sogno del filologo, Bjorn Larsson, Illystories

Fernando Bassoli

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