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Berlusconi fuori dai coglioni
post pubblicato in Diario, il 15 febbraio 2011


 

Oggi mia madre, anziana e ultimamente un po’ disinformata, perché stanca del teatrino della politica made in Italy, mi ha chiesto “Ma cosa ci faceva, con tutte queste donne, Berlusconi?”. Ci ho pensato un po’ e mi sono vergognato di rispondere. Perché mica puoi parlare a cuor leggero di certe cose, con tua madre. E ho toccato con mano la durezza e lo squallore di una realtà assolutamente negativa, sulla quale resta ben poco da aggiungere. Perché se noi abbiamo fiducia nell’operato della Magistratura, com’è doveroso che sia, sappiamo anche che i procedimenti penali sono regolati da una logica ben precisa, non nascono certo dai deliri di onnipotenza di qualche toga in cerca di gloria, come qualcuno lascia intendere.

Il giudizio immediato per Berlusconi, ad esempio, fissato per mercoledì 6 aprile 2011, viene disposto quando la prova della colpevolezza appare evidente e dunque si può addirittura saltare a pie’ pari la fase strategica dell’udienza preliminare prevista nel rito ordinario. Ma tutto questo non importa. Il rispetto delle regole ci impone comunque di non essere forcaioli o giustizialisti: prima di sputare sentenze è necessario aspettare una condanna definitiva e fino a quel giorno la nostra Costituzione ci impone di presumere la non colpevolezza dell’imputato, sia esso il Presidente del Consiglio o un criminale incallito e recidivo. Questo prevede la democrazia. Questo prevede lo Stato di Diritto. Perché davanti alla Legge, quella con la elle maiuscola, siamo tutti uguali. Non simili, ma uguali.

UNA LENTA INVOLUZIONE – C’è chi invoca le elezioni (Bersani), chi manifesta lo sdegno della Chiesa (Bagnasco) e solo Dio sa i fiumi di inchiostro che scorreranno sui giornali del mondo intero, per tentare di indovinare quale sarà la linea difensiva di avvocati che ci hanno abituati, negli anni, a fare i conti con la loro abilità. Lo scrivente vuole però soffermarsi su un altro aspetto dell’intera questione: quello sociologico. Se analizziamo quello che il berlusconismo, inteso come fenomeno sociale e politico, ha rappresentato per l’Italia e i suoi costumi negli ultimi 15 anni, ci dobbiamo sorprendere a manifestare una certa riconoscenza per l’attuale Premier. Può sembrare paradossale, ma proprio lui, con tutti gli eccessi e le megalomanie che caratterizzano il personaggio, ci ha costretti a focalizzare, meglio di chiunque altro, l’attuale sfacelo etico-culturale degli italiani, uno sfascio che è sotto gli occhi di tutti, a fare i conti col nostro disagio esistenziale, coi nostri vizietti di peccatori impenitenti che credono di risolvere tutto andando a Messa la domenica.

Negli ultimi tempi abbiamo fatto dei passi indietro clamorosi e forse è venuto il momento di prenderne coscienza, di capire che l’involuzione è un problema sottovalutato. Questa società (“basata sull’illegalità”, come osservato di recente dal criminologo Francesco Bruno) ha eletto, con la colpevole mediazione dei massmedia, come modelli di riferimento delle entità stereotipate, spesso amorali, che hanno effetti devastanti sull’equilibrio valoriale dei giovani.

Oggi un professore di qualsiasi materia è visto come un povero sfigato o al massimo un rompiscatole. E non importa quanto è colto o quanto capace di insegnare…

I ragazzi sognano di strappare il contratto miliardario da calciatore professionista al Milan di turno, e cominciano a farlo a 10 anni, mentre le ragazze passano la giovinezza nei beauty-center e nelle palestre per essere strabelle e tentare così la carta del provino vincente nel magico mondo dello spettacolo, senza minimamente capire che esso spesso non dà quel che promette (in merito, ascoltate “Perfetta per me” di Edoardo Bennato, fa davvero riflettere). All’università, che dovrebbe essere la cattedrale del sapere, si va già consapevoli della svalutazione del famoso pezzo di carta che una volta apriva molte porte, dell’inutilità della lotta politica, della complessiva mancanza di senso che porta molti a cambiare strada a metà del cammino, senza conseguire il diploma di laurea.

Il mondo del lavoro (rigorosamente a termine) è una folle giostra che si regge su equilibri improbabili e indubitabili scambi di favore noti già ai latini (“Do ut des”) a dimostrazione del fatto che i mali di questo popolo vengono, ahinoi, da molto lontano.

Quello che sembra davvero interessare tutti, ma proprio tutti, sono i soldini, ormai desiderati a prescindere dalle reali esigenze di vita, come fossero davvero il medicamento di ogni ferita e la panacea che muta l’ignorante insensibile e magari delinquente in una rispettabile persona-cittadino ricca di talenti infiniti che lo faranno Santo. E l’immagine della madre di famiglia china sul tavolino di un bar a grattare l’ultimo biglietto delle centomila fabbriche dei sogni esistenti è davvero l’affresco di un’epoca in cui c’è chi muore di fame e chi compra perfino singoli gratta e vinci da… 20 Euro.

I SOLDI NON FANNO LA FELICITA’ – Le conseguenze negative di un fenomeno di per sé grave: il consumismo che già Pasolini attaccava, sono oggi accentuate da una sorta di fase successiva. Non ci si contenta più di essere tutti uguali (nelle apparenze). No, non basta più: adesso si vuole essere qualcuno, primeggiare, strafare, salire su un piedistallo, qualunque esso sia. Non importa essere politici, cantanti, nani o ballerine. Non c’è differenza tra lo stare in tv o in radio o sui giornali, il gioco è esserci, sempre e comunque e ovunque. Farsi vedere. Perché solo l’onnipresenza porta consensi che alla lunga si trasformano in potere. E dunque in denaro. Il guaio è che con la filosofia del “Pecunia non olet” si sa dove si comincia, ma non dove si va a finire. Perché è come precipitare in un baratro che si fa vortice e trascina sempre più in basso, come proprio le note vicende dei presunti festini parrebbe confermare. “Siamo un popolo arretrato.” commentava stasera mio padre, sinceramente deluso dopo una vita di duro lavoro. Ma sbaglia, a mio parere le cose non stanno così. Piuttosto siamo viziati, più o meno tutti: non ci basta mai quello che abbiamo e che a volte neanche meriteremmo. Pretendiamo il lusso, la vita comoda, fare sfoggio di vestiti all’ultima moda e/o macchine superpotenti. Ci piace il sesso, mai come oggi. Un sesso mordi e fuggi, un sesso da bestie, spesso totalmente senza amore. E forse anche il web ha giocato un ruolo negativo in questo senso, perché non si può nascondere che stanno crescendo intere generazioni malate di voyeurismo, a causa della facilità estrema di accesso a certe immagini estreme. Una volta, diceva il mio benzinaio di fiducia, “per vedere una donna nuda te la dovevi sposare”. Oggi basta un clic. Così tutto sembra facile, a portata di mano. Basta pagare, nell’epoca del Bunga Bunga. Il problema è che ragionando in questi termini, cioè ragionando male, le persone diventano oggetti, anzi prodotti da usare, consumare e buttare via per sostituirli con prodotti ancora più nuovi, quasi fossero detersivi, che non soddisferanno davvero l’esigenza più naturale di ciascuno di noi: essere veramente amati.

Posso solo augurarmi che il dibattito in corso sul cosiddetto Rubygate si riveli utile a mettere a fuoco il degrado sentimentale, la bassezza morale, la corruttibilità delle persone che caratterizzano questi tempi bui che ci lasciano sempre più sconcertati.

Riferssioni
post pubblicato in Diario, il 10 settembre 2010


 
Purtroppo al mondo esistono persone che godono a provocare reazioni altrui senza valutare le conseguenze, solo per sentirsi al centro dell'attenzione.
Ogni riferimento a chi vorrebbe bruciare il Corano è puramente casuale...
Pensieri sulla letteratura
post pubblicato in Diario, il 8 giugno 2010


 
Oggi ho letto una riflessione di Fernando Bassoli sulla differenza tra l'essere realmente scrittori e l'essere, invece, solo persone che scrivono libri ( e pure tanti, come sta accadendo in Italia da alcuni anni )

" Tra uno scrittore e uno che scrive libri c'è una differenza enorme.
Il primo legge molto e scrive poco, il secondo scrive molto e legge poco. "

Questa riflessione mi ha quindi portato inesorabilmente ad analizzarmi e ad analizzare ciò che realmente sono, o che diventerò in futuro.


Esistono quindi due strade. Una commerciale, e se vogliamo "facile", che probabilmente potrebbe garantire in poco tempo tanti lettori. Questo però non vuol dire che il libro venduto sia un "capolavoro" vuol semplicemente dire che rappresenta e rispecchia ciò che la gente vuole in quel determinato momento. Chi sceglie il commerciale solitamente sceglie, secondo il proprio immaginario, una strada meno ricca di ostacoli e quindi forse più semplice rispetto a chi, coraggiosamente, sceglie di scrivere ciò che sente senza essere in alcun modo influenzato dalla massa. Questi ultimi sono quindi degli artisti, che scrivono per il gusto di scrivere, per arrivare solo ed esclusivamente alle persone "degne". Non a tutte. Chi scrive commerciale invece ricerca l'ampio consenso della massa, senza rendersi conto, o forse sì, che così inesorabilmente la massa spersonalizza le sue idee... uniformandole a tutto il resto. Dov'è quindi l'artista? Non c'è più. C'è solo una persona che scrive. Torniamo ora alla frase di Fernando Bassoli, che racchiude al suo interno una grandissima verità. Lo scrittore "deve" leggere molto. Per lui è un bisogno. Un richiamo ancestrale. Qualcosa che "deve" fare. Non c'è un motivo particolare. E' un bisogno primario. Come il respirare. L'Italia è un paese in cui ci dovrebbero essere delle vendite spaventose di libri, visto l'alto numero di scrittori o pseudo tali... e invece non è così. Questo perché? Perché la maggior parte di chi pubblica scrive e basta, ma non è scrittore. E chi compra non compra perché ama leggere, ma perché è "moda" leggere questo o quell'autore. 

E lo scrittore, quello vero, vive il suo "essere tale" fra mille difficoltà. Prima fra tutte quella economica.

Lo Stato dovrebbe garantire agli "scrittori" qualcosa per continuare a fare bene ciò che fanno. Perché la cultura va salvaguardata e con essa chi, ogni giorno, combatte per farla.

Altrimenti finiremo tutti (togliendo i classici ovviamente) nel leggere solo tante fesserie messe insieme da persone che hanno come obiettivo quello della vendita e non dello "scrivere"... e di certo non è una bella prospettiva.

Francesca Lulleri
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