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Visto al Cinem@ per voi: TATANKA
post pubblicato in Diario, il 7 maggio 2011


Film “Tatanka”



Visto "Tatanka" al Giacomini. Di Giuseppe Gagliardi. Con Clemente Russo, vice-campione olimpico che forse avrete visto domenica, ospite di “Quelli che il calcio…”.

Diciamo subito che non è un film sul pugilato, ma sulle sottoculture criminali, sui retroscena, su ciò che non si vede, sul rovescio della medaglia della società non ufficiale, su ciò che non si può/deve dire e soprattutto sulla Camorra, non a caso ispirato a un racconto di Roberto Saviano: “Tatanka scatenato” (da “La bellezza e l'inferno”, chiaro omaggio al famoso film “Toro scatenato”).
Le atmosfere, per capirci e sintetizzare, sono quelle di Gomorra (il film).
La "storia in movimento" parte subito forte, con due ragazzi inseguiti dalla polizia dopo una sparatoria, che trovano temporaneo rifugio in una palestra di pugilato.

Qui uno dei due mostra di possedere un destro da k.o., degno del Tyson dei bei tempi, attirando l’attenzione del maestro.
Segue una forte provocazione, che lascia intendere che i metodi di interrogare i sospettati da parte della Polizia possono essere - a volte - troppo duri. Per la scandalosa (inverosimile?) scena della tortura con l'acqua di mare versata in gola al "Rosso" (che muore per sfondamento della trachea e viene fatto trovare in spiaggia per simulare un annegamento) Clemente Russo è stato sospeso dal corpo militare dove presta servizio, ma la pena è stata poi ridotta per meriti sportivi. Una scelta che francamente non capisco: possibile che si confonda ancora la realtà con le fiction? Quali possono essere le responsabilità del singolo attore rispetto alle scelte di autore e regista?
Il primo round di “Tatanka” ha tempi praticamente perfetti, con scene d’azione ben girate e suggestivi dialoghi in dialetto napoletano (con tanto di sottotitoli) che mettono bene a fuoco il saldo rapporto tra due giovani amici, che si trovano a dover crescere in un territorio inquinato, che sembra più una latrina, dove tutto contamina tutti...
L’incoscienza, l'impulsività tipica dell’età spinge uno dei due: Michele Mucerino, alias Clemente Russo, a suoi agio nei panni di interprete anche grazie a una notevole fisicità, a compiere una scelta sbagliata, che lo porterà a scontare otto anni di carcere...
Tornato in libertà, Mucerino ha un solo obiettivo: diventare un vero pugile, andare in nazionale prima e alle Olimpiadi poi. Ha capito che non può fare a meno di boxare, che quella è la sua strada.
E qui cominciano i problemi, perché senza una palestra dove allenarsi bene e senza la giusta guida, diventa necessario andare a cercare dei santi in Paradiso, che spesso sono… diavoli travestiti.

E' infatti la Camorra, che gestisce il mercato delle scommesse clandestine sugli incontri di boxe, a fiutare il business, sostenendo la prima parte della sua carriera. L’atleta è forte, ha colpi micidiali, è un tatanka, cioè un bisonte, ma non possiede ancora una buona tecnica: vince anche perché gli avversari recitano una parte prestabilita, che porta soldi alla Malavita organizzata. Un fiume di denaro, da reinvestire senza sosta, per arricchirsi a dismisura finché il giocattolo non si rompe…
Quando il pugile scopre la verità, quando si ordina che sia lui, per una volta, a perdere apposta, a sorpresa sceglie di ribellarsi nel più plateale dei modi ma, per salvare la pelle, è costretto a fuggire in Germania.
La seconda parte del film ha un ritmo più serrato: forse succedono troppe cose, finendo per approfondire poco e male alcune interessanti relazioni psicologiche tra i personaggi, come quella tra il boxeur e la sua allenatrice o la proprietaria del ristorante esclusivo che gli dà lavoro.

Una volta tornato a casa, il nostro deve però fare i conti col suo passato difficile...
Il messaggio dell’opera, che ci fa riflettere sull'importanza di rifiutare certi compromessi, è chiaro: se trovi la forza di dire no alla Camorra forse ti salvi, e perfino qualche camorrista può cambiare idea sulle sue scelte, perché l'esempio trascina. Ma se tutti dicono di sì, non cambierà niente di sicuro. Anche se c’è sempre un prezzo da pagare, vale la pena tentare.


Fernando Bassoli



http://www.youtube.com/watch?v=IbmfULwQd0g







Libri - Il sogno del filologo - di Bjorn Larsson
post pubblicato in Diario, il 9 marzo 2011


 

Svedese, classe 1953, Bjorn Larsson insegna all’Università di Lund. Ha debuttato nella narrativa nell’ormai lontano 1980, ma ha raggiunto un certo successo solo nel 2000, grazie all’opera “Il cerchio celtico”. Nel racconto, breve ma intenso, “Il sogno del filologo” narra la vicenda di Knut Stenlund (alter ego dell’autore, pare di capire) il quale, dopo avere dedicato l’intera esistenza allo studio di una materia, a un certo punto della sua avventura umana prende coscienza (ma forse trattasi di mera paranoia da superlavoro) che l’importanza della Filologia è destinata a venire significativamente ridimensionata dal mutare di tempi di cinico materialismo, sempre più insensibili alla cultura. Lui, che conosceva a fondo i segreti della fonetica del francese antico, non riesce più a motivare i suoi studenti, a convincerli che quella scienza che permette – ad esempio – di leggere in lingua originale un’opera come la “Canzone di Rolando” possa avere un futuro, un’applicazione in concreto che ripaghi i tanti sacrifici. Il signore degli anelli non sarebbe mai stato scritto se persone come lui non avessero riscoperto testi quali i romanzi di Chrétien de Troyes, spiega Stenlund.

Il personaggio di Larsson è chiaramente un fanatico, un irriducibile convinto che la Filologia sia il piedistallo di riferimento dell’intera organizzazione sociale postmoderna, una sorta di riuscita caricatura di certi “baroni” rinchiusi nel loro comodo castello di privilegi ben retribuiti che tutti conosciamo, ma anche un uomo maledettamente convinto di essere solo (“Nessuno lo ascoltava gridare nel deserto che lo circondava”). La trama, l’idea alla base di questo racconto è più brillante di ciò che può sembrare a prima vista, per come viene poi sviluppata, ma la sensazione del recensore è che la magia del racconto perda non poco nella traduzione italiana, vista una certa povertà espressiva altrimenti inspiegabile (ad esempio, si consideri questa frase piena di ripetizioni: “… chiese la donna guardandolo come nessuna donna lo aveva mai guardato prima, in realtà come nessuno lo aveva mai guardato prima”) anche se va aggiunto che l’essenzialità del linguaggio è un tratto saliente di tutti i prosatori nordici, molto lontani dalle pirotecniche affabulazioni di certi fortunati autori sudamericani. La vicenda ha poi un epilogo imprevisto e paradossale, che rivela il talento di Larsson, con Stenlund impegnato in una ricerca documentale davvero fuori dall’ordinario che lo porta a comprendere che, a volte, il significato più profondo e autentico dello studio non sta tanto nel risultato finale conseguito, più o meno positivo, ma nella ricerca medesima e nella tensione ideale che la ispira. Perché chi trova smette di cercare. Una chiave di lettura pirandelliana, dunque, arricchita dall’immancabile storia d’amore che aggiunge sale alla storia.

Il sogno del filologo, Bjorn Larsson, Illystories

Fernando Bassoli

L’Europa apre alla vivisezione sugli animali “vaganti”
post pubblicato in Diario, il 12 settembre 2010


 

Mi sono sempre proposto di essere equilibrato, quando scrivo. Non solo per una forma di rispetto nei confronti dei lettori, ma anche per le leggi vigenti. A volte, però, il legislatore, nazionale e/o europeo sembra proprio mettersi d’impegno per fare vacillare le nostre convinzioni.

È il caso di una Direttiva Ue approvata nei giorni scorsi, che prevede che gli animali "vaganti", cioè randagi, possano essere utilizzati (è il caso di usare questo verbo, dato che vengono quasi considerati degli oggetti) per la sperimentazione, “se non è possibile raggiungere altrimenti lo scopo della procedura di ricerca”.

40 eurodeputati hanno abbandonato l'aula in segno di protesta, mentre le associazioni animaliste di tutto il mondo sono mobilitate per spiegare alla pubblica opinione le conseguenze di tale scelta.

Di fronte a questi provvedimenti viene da domandarsi a cosa serve inasprire le pene a carico di quanti maltrattano – o addirittura uccidono - animali propri o altrui, come previsto dal nostro codice penale, se poi si aprono “finestre” dalle quali fare rientrare, più o meno silenziosamente, ciò che, con grande enfasi mediatica, si è sbattuto fuori dalla porta principale.

Se penso che già i latini affermavano che “Saevitia in bruta est tirocinium crudelitatis in homines”, mi riesce veramente complicato comprendere come si possa non vedere la dolorosa ferita che l’Europa, sempre più deludente nei fatti e ora anche nelle intenzioni, ha aperto nel sistema etico che regola, anzi: dovrebbe regolare, la pacifica convivenza. Perché la realtà è questa: se abbiamo un cane o un gatto che girano liberamente per le strade, presto sarà bene dotarli di un collarino identificativo o qualcosa del genere. Con la Direttiva europea sulla sperimentazione animale approvata nei giorni scorsi, dopo anni di duro contraddittorio e infiniti emendamenti, gli animali “vaganti” rischiano infatti di finire… sotto il bisturi.

Quel che è certo è che, con questa discutibile decisione, il Parlamento europeo dimostra di non essere l’isola felice che ci era stata promessa per decenni. Con qualche eccezione. C’è infatti chi ha votato contro e merita dunque di essere citato e ricordato: Sonia Alfano (IDV), Francesca Balzani (PD), Paolo Bartolozzi (PDL), Rita Borsellino (PD), Rosario Crocetta (PD), Francesco De Angelis (PD), Andrea Cozzolino (PD), Gianni Vattimo (IDV), Cristiana Muscardini (PDL), Debora Serracchiani (PD), Tiziano Motti (UDC), Luigi De Magistris (IDV), Guido Milana (PD), Niccolò Rinaldi (IDV), Crescenzio Rivellini (PDL), Gianluca Susta (PD), Giommaria Uggias (IDV). Si sono astenuti: Silvia Costa (PD), Leonardo Domenici (PD). Non hanno votato: Salvatore Caronna (PD), Patrizia Toia (PD).

Particolarmente significativa la testimonianza dell’On. Tiziano Motti: “Come era ormai ovvio, la Direttiva è passata con la maggioranza assoluta dei voti. A nulla è valso il nostro tentativo di rimandarla in Commissione per un esame più approfondito (scelta disperata invocata da Sonia Alfano seguita dai quaranta deputati che, come me, si sono alzati in segno di protesta). Inutile anche l’appello della Muscardini e del sottoscritto. A nulla, infine, è valso il tentativo di far passare alcuni emendamenti (proposti dai Verdi europei) che tentavano di rimandare ai singoli Stati la possibilità di applicare anche norme più garantiste per gli animali a livello nazionale o di dare la precedenza, qualora esistenti, a metodi alternativi. Mi spiego meglio: uno degli emendamenti chiedeva semplicemente che qualora in taluni casi esista già (esista già, non si debba cercare) un metodo alternativo, si dia la precedenza a quello piuttosto che a sperimentare su animali facendoli soffrire. E l’aula ha votato contro!

Ho sentito di tutto: colleghi che sostengono che tanto i cani e i gatti randagi non saranno utilizzati per la ricerca (allora cosa li inseriamo a fare nell’articolo 11 nella Direttiva?), altri che chiariscono che la sperimentazione sugli animali per la cosmesi è abolita da tempo (poco male: la Direttiva approva la sperimentazione su animali vivi a scopi didattici!). Mi sembrava un circo equestre in cui ogni deputato sparava l’ultima notizia che aveva sentito poco prima nei corridoi, pur di trovare una giustificazione plausibile per rispettare il voto indicato dal proprio gruppo. E quando la Sinistra europea e la Destra europea si accordano sul voto, definendo che dovrà essere a favore, non c’è obiezione di coscienza che tenga: l’aula vota a favore.
Provocatoriamente ho detto che ora si scatenerà la caccia a cani e gatti randagi a scopo sperimentazione, con soddisfazione del Belgio che soffre da anni il problema del numero elevatissimo di gatti randagi. La realtà, mi auguro, è differente ma rimane il senso di impotenza nei confronti di una scelta che disonora il grado di “civiltà” che ci vantiamo di avere raggiunto e che sono convinto si misuri anche nella capacità di garantire alle altre specie animali la salvaguardia da sofferenze che possono essere evitate”.

Un’ultima cosa: quando leggo che la regolamentazione della vivisezione passa per l’impegno di determinare “il minimo di dolore, sofferenza e angoscia” negli animali non so se ridere o piangere. Mi chiedo, infatti, chi è in grado di stabilire cosa sta provando una cavia. O forse i vivisezionatori si basano sull’intensità delle “urla” di dolore? Come funziona questa storia? Più l’animale grida, più soffre?

Fernando Bassoli




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